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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
GIAMBATTISTA BASILE
Il racconto dei racconti ovvero Il trattenimento dei piccoli
Traduzione di Ruggero Guarini, a cura di Alessandra Burani e Ruggero Guarini , pp. 670, Adelphi Edizioni, Milano, 1994.

C'è un'opera straordinaria nella nostra letteratura che nessuno conosce, spesso neppure citata nei manuali. Il che, per una letteratura come la nostra che, a fronte delle altre europee, non può certo definirsi tra le più ricche, suona un po' singolare. Una perla. Dimenticata e perduta nel corso dei secoli. Ritrovata poi a fine '800 da Vittorio Imbriani (ma chi è Imbriani, oltre che il titolare di qualche via di periferia?) e infine valorizzata da Croce negli anni Venti, ma senza eco. Tant'è che oggi, se c'è un italiano su mille che la conosce, è già un successo. Eppure è un libro stupendo, fra i pochi grandi libri della nostra letteratura.
È il Pentamerone, ovvero Lo cunto de li cunti (Il racconto dei racconti) di Giambattista Basile (1575-1632) un contemporaneo di Shakespeare, tanto per intenderci. Il problema di questo libro (forse) è che fu scritto non in italiano bensì in napoletano, in un napoletano incomprensibile ai più.
La struttura è simile a quella del Decamerone, in cinque anziché dieci giornate. I racconti però non sono novelle, ma fiabe. Rivolte agli adulti, non ai bambini. È la prima raccolta di fiabe della letteratura europea. Ebbe, alla sua epoca, un successo enorme all'estero, tradotta in inglese, francese, tedesco. Forse non ebbe successo in Italia, successo duraturo, proprio perché nessuno la tradusse in italiano: si dovrà infatti attendere sino al 1923 quando a tradurla provvide niente meno che Benedetto Croce, definendo Lo cunto de li cunti il capolavoro della letteratura barocca in Italia.
Che fiabe? Le solite fiabe di re, principi, principesse, fate, orchi, animali che parlano... E finali sempre lieti, con immancabili matrimoni tra principi e contadinelle o tra sempliciotti e splendide principesse. Molte le riconosci nelle fiabe classiche, come Cenerentola o Raperonzolo, poi fatte proprie e passate di mano in mano a Perrault, ai Grimm, a Collodi. Il merito di Basile tuttavia non è quello d'essere stato il primo a raccoglierle (o inventarle?... quante sono sue, quante sono di tradizione?). Il merito suo grandioso è d'aver scritto un capolavoro di poesia e di invenzione, dai colori straordinari. Il suo libro è una grande creazione artistica, che non trova certo uguali nel periodo barocco, e si pone a fianco dei grandi creatori del Quattrocento e del Cinquecento, a fianco di Ariosto, di Shakespeare, di Cervantes. Basile, come loro, ha creato un mondo, un intero mondo di figure, di avvenimenti, di intrecci, di situazioni, di caratteri, di macchiette. Ricco - e questa è una caratteristica sua propria - di bonomia tutta napoletana, di sorriso, di ottimismo, di allegria, di gioia di vivere: qualcosa di molto raro in letteratura. E ricco - e questa è la caratteristica peculiare di Basile, ciò che lo rende davvero un "grande" della nostra letteratura - di colore come forse nessun altro scrittore italiano. Il suo linguaggio è un'esplosione inimitabile di fuochi d'artificio, è uno spartito musicale ove mille strumenti si rincorrono e fanno a gara a sopravanzarsi, a inseguirsi e a piroettare in fantastici assoli, continui e superbi, seguiti da pieni d'orchestra maestosi e stupendi. Insomma: Basile ricama con la penna come Michelangelo col pennello e il quadro finale di Basile non ha nulla da invidiare alla Cappella Sistina. Troppo? Provare per crederlo. Oltre a quella del Croce ci sono due traduzioni oggi in Italia, quella di Michele Rak pubblicata da Garzanti con testo a fronte e quella - la più bella di tutte - di Ruggero Guarini pubblicata da Adelphi. Se ne leggano cinquanta pagine e poi si dica se è esagerato il paragone con la Cappella Sistina o se è appropriato.
La "cifra" (si usa dire così, oggi) di scrittura di Basile è la ridondanza, che è poi la cifra barocca. Se bastano dieci parole per esprimere un concetto, lo scrittore barocco te ne impiega venti.
Ebbene: Basile te ne impiega trenta o quaranta. Ma non ti annoia e non ti stanca, anzi: ti delizia. Perché le sue parole non sono "concetti" (vedi Marino): sono immagini. Basile è un pittore. Se ti deve esprimere un innamoramento te lo dipinge con non uno, ma dieci successivi quadri, o dieci vignette se vuoi, tutte varie, divertenti, coloratissime, originali, sprizzanti sorriso, bonomia, saggezza, conoscenza di vita, lunga e vissuta esperienza. E ogni immagine ne genera un'altra e poi un'altra ancora in una interminabile esplosione di fuochi d'artificio, di un accendersi continuo di luci, di colori, di suoni.
C'è un re che si innamora di una donna senza averla mai vista: lo ha innamorato la sola voce. In realtà è tutt'altro che una desiderabile fanciulla: è un'orribile vecchiaccia, ma il re non lo sa. La vecchiaccia lo vuole sedurre e dopo essersi lungamente negata alfine gli concede qualcosa: il dito mignolo, infilandolo nel pertugio della serratura, affinché il re ne abbia un assaggio. E infatti quello perde la testa. Vediamo come: "...infilandolo nel buco della serratura lo mostrò al re, ma non fu dito quello, bensì sprocco appuntito che gli forò il cuore, non fu sprocco, ma mazza che gli rintronò la coccia. Ma che dico sprocco o mazza? Fu zolfanello acceso per l'esca delle voglie sue, fu miccia infuocata per le munizioni dei desideri suoi! Ma che dico sprocco, mazza, zolfanello e miccia? Fu spina sotto la coda dei pensieri suoi, anzi cura di fichi cacarelli, che gli cacciò fuori il fiato dell'affetto amoroso con uno sfacelo di sospiri..." (I, 10).
E come descrive Basile una splendida ragazza fatata che un principe si trova inaspettatamente una notte accanto a sé nel proprio letto? "...chiamò un cameriere e, fatte accendere le candele, vide il fiore delle belle, la meraviglia delle femmine, lo specchio, il coccopinto di Venere, la delizia d'Amore, vide una pupattolina, una palomba dipinta, una fata Morgana, un gonfalone, una spiga d'oro: vide una rubacuori, un occhio di falco, una luna piena in quintadecima, un musetto di piccioncino, un boccone da re, un gioiello, vide insomma uno spettacolo da trasecolare..." (I, 2).
Questo se la ragazza è bella. E se invece è brutta? Se è brutta ecco che avrà "...le ciocche scarmigliate e irsute, la fronte increspata e bitorzoluta, le sopracciglia arruffate e setose, le palpebre spesse e ciondolanti, gli occhi vizzi e scalcagnati, la faccia gialliccia e grinzosa, la bocca slargata e stortignaccola, la barba di capra, il petto peloso, le spalle con la contropancetta, le braccia raggranchite, le gambe sciancate e fiaccate, i piedi a crocco..." (I, 10).
E siamo nel campo delle femmine umane. Nel campo delle femmine d'orco, invece, può anche andar peggio: "...era un'orca così brutta, che la Natura l'aveva fatta come modello dei mostri. Aveva i capelli come una scopa di rusco, non già per nettare le case da fuliggini e ragnatele, ma per annerire e affumicare i cuori; la fronte era di pietra di Genova, per affilare il taglio al coltello della paura che squarciava i petti; gli occhi erano comete che predicevano tremolii di gambe, verminaie di cuore, brividi di spiriti, diarree d'anime e cacarelle di corpo, poiché portava il terrore nella faccia, lo spavento nell'occhiata, lo schianto nei passi, la cacaiola nelle parole. La bocca era zannuta come di porco, grande come di scorfano, storta come di chi soffre di convulsioni, bavosa come di mula; insomma dalla testa ai piedi vedevi un distillato di bruttezza, un ospedale di storpiature..." (II, 7).
E quando poi un giovane principe si innamora di una giovane   donna, magari fata, ecco che Basile diventa lirico, ma di una liricità bella, schietta, semplice, solare, musicale, ben lontana dal suo contemporaneo Marino: "...da qual prato è germogliato 'sto fiore di bellezza? da qual cielo è piovuta 'sta rugiada di grazia? da quale miniera è venuto 'sto tesoro di cose meravigliose?..." (II, 7).
Lirico, sì, ma capace comunque d'un linguaggio fattuale e concreto, tutto immediatezza e realismo: "...giacché il principe, essendo un bel giovane mustacchione, le perforò subito il cuore da parte a parte: tanto che si chiedevano l'un l'altro misericordia con gli occhi..." (II, 7). Una sorta di realismo, questo di Basile, che ritrovi un po' dovunque, condito di bonomia popolaresca e tutta partenopea, come in quella fiaba in cui "...l'Orco e la mogliera erano a tavola e avevano lasciato le finestre aperte per mangiare al fresco..." (II, 2), mangiar cristiani, naturalmente... O quell'altra fiaba in cui un drago mette una tal paura al protagonista che "...tale fu la tremarella che non gli sarebbe entrata per clistere manco una setola di porco..." (I, 7).
Pochi i tocchi naturalistici e paesaggistici, ma quando ci sono, lasciano il segno: "...un giorno che costui si trovava a zappare a piè d'una montagna che, spiona degli altri monti, metteva la testa sopra le nuvole per vedere che si faceva nell'aria, dove c'era una grotta così profonda e buia che il sole aveva paura di entrarci..." (I, 8).
È un giocoliere, Giambattista Basile, un sopraffino e magistrale giocoliere di parole, come d'altra parte lo erano gli altri poeti del periodo barocco, i marinisti, i pleiadisti, i gongoriani, i ronsardiani, gli eufuisti. Ma Basile è diverso da tutti gli altri, proprio perché per lui il gioco è gioco, è intrattenimento, è divertimento. Non pretende di farne una cosa seria, non pretende di fare poesia, non pretende di stupire e di dar prova di bravura. Si diverte e basta, da bravo napoletano, da affabulatore delizioso e instancabile.
Prendiamo le albe e i tramonti: non c'è fiaba che non ne abbia uno o due o tre, perché nel corso del racconto si fa notte, o viene il mattino. Ebbene non c'è una sola alba, non c'è un solo tramonto, che per Basile non sia occasione di una scenetta deliziosamente figurata, di una variazione sul tema, d'un nuovo rondò musicale, d'un nuovo tocco colorato di pennello.
L'alba e il tramonto: le occasioni per ricamare su questi due semplici avvenimenti sono infinite, sono grida, canti, scope, purgativi, abiti a lutto, immondizia...
Vediamone alcune, di queste albe:
"...Non appena gli uccelli gridarono viva il Sole!..." (I, 5).
"... quando il Sole con la scopa di rusco dei raggi nettò le fuliggini della Notte..." (I, 5).
"...e non vide l'ora che al mattino uscisse il Sole a dare le pillole lassative al Cielo per fargli evacuare l'ombra..." (I, 9).
"...avendo l'Aurora portato la notizia che il Sole era stato trovato vivo, furono tolti tutti i panni di lutto intorno al cielo..." (II, 3).
"...ogni mattina il Sole, con l'esca della luce posta nell'amo d'oro, pesca le ombre della Notte..." (II, 4).
"...come il Sole con le ginestre d'oro dei raggi suoi, scopò le mondezze delle ombre..." (II, 5).
E si potrebbe andare avanti. Ma lasciamo il sorgere del sole e andiamo a vederne il tramonto: popolato di ladri, di puttane, di funerali, di pipistrelli:
"...venuta la Notte che, vedendosi intorno tanti pescatori di botteghe e ferraioli (leggi: ladri e scassinatori) aveva come la seppia gettato il nero..." (I, 10).
"...ma poiché ormai la palla dorata del Sole, con la quale il Giorno gioca per i campi del cielo, pigliava il pendio verso il tramonto..." (II, 2).
"...quando poi la Notte uscì a giocare a stendi-mia-cortina con le stelle..." (II, 3).
"...e dopo aver aspettato che il Cielo, come femmina genovese, si fosse messo il taffetà nero intorno alla faccia..." (II, 3).
"...fin quando la Notte non uscì a illuminare il catafalco del Cielo per le pompe funebri del Sole..." (II, 5)
"...non era ancora uscita la Notte sulla piazza d'armi del cielo per passare in rassegna i pipistrelli..." (II, 6).
"...e quando il Sole, come puttana fallita, cominciò a cambiar quartiere..." (II, 6).
"...e quando la Terra fu ricoperta di lutto per le esequie del Sole e vennero le torce..." (II, 7).

Basile era uomo colto, di cultura classica. E tradusse anche Ovidio e altri poeti high air pressure DTH hammer: le sue metafore, le sue iperboli, per albe e tramonti, sono giochi e scherzi e parodie e prese in giro. Non si dimentichi che l'ambiente letterario dell'epoca per un'alba vagheggiava d'imitar Ovidio con versi tipo "...e sorse l'Aurora da lo roseo letto di Titon mutato...".

Benedetto Croce si chiede se Basile non volle far satira della letteratura barocca dei suoi tempi. E risponde che no, non fu così, anzi "non disistimava, anzi altamente pregiava, le forme della letteratura del suo tempo...". Dunque Basile fu un poeta barocco. Fu, per Croce, l'autore "del più bel libro italiano barocco, quale non è certo il verboso e gonfio Adone...". Come poté un uomo di cultura barocca darci un libro così bello, un capolavoro di tale livello? Sono i miracoli della Poesia cui, in questo caso, si deve aggiungere il miracolo della napoletanità.
La cultura barocca amava il figurativo (quello che si chiama il concettismo), la cultura e il linguaggio napoletano prediligono a loro volta il figurativo. In Basile ne nacque il più bello e generoso degli innesti: il figurativo colorato, esplosivo, realistico, fattuale, concreto, schioppettante, che è tutto partenopeo, ha dato i suoi frutti sul figurativo tutto ridondanza e iperbole del barocco.
Ne è nata una grande opera di poesia che, come scrisse Momigliano, "venne fuori dai bassifondi napoletani e dalle regioni dei prodigi".

Sestri Levante, 23/2/02

 
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