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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
EDUARDO DE FILIPPO
Teatro
A cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi. I Meridiani Mondadori, Milano, 2000.

Eduardo (1900-1984) ha scritto più di un centinaio di testi teatrali, frutto di cinquanta e più anni di lavoro. Significa una media di più di due lavori all'anno. D'accordo che i Calderon e i Lope ne scrissero a migliaia, ma le circostanze erano ben diverse e in più Eduardo era tutt'altro che un drammaturgo a tempo pieno: era attore, regista, impresario, uomo di televisione, impegnatissimo e affaccendatissimo. Basta questo a spiegare l'inevitabile discontinuità di impegno e l'evidente disparità qualitativa tra i diversi testi.
Oggi è "politicamente corretto" affermare che Eduardo è stato un grande poeta e ha scritto capolavori. Ma non è così. Eduardo non ha scritto grandi capolavori. Ha scritto un gran numero di pasticci teatrali e fra questi anche alcuni titoli di buona qualità.
Eduardo non è, tuttavia, e non sarà mai considerato, un autore letterario. Con la letteratura italiana non c'entra. È uomo di spettacolo, non di letteratura. Come Dario Fo, anche se il conferimento del premio Nobel sembrerebbe asserire il contrario.
Lo spettacolo richiede un testo e i grandi maestri sacri dello spettacolo questi testi se li scrivono da soli: questo vale per Eduardo e per Fo, grande guitto Fo, grandissimo attore e ancor più grande regista e impresario Eduardo.
Non occorrevano grandi testi a Eduardo: le sue straordinarie capacità di attore e di regista gli consentivano di mettere in scena spettacoli a volte grandi, a volte semplicemente piacevoli, a volte solo decorosi, ma sempre tali da reggere due ore di palcoscenico e da suscitare l'incondizionato applauso finale.
Fu un grande attore, un grande regista, ma un mediocre autore. La sua giovinezza, e fu dedito al teatro fin da bambino, probabilmente fu all'insegna dell'ammirazione e (chi sa?) forse dell'invidia, per i nomi che allora erano celebri in Europa: Pirandello, Ibsen, Strindberg, e Pirandello prima di tutti gli altri, perché era italiano, e perché fu insignito del premio Nobel. Pirandello era enigmatico, era impegnato, era un intellettuale, amava stupire, col paradosso, col problema, con la sfida alle convenzioni, con la denuncia delle apparenze, ingannevoli e ambigue.
Ma Pirandello era uno scrittore, non un attore. Era un letterato. Era titolare d'una cattedra universitaria di letteratura. Aveva una cultura letteraria vastissima. Non Eduardo, uomo intelligentissimo, ma non colto, cresciuto sulle tavole dei palcoscenici, figlio d'arte d'un padre Scarpetta che era, di fatto, un capocomico...
Eduardo cercò tutta la vita di pirandelleggiare, di creare cioè dei drammi che contenessero chi sa quali verità profonde, enigmi sconvolgenti, paradossi eclatanti, problemi irrisolvibili di conflitto tra apparenze e realtà. E quando pirandelleggiava faceva dei gran pasticci. Fu anche inesauribile in questa sua avidità di intenti profondi, in questa ricerca di intellettualismi e di paradossi: inesauribile vuol dire che in ogni suo lavoro teatrale ce ne cacciò dentro a profusione. Non un tema, ma due, ma tre. Chi più ne ha, più ne metta. Per cui alcuni suoi testi sono dei labirinti confusi, contorti, senza un tema conduttore unitario e risentono di un difetto che è un po' la chiave del teatro di Eduardo: il troppo pieno. Per voler dire troppe cose finì, spesso, col non dirne bene nemmeno una.
Persino i lavori più belli risentono di questo difetto di fondo.

Filumena Marturano, per esempio, che è considerato il suo capolavoro, ha due temi ciascuno dei quali poteva autonomamente reggere un dramma. L'amante-serva sfruttata per anni, che vedendosi ora portar via il suo uomo da una giovinetta, s'inventa una malattia e si finge in punto di morte sino a indurre lui a sposarla per risarcirla moralmente di quanto non datole in vita e che poi, una volta sposata, abbandona il letto "di morte" e inchioda il suo uomo davanti al fatto compiuto... È un tema che da solo, nella prima parte della messa in scena, ci dona momenti di grande e bellissima drammaticità. Ma Eduardo non si accontenta, vuole strafare. Ecco allora che il dramma sfocia in un secondo dramma del tutto diverso dal precedente. I due si abbandonano. Il matrimonio appena celebrato si disfa. Filumena adesso rivela una verità lungamente nascosta: ha tre figli e uno di questi è di lui, del suo uomo. La scoperta della paternità è d'un tale tormento morale, per l'uomo, che ora pur di riappropriarsi del figlio sarà disposto a sposarne "davvero" la madre. Ma lei non rivelerà mai quale dei tre figli è il suo. Perché lui "ha da esser padre a tutti e tre". Ci sono momenti di umana e convincente poesia quando il padre interroga i tre ragazzi, indaga sulla loro indole, sulle loro passioni, debolezze, sui loro talenti, per cercare di scoprire se stesso, ma senza riuscirvi, in uno di loro. La scena dell'interrogatorio-conversazione con i tre ragazzi è una scena indimenticabile del Teatro italiano del Novecento, un momento di commovente poesia teatrale, che da solo poteva essere il nucleo tematico di un'intero dramma e che Eduardo disperde invece in poche battute in un lavoro bello sì, ma diluito e un po' confuso nella ricerca del troppo. Una bella commedia, ma due occasioni bellissime mancate.

Il sindaco del rione Sanità e Il contratto sono due pasticciatissime accozzaglie di temi che Eduardo mette insieme affascinato dalla figura del grande patriarca di matrice partenopea, di taglio camorristico nel primo dei due drammi, di taglio truffaldino nel secondo. Entrambi drammi molto confusi, alla ricerca di una unità narrativa che non c'è, né potrebbe esserci, eppure drammi intensi entrambi e, a modo loro, "belli", nel senso che possono reggere, e reggono perfettamente, due ore abbondanti di spettacolo.
Non dimentichiamoci, tuttavia, che Eduardo scriveva lavori teatrali da far rappresentare a se stesso. Quanto mancava al letterato autore del testo teatrale, sapeva abbondantemente rimediarlo il regista e l'attore, sapeva emendarlo, completarlo, arricchirlo, sino a portarlo a messe in scena di inevitabile successo.
Il sindaco del rione Sanità è la storia d'un vecchio camorrista che esercita la funzione di "magistrato" nelle contese fra malavitosi. La sua autorità dovrebbe derivargli dalla sua autorevolezza. Un'autorevolezza che Eduardo cerca con gran sforzo d'affermare, senza tuttavia riuscirvi.
Ne Il contratto, una sorta di "guru" partenopeo s'è inventato un modo tutto suo di metter le mani sulla futura eredità dei creduloni: lui farà resuscitare, dopo morto, chi lo lascia erede. Ma su uno spunto che poteva essere da farsa napoletana il nostro Eduardo cerca di innestare una storia profonda di ipocrisie e di fariseismi nei legami famigliari. Si può piangere e rimpiangere un congiunto morto, solo sino a che è davvero morto. Ma quando rischia di resuscitare, ecco che più nessuno è disposto a riprenderselo. La storia è confusa e pasticciata sino all'inverosimile: si ha l'impressione che l'autore si sia cacciato in un vicolo cieco da cui non può più uscirne, ma non voglia abbandonarla a metà strada e, costi quel che costi, in termini di chiarezza e verosimiglianza, voglia arrivare a calare il sipario strappando un applauso, a qualunque prezzo.

In L'arte della commedia un capo-comico che ha perduto per un incendio il suo teatro itinerante si rivolge per aiuto al prefetto locale: trova solo disprezzo e arroganza burocratica. Allora si vendica pirandellianamente: un succedersi di personaggi cittadini si reca dal prefetto a portare lagnanze e problemi e il prefetto non scoprirà mai se sono reali abitanti della città o guitti del teatro che ne recitano il ruolo. Un brutto Pirandello tirato per le maniche.

Natale in casa Cupiello è un tipico dramma borghese: la figlia del protagonista, sposata, ama un altro uomo e il vecchio padre al termine della sua vita è l'inconsapevole responsabile dell'adulterio, unendo i due amanti con la propria benedizione.

In Gli esami non finiscono mai si ha una lunga, e troppo pretenziosa, biografia sociale, politica, filosofica d'un giovane onesto e di valore in una società ipocrita e falsa, con il finale rifiuto della parola: il protagonista si chiude nel mutismo più assoluto, con gran vantaggio per le doti mimiche e istrionesche dell'interprete.

In Questi fantasmi il solito squattrinato, ingenuo e "naive" protagonista crede che un fantasma gli regali dei soldi con cui sbarcare il lunario: chi gli lascia periodicamente i soldi è invece l'amante della moglie, che sotto le mentite spoglie del fantasma ha libero accesso alla casa.

In Ditegli sempre di sì per rendere inoffensivo un matto lo si asseconda in tutte le sue mattane. Ma chi è più matto: chi lo è davvero o chi gli sta intorno e sta al gioco?

In Non ti pago un defunto comparso in sogno dà dei numeri da giocare al lotto e fa realizzare una gran vincita. Ma è comparso in sogno ad un terzo estraneo, non al legittimo figlio, e questi allora reclama il proprio diritto alla vincita, sostenendo che nella sua apparizione onirica il padre ha semplicemente sbagliato camera da letto: voleva apparire al figlio, ma per un malinteso è apparso in sogno all'altro. È una commedia di grande bellezza e d'un umorismo schiettamente partenopeo e sotto molti aspetti può essere considerata il capolavoro di Eduardo.

In La paura di sempre si ha un altro pessimo rimaneggiamento di Pirandello. In Pirandello, il protagonista di Ma non è una cosa seria, per scongiurare il pericolo del matrimonio, formalmente si sposa. Qui, in Eduardo, per sconfiggere la paura che un congiunto ha della guerra, la famiglia gli fa credere che la guerra c'è davvero, ma senza conseguenze, perché tutto resta normale. Il paradosso pirandelliano ha però sviluppi drammatici di portata ben diversa del pasticciaccio di Eduardo, che si perde, si arrampica nell'inconcludenza, come spesso in molto suo teatro "di pretesa".

La parte più autentica e più valida del teatro di Eduardo sono gli spunti farseschi, il più delle volte di matrice napoletana e, se vogliamo, di legittimata eredità scarpettiana. Purtroppo su questi spunti s'accanisce il nostro autore cercando di nobilitarli, nelle sue intenzioni, con tematiche ibseniane   o pirandelliane che dir si vogliano, cercando cioè profondità filosofiche, sociali, psicologiche che sono al di sopra delle sue capacità e della sua ispirazione. È il "troppo" di cui dicevamo prima, ed è il peccato capitale del teatro di Eduardo.

Spesso la , la grandezza di Eduardo, la trovi non nella sostanza del dramma, non nel soggetto, che il più delle volte è dispersivo, confuso, troppo carico di tematiche, ma nei rivoli collaterali, nei personaggi minori, nelle battute dei comprimari che rappresentano lo sfondo pittorico partenopeo dei suoi drammi e che talvolta sono, a dispetto delle intenzioni dell'autore, il meglio del suo teatro. Un orologi rolex replica italia fondo di realismo ambientale, intessuto o di commozione o di malinconica comicità, che è la parte migliore del teatro di Eduardo e che, però, va cercato nelle pieghe, nei risvolti, nei momenti d'ombra, per così dire, dei suoi soggetti.

Trovi, queste perle, in quasi ogni suo lavoro. Sono attimi. Battute. Colpi di luce. Intuizioni fulminee. Tocchi di pennello con cui distrattamente l'artista completa un quadro nel quale la sua attenzione di autore è impegnata altrove.
Pochi, piccoli esempi, per non rimanere nel vago.
In Questi fantasmi gli unici momenti di deliziosa poesia delle piccole cose sono nei soliloqui del protagonista rivolti, sul balcone dell'appartamento, all'immaginario "professore" dirimpettaio di cortile. La lirica descrizione del caffé alla napoletana è un tocco di classe fatto di niente e che tuttavia resta impresso come un momento indimenticabile del teatro di Eduardo. Eppure il dramma, nelle intenzioni dell'autore, aveva la pretesa d'essere ricordato per ben altre scene, pletoriche e sovraccariche.In Napoli milionaria c'è la frenetica ricerca d'un antibiotico per salvare un bambino moribondo (siamo nei fondi napoletani tra i borsaneristi d'uno squallido e disperato dopo-guerra). Al medico in attesa, un popolano porta un farmaco che non c'entra assolutamente niente. E al diniego del medico, il popolano risponde con un accorato e ingenuo invito alla 'buona volontà', come se dipendesse dall'indulgenza del medico l'accontentarsi di quel farmaco del tutto inutile. È una battuta da niente, che può passare inosservata, me è certamente un cammeo di realismo e di umorismo di prim'ordine in un dramma tra i più belli di  ma come sempre privo purtroppo di un'ispirazione autenticamente unitaria.

È nei particolari, non nella sostanza, che Eduardo sa essere grande. Ma non lo si può dire. Oggi, a vent'anni dalla sua morte, è di moda affermare che Eduardo fu grande e grandissimo. E guai a non convenirne, non è "politically correct"!

Milano, gennaio 2004

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
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