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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
TEOFILO FOLENGO
Baldus
A cura di Emilio Faccioli, con testo a fronte, pp. 942, Einaudi, Torino, 1989.

Venticinque canti, 12.000 e più esametri in latino maccheronico mantovano-padano, un gran minestrone sottoforma di poema che contiene di tutto e di più e che, nonostante la sua sterminata lunghezza, difficilmente si può definire nei suoi argomenti, perché poco unitario, perché vario e composito e perché frutto di rielaborazioni e aggiunte continue, stratificate dall'autore in vent'anni e più di rimaneggiamenti e successive pubblicazioni.
È il Baldus di Teofilo Folengo (1491-1544), contemporaneo del Ruzante, di due generazioni posteriore al Pulci (1432-1484) e al Boiardo (1441-1494) e di una all'Ariosto (1474-1533). Poema d'avventure e di visioni, poema eroicomico, giocoso, scanzonato, parodistico, trasgressivo, sboccato, iconoclasta. Sostanzialmente una divertita presa in giro del poema epico, con una messe di reminescenze omeriche (frequenti similitudini, presenze mitologiche), virgiliane (la discesa agli inferi), dantesche (gran disegni cosmogonici, contrappassi, incontri infernali), ariostesche (avventure, duelli, paladini, situazioni surreali...).
Insomma, c'è tutta l'epica e tutto il contrario dell'epica, nel Baldo, e in più c'è il contrappunto, volutamente spietato e irriverente, alla lirica del dolce stil novo, la donna angelicata, che in Folengo si trasforma - sempre - in donna baldracca e indemoniata.
C'è di tutto in questo poema, ma, stringi stringi, poi ti ritrovi poco in mano, se lo vuoi riassumere e narrare, perché si disperde in tanti piccoli episodi non significativi, perché è pieno di digressioni, di cambiamenti di rotta, di inconcludenze.
Leggerlo in originale, in quel latino maccheronico in cui è stato scritto, è faticoso, faticosissimo, ed è difficilmente comprensibile, ma non per la sua latinità, peraltro divertente e simpaticamente canzonatoria, ma piuttosto per le difficoltà del vocabolario dialettale, vasto, vastissimo, che richiede conoscenze lessicali, oggi perdute, di specificità tutta mantovana e padana.
Splendida, veramente splendida, la traduzione di Emilio Faccioli, pubblicata nel 1989, a trent'anni di distanza dalla precedente, di Giuseppe Tonna, del 1958. Si ricorda, e si dice fosse bellissima, una traduzione di secoli fa in francese, del 1606, ben postuma tuttavia a Rabelais (1494-1553) che di Folengo fu contemporaneo e che al Baldus attinse a piene mani, sia nello spirito che nella sostanza, evidentemente leggendolo in originale.

E ora la domanda di rito: è bello il Baldus? Vale la pena leggerlo, è divertente? La risposta è che sì, il Baldus è bello e divertente, ma no, non vale la pena leggerlo, perché è troppo lungo, dispersivo, e infine, soprattutto nella seconda interminabile parte, quella "visionaria", noioso e ripetitivo. Quando termini la lettura del Don Chisciotte, del Baldus ben più lungo, provi un intimo senso di dispiacere ad abbandonare le picaresche avventure dell'eroe della Mancia. E vorresti che continuassero all'infinito. E così vorresti per il Simplicissimus di Grimmelshausen o il Tyll Eulenspiegel di De Coster, tanto per citare letture di sapore epico-picaresco in qualche modo analoghe. E invece per il Baldus, diciamolo con sincerità, quando dopo 25 canti e dodicimila versi arrivi in fondo, ebbene, tiri un sospiro di sollievo e chiudi il gran libro con un senso di liberazione.
Opportune sarebbero, in questo senso, delle antologie, che valorizzassero le tante parti bellissime del poema e lo salvassero dall'oblio cui diversamente è destinato.
Tentiamo ora di raccontarlo, per consentirne una conoscenza anche a quanti, e sono i più, non ne affronteranno mai la lettura integrale.

Come ogni poema epico anche il Baldus parte con una invocazione alle Muse. Ma non quelle classiche, che sono "minchione", bensì quelle maccheroniche, "pancifiche", che "vengano a imboccare di gnocchi il loro poeta e gli portino cinque o magari otto catini di polenta" (I, 15).
La storia comincia con Baldovina, figlia del re di Francia, "un'altra Pallade quanto al senno, un'altra Venere quanto a bellezza" (I, 92), la quale si innamora di Guidone, discendente di Rinaldo, eroe senza pari, cavaliere straordinario, campione di giustizia, gloria del popolo di Francia. C'è un torneo e Guidone ne è vincitore assoluto. Ma innamoratosi a sua volta perdutamente di Baldovina, Guidone "del tutto vittorioso peraltro non è, bensì vinto dall'amore, i ceppi ai piedi e al collo e le manette alle mani..." (I, 372).
Insomma, i due son persi d'amore: "il cuore di Baldovina brucia nelle sue fornaci e certo non meno di lei va arrosto Guidone dentro le sue budelle..." (I, 542).
Cosa fa Guidone? Quello che fece Sansone ("ubriaco") quando si innamorò di Dalila, più precisamente quando "finì tosato dalla vile puttanella" (I, 573), che in maccheronico suona: "tandem imbriagum vilis putanella tosavit". Guidone cioè durante la notte rapisce Baldovina, se la carica in spalla "e non volle deporla mai più dagli omeri robusti finché tutti e due non furono usciti dai paesi di Francia" (I, 577).
Attenzione, lettore! Delle decine e decine di donne citate nel poema, Baldovina è l'unica, assolutamente l'unica, che non sia dal poeta apostrofata come troia o bagascia o scrofa o puttana o strega o porca...! L'accanimento misogino di Folengo è assoluto, totalizzante, imprescindibile, incrollabile, ubiquitario, tassativo. Ed è, tuttavia, spassoso, sempre, anche all'ennesima reiterazione.

Dunque, quella notte (e siamo al secondo canto) Guidone e Baldovina sono fuggiti. L'indomani, di prima mattina, la città, Parigi cioè, si risveglia e tutti tornano (è uno dei passi famosi e bellissimi del poema) alle usuali occupazioni. "Com'è buona consuetudine ognuno riprende le proprie faccende: la campana richiama gli scolari allo studio dei libri, torna alla Corte il cortigiano con la sua cavalla che cammina di buon passo, torna l'avvocato al palazzo assassino di giustizia; il medico percorre la città scrutando le orine e intanto il notaio si avvia e scrivere i suoi maccheronici verbali; ritornano ai forni i fornai, i fabbri alle fucine e il barbiere ricomincia a molare i suoi rasoi..." (II, 6). È un passo celebre, un esempio dei tanti momenti di incantata poesia del lungo dispersivo poema quando, abbandonando i toni epici, o di parodia epica, il poeta riscopre la sua vena più autentica, ch'è quella di cantore rusticano e realistico della vita quotidiana da strapaese. Qui, in questo passo, vita cittadina, in altri momenti, i migliori, vita rustica di campagna e borgata: contadini, pastori, massaie, animali, vicini di casa, preti frati e parrocchiani, ribaldi e signorotti, zotici e furbacchioni, bambini e casalinghe, sacrestani e commercianti. Qui il passo è breve, brevissimo, si torna subito all'azione, ma merita citarlo proprio perché è il primo incontrato finora fra tanti ed è un assaggio della poetica più autentica del Folengo, la poetica borghese, rusticana, terragna, popolare.
Dunque Parigi si risveglia, il re scopre il rapimento della figlia, s'infiamma, minaccia vendetta, scatena inseguimenti, promette taglie, ma Guidone ormai è lontano e del re non ne sentiremo mai più parlare.
Guidone è andato a Mantova e da lì alla vicina Cipada, un villaggio contadino che è il centro focale dell'intero poema. Perché Cipada? Perché è, nella realtà, il modesto e sconosciuto paese natale del Folengo, il quale, nella scanzonata parodia epica del poema, si diletta nel farne una nuova omerica Ilio o una nuova dantesca Florenza, luogo di partenza e d'incontro di tutte le vicende narrate e celebre patria dei protagonisti del lungo racconto. Raggiunge Cipada ramingo povero e affamato e, per giunta, con la moglie incinta. Lo incontra, gli offre generosamente ospitalità nella propria capanna, lo sfama, un umile, allegro, misero contadino di nome Berto Panada: "tutta la sua gioia e delizia, tutto il suo passatempo, erano soltanto l'orto, nove pecore e sette caprette, un'unica mucca, un asino, un maiale, la gatta e qualche gallina..." (II, 143).
È bellissimo questo secondo canto del Baldus, tutto permeato di delicata poesia bucolica, le intime gioie dell'umiltà e della modestia, l'ospitalità, la generosità, l'accontentarsi di poco, il realismo delle piccole povertà domestiche, la stanga all'uscio, il treppiede, il focolare, lo sgabello, il paiolo, l'olio bollente, la vampa del fuoco e gli occhi annegati nelle lacrime per il troppo fumo della cucina... Splendida la descrizione dell'umile, ma gustosissimo, pasto, in contrapposizione alla descrizione del sontuoso banchetto del primo canto, alla corte del re di Parigi, ove Guidone aveva partecipato, assiso accanto al re, come ospite d'onore vincitore del torneo.
Là, alla corte di Parigi, "fegato avvolto nella reticella", lo "zenzero piccante sopra la gelatina" i "fagiani... cotti a puntino", "la salsa di mandorle" e lo "stufato di carne grassa" e i "capponi lessati" spruzzati "con gocce d'acqua di rose e con zucchero in polvere" (I, 414-429). E qui, nella capanna di Cipada, "sei uova bianche di cui tre una gallina le aveva cagate poco prima: ne mette tre sulla cenere, da bere sudate, tre le prepara per fare una frittatina...". Poi da un catino, "a cui la gatta fa sempre la posta per agguantare la preda" ecco "abbrancato" qualche "pesciolino, sia lasche sia vaironi.. nati dal Mincio che gira attorno alla città di Mantova"... Ed ecco che l'ex figlia di re, Baldovina, "si leva i guanti dalle nivee mani e rovescia le maniche sulle braccia ben candide e tornite, piglia un coltello, disquama i pesci, getta via le porcherie e cava la pelle ai ranocchi come se gli tirasse via le braghesse..." (II, 198) e, sempre Baldovina, "guarda di sottecchi il marito" Guidone e "dimenticando ogni affanno prorompe in una risata senza freno... tenendosi a freno la milza al vedere quanto sia maldestro quel grand'uomo", campione di spada e di lancia, "a maneggiare una padella di cucina mentre il fumo... e il fuoco lo costringono a piangere i suoi peccati..." (II, 215).

È il canto della vita rustica, della pace e della serenità bucolica, questo secondo canto del poema, dove Berto Panada, l'uomo più buono e generoso al mondo, offre ospitalità, soccorso e conforto a questi suoi nuovi amici e dichiara con gioia: "mangio un capo d'aglio, uno solo, molto più in pace di quanto i papi e gli altri grandi signori mangino mille guazzetti..." (II, 319).

Riprende l'azione: già l'indomani quel campione d'eroismo che è Guidone sente l'impellente bisogno d'andarsene in Terra Santa e parte e scompare di scena (ricomparirà, in una breve significativa apparizione, molti, molti canti più in là, trasformatosi in un santo eremita) mentre, quello stesso giorno, Baldovina, rimasta sola in casa, col marito ormai partito e Berto fuori, a lavorare i campi, partorisce un bel bambino di nome Baldo. Sola, con "le doglie che all'improvviso abbrancano le sue viscere", dolorante per "le trafitture che Baldo, non ancora nato, comincia a infliggere da ogni parte", Baldovina si lamenta e chiede aiuto, "però inutilmente, perché soltanto la gatta poteva risponderle gnao..." (II, 453).

Rientra Berto, stanco del lavoro, si scopre "zio" d'un bel maschietto e subito con allegria si dispone a "far da comare" per la puerpera e "da balia per il puttino" e "lavatesi le mani sporche di letame si avvia verso la stalla: tira fuori una capra prendendola per le corna, fa in modo che allarghi le gambe di dietro, munge le mammelle gonfie e riempie di latte fresco una ciotola pulita, dentro vi affetta un pezzo di pane... poi cuoce delle uova... appena raccolte... e così rinfranca la puerpera riempiendo le sue vene vuote di sangue e finalmente restituisce le forze alle sue ossa" (II, 487-497).
Si conclude qui il secondo canto, uno dei più belli di tutto il libro, bello e rappresentativo insieme delle due facce di questo curioso poema, da una parte l'epica smargiassona ed eroicomica alla "Baldo fulmine di battaglia", dall'altra la poetica lirico-realistico-rusticana alla Berto Panada che "lavatesi le mani sporche di letame" munge la capretta per rinfrancare la puerpera.

Baldo cresce rapidamente, bambino prodigio, prodigio di muscoli e di testa. Anche in fasce manifesta tutta la sua combattività dando la caccia a mosche e lucertole e poi, più grandicello, diventa abilissimo nelle sassaiole con i suoi coetanei. Impara precocemente a leggere e le sue letture preferite sono le gesta d'Orlando e Rinaldo, alle quali si infiamma. Intanto Berto Panada - onde evitare che nel villaggio si sparli della sua convivenza con Baldovina - prende moglie e ha un figlio, Zambello, che diventerà (o meglio, dovrebbe diventare, ma Baldo lo sfrutterà senza ritegno...) fratello di Baldo, mentre, subito, la moglie di Berto muore. Baldo ora ha sette anni ed è un "putto che ha la destrezza di un paladino" (III, 228). È violento, combattivo, aggressivo, abilissimo in tutto, di cento volte più abile di qualunque altro monello nel paesino di Cipada e a maggior ragione dei rampolli cittadini che lo guardano dall'alto al basso e non possono tollerare che "un bricconcello di campagna, uno stronzo di Cipada (furfantellus villae, stronzusque Cipadae) debba riuscire vincitore" (III, 243) in gare e dispute. E avviene l'incidente. Baldo vince una gara, l'invidia dei signorini di buona casata porta a una rissa ("in un attimo solo schiva trecento sassate... più di tre ore resiste in quel duro combattimento..." III, 319), è inseguito da un vassallo gaglioffo e spaccone e Baldo, difendendosi, lo uccide. Viene allora a Cipada il bargello con guardie armate ad arrestarlo. Baldo si difende e ferisce a coltellate un paio di sbirri, ma infine viene catturato, legato e condotto in città. Baldovina, la madre, vedendosi portar via il bambino, muore di dolore. E il bambino sarebbe staffilato e incarcerato se non intervenisse a salvarlo l'autorità di un nobile signore, Sordello, che si scandalizza a veder legato in quel modo un bimbo di sette anni e si impone agli sbirri facendolo liberare e portandoselo come paggetto a casa propria.

E siamo arrivati al quarto canto... Pazienza! ...ne abbiamo venticinque, ma non preoccupiamoci troppo, perché su molti andremo di corsa, in quanto noiosi e nient'affatto belli...
Il quarto è il canto della giovinezza di Baldo, fattosi uomo e divenuto indiscusso capo-manipolo di tutte le canaglie e i manigoldi della sua Cipada. "La barba non è ancora del tutto piena e dura di pelo" (IV, 12) e già "frequenta certi compagni e ruffiani e balordi, bravacci, briganti e cagnotti conosciuti coi nomi di tagliacantoni e rosicaferro" (IV, 16) e "in tutta la città non si fa altro che parlare di Baldo che mette paura a tutti con le sue forze smisurate e non si cura né degli dei né dei santi e neppure dei diavoli...e non lo spaventano le spade...e neanche gli sbirri..." (IV, 27).
Chi sono i suoi amici? Il grande Fracasso, discendente di Morgante, un gigante "che di persona misura esattamente... ben quaranta braccia... che a merenda con la sua boccaccia mangiava un vitello... e con le dita riusciva a sradicare querce vecchie di secoli..." (IV, 53-74). Poi Cingar (l'assonanza con zingaro non è casuale) "salsa del diavolo, astutissimo ladro... sempre pronto a truffare... abilissimo nel giocare beffe e burle... che portava sempre con sé una sua bisaccia piena di grimaldelli..." e che già "...tre volte prigioniero era salito sulla forca..." e si era salvato perché Baldo "proprio mentre il boia si teneva pronto l'aveva tirato giù e sottratto di forza alle armi degli sbirri" (IV, 81-106).
 
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