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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CARLO GOLDONI
L'avaro - L'osteria della posta
Stanno in Teatro di societ�, a cura di Enrico Mattioda, Marsilio, Venezia, 1998.

Goldoni ci ha lasciato la bellezza di 120 commedie, due sole delle quali sono atti unici o - come egli scrive - "petites pièces, picciole commedie, picciole per la mole, non già per l'argomento, per l'intreccio o per lo scioglimento... Nella commedia di un atto solo l'azione che si rappresenta dee consumarsi in iscena in quel ristretto tempo in cui un fatto vero potrebbe ragionevolmente accadere...".
Entrambe, L'avaro e L'osteria della Posta, fanno parte del cosiddetto teatro aristocratico o delle commedie di società: pezzi scritti cioè da Goldoni non per la scena pubblica, ma per rappresentazioni private, in villa, messe in scena da attori non professionisti, da aristocratici, per un pubblico d'élite, colto e raffinato. Per cui linguaggio, stile, sintassi, sono meno popolari del solito, e si sente. E pochi sono i personaggi, proprio al fine di consentire una rappresentazione facilitata, destinata a piccole compagnie di dilettanti o "filodrammatici". Entrambe le commedie sono molto piacevoli ed ebbero buona fortuna, addirittura con numerose traduzioni in francese, inglese  spagnolo, tedesco, e persino catalano, russo, croato...
In Italia sono state "riscoperte" nel '93 in occasione del bicentenario della morte e messe in scena insieme, a Vercelli (dove nella finzione scenica si svolge "L'osteria della Posta"; l'altra, "L'avaro", si svolge a Pavia).
Entrambe, come moltissime delle commedie di Goldoni, sono d'argomento "nuziale": una donna da maritare, più pretendenti, qualche contrasto, un lieto fine. Entrambe perfette nella costruzione e garbatissime nel linguaggio.

Ne L'osteria della Posta c'è un marchese Leonardo, torinese, che ha accettato un matrimonio propostogli da amici con una ragazza milanese, senza averla conosciuta, la contessina Beatrice. "Mi tiene un poco in pensiere il non aver ancora veduta la sposa..." risponde il marchese all'amico che gli domanda "Come vi siete indotto ad obbligarvi a sposare una giovane senza prima vederla?". Ma la conclusione è che "il matrimonio non è che un contratto: se c'entra l'amore è una cosa in più". E tuttavia il marchese muore dalla voglia di conoscere la ragazza, per cui parte con l'amico alla volta di Milano. Si fermano a riposare in una locanda a Vercelli ove incontrano  diretti all'inverso, da Milano a Torino, un papà conte Roberto con una figlia Beatrice.
E si tratta, il marchese scopre, della sua promessa sposa. La quale è in viaggio verso Torino con lo stesso scopo: incontrare il promesso marito prima delle nozze, conoscerlo e giudicarlo, col proposito, molto controtendenza all'epoca, di accettarlo solo se di suo gradimento. È una ragazza volitiva ed emancipata e non sposerà un uomo che non dovesse piacerle.

Il marchese non si rivela. Si finge un amico che lo conosce a fondo e lo descrive alla ragazza mettendola in guardia da alcuni suoi difetti di carattere. C'è a complicar la vicenda uno spasimante milanese che è corso dietro alla ragazza contro la sua volontà. Un po' di piacevolissime schermaglie di carattere ("Ditemi coll'usata vostra sincerità, s'io fossi colui che vi è destinato in sposo, potrei lusingarmi di essere da voi gradito?") e poi il lieto fine: i due si piacciono e decidono, questa volta con cognizione di causa, di sposarsi.

Anche ne L'avaro c'è una ragazza da maritare. È la nuora Eleonora, rimasta vedova, del giovane figlio di un avaraccio. Come unico suo parente, è il suocero don Ambrogio ad avercela in casa.
Vorrebbe darla in sposa per evitare le spese di mantenimento (e sostiene, a torto, che la ragazza, in cuffie, lustrini e nastri, costa un occhio della testa) ma è fra l'incudine e il martello perché, dice: "vorrei liberarmene, ma quando penso che ho da restituire la dote mi vengono le vertigini... Se sta meco, mi mangia le ossa; se se ne va, mi porta via il cuore..."
In realtà ci sono già tre spasimanti, nessuno dei quali spiacerebbe alla ragazza: il problema è che Eleonora vorrebbe l'assenso del suocero il quale suocero è però talmente avaro da anteporre, nella scelta, la rinuncia notarile, da parte del pretendente, alla restituzione della dote. È un avaraccio d'un cinismo che raggiunge il comico "Ecco qui, in un anno, dopo la morte di mio figliuolo, ho avanzato due mila scudi: è grande l'amor di padre, ma il danaro è pure una bella cosa!" ed è una volpe nel trattare tutto con tutti: "...se mai voleste domandarmi danaro in prestito, vi prevengo che non ne ho", dice - sospettoso - ad uno dei pretendenti che gli ha chiesto un colloquio ma quando scopre che questi no, non chiede prestiti, allora s'affretta a offrirsi come usuraio "mi consolo che non ne abbiate bisogno, ma se mai, o per voi o per altri, venisse il caso, sapete dove avete a ricorrere: ho qualche amico da cui con un'onesta ricognizione potrei compromettermi di qualche centinaio di scudi..." E ha dell'avarizia un suo rolex replica concetto tutto personale: "l'avaro non è quegli che cerca di mantenersi quel che possiede, ma colui che vorrebbe avere quel che non ha...", per cui avaro non è lui che non vuole restituire, come di consuetudine, la dote della nuora, ma avaro, anzi avaraccio, è chiunque la chieda in sposa e pretenda d'avere il dovuto.

Dopo aver civettato, la nuora, con tutti i suoi pretendenti e dopo aver ciascuno dei pretendenti trattato in modo più o meno aggressivo e arrendevole la questione dote con il suocero, la storia si conclude con il matrimonio con quello dei tre che trova un astuto compromesso: "senza liti: che questa dote rimanga nelle mani di don Ambrogio fino ch'ei vive e dopo la di lui morte istituisca donna Eugenia erede sua universale..."
"Non mi toccate niente: son contentissimo..." dichiara don Ambrogio. "Egli ha trovato il filo per trarmi dal labirinto: sua deve essere la conquista..." conclude Eugenia che intanto si è innamorata dell'astuto pretendente...
E, per finire, il pretendente scornato si prende dell'avaro da don Ambrogio per non aver saputo, anche lui, proporre una soluzione altrettanto vantaggiosa per le parti...

Graziosi, piacevoli, eleganti, ben costruiti: cos'altro si può dire di questi due atti unici che a modo loro sono due gioiellini sia da leggere sia da portare in scena? E si rimane come sempre, di fronte a Goldoni, esterrefatti per la capacità d'invenzione, per la bellezza del linguaggio, per la pulizia garbatissima della forma, per il nitore dell'intreccio dove c'è tutto il necessario e non una parola più del necessario...
E tuttavia... E tuttavia Goldoni non commuove. Non suscita emozioni. Non risveglia passioni. Non accende. E come nel campo del comico suscita sì molti garbati sorrisi, ma quasi mai la fragorosa risata, quella liberatoria, così nel rapporto con lo spettatore-lettore suscita ammirazione, ma mai partecipazione sentimentale. Perché?
Perché è un grandissimo e abilissimo mestierante, uno dei più grandi del teatro, ma non è un poeta. Crea col cervello, non con il cuore. È piacevolissimo, ma non infiamma. E ogni volta che ti lasci trascinare dall'ammirazione per una sua commedia ti torna il pensiero all'altro veneziano quasi suo contemporaneo che divenne, come lui, famoso in Europa e ammiratissimo e pur scrisse, se si vuole, forzando un po' il giudizio, 252 volte lo stesso concerto per violino...
No, forse non è proprio così né per Goldoni, né per Vivaldi, tuttavia qualcosa di strano dev'esserci se per 200 e passa anni Vivaldi fu quasi dimenticato e se a duecento e passa anni dalla morte ancora non c'è, in Italia, un'edizione nazionale di tutto il teatro di Goldoni.

Sestri Levante, 17-19/8/01

 
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