Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CARLO GOLDONI
La bottega del caff�
Introduzione di Luigi Lunari, pp. 190, BUR, Rizzoli, Milano, 1997.

Vediamo di capire cos'è Goldoni.
Goldoni è uno dei grandissimi del Teatro, pur non avendo mai scritto un capolavoro di quelli che puoi definire "capolavori universali". Capolavoro è l'intera sua opera, nel suo insieme, uniformemente bella, tutta, senza gran punte, gran spicchi, e senza, di converso, lavori minori o cadute.
Si usa dire, scolasticamente si usa dire, che il suo capolavoro sia La locandiera. Ed è forse un errore, perché così facendo leggi La locandiera e t'aspetti di trovare appunto "il capolavoro". Cioè l'emozione della replica longines grande poesia. Mentre non è così.
Goldoni è l'uomo delle tante bellissime piccole emozioni. Tantissime. Mettile insieme tutte e hai la grandezza di quest'uomo la cui vita e la cui opera è tutta insieme un unico e grande capolavoro.
Ma oltre che un grande, Goldoni è anche un innovatore, un vero e proprio padre fondatore del Teatro moderno, una sorta di rivoluzionario. In un certo senso è l'inventore del Teatro moderno.
E vediamo di capirci: ne è l'inventore  se per Teatro moderno intendiamo il Teatro borghese. Quello che narra storie prese dalla vita d'ogni giorno della gente comune. Attenzione: è importante!
Prima di Goldoni il Teatro era fatto sostanzialmente di due tipologie: la tragedia e la commedia. La tragedia narrava di eroi e superuomini. Grandi personalità. Grandi passioni. Grandi eventi. La commedia era comica e d'intreccio e aveva per scopo quello di far sghignazzare. Sghignazzare, non sorridere. E da che mondo era mondo era fatta di intrecci abbastanza tipicizzati con personaggi tipicizzati (che a volte, addirittura, erano maschere). Il buono, il cattivo, l'avaro, l'avido, l'assatanato di femmine, il servo affamato, quello stupido, quello più furbo del padrone, la sgualdrinella, il ladro, il credulone, il babbeo. Eccetera.
Gli ingredienti, in sostanza, e molto-molto generalizzando (il che non si dovrebbe mai fare...) eran sempre gli stessi.
Fino a Goldoni, più o meno, il mondo del Teatro è sempre andato avanti così. Per tipologie più o meno avulse dall'ambiente e dalla realtà storica dell'epoca in cui le commedie erano scritte. Tant'è vero che spesso le storie venivano ambientate in un contesto "classico", Atene per esempio, anche se scritte mille o duemila anni dopo.
Goldoni fa una vera e propria rivoluzione. Il suo Teatro, che abbiamo definito borghese, porta in scena, invece, la vita reale del suo tempo. Quella borghese, quella di strada, quella che vedi se ti affacci dalla finestra a spiare il tuo vicino di casa. I personaggi di Goldoni sono i personaggi del Settecento veneziano. Di più: è la borghesia del Settecento veneziano, la gente reale, quella gente che non è mai entrata (solo rare, ben precise e additate le eccezioni) nell'epica letteraria, nel Teatro, nella poesia, nella mitologia, nelle pagine della storia.
Che ci fa un fornaio in letteratura? Nulla. Non c'è mai stato posto per un fornaio in letteratura. In letteratura c'era posto per Apollo o Macbeth, per numi e per principi, non per un fornaio.
Ebbene, Goldoni riempie le sue commedie proprio di fornai. Intesi come gente comune tolta di peso dalla vita d'ogni giorno e del suo tempo.
Ma c'è di più. C'è ancora di più.
Goldoni inventa il carattere. I fornai non sono tutti uguali. C'è quello laborioso e quello pelandrone, c'è quello iracondo e quello pacioso e poi c'è quello che non è né iracondo né pacioso, è una via di mezzo tra l'uno e l'altro. Che è normale, insomma, come lo siamo tutti noi, con i nostri chiaroscuri, le nostre mezzetinte. Ecco, questi sono i personaggi di Goldoni: gli esseri umani comuni che puoi incontrare ogni giorno e dappertutto. Prima non avevano accesso al Teatro, dopo Goldoni non solo hanno avuto l'accesso, ma l'hanno proprio riempito, il Teatro. E oggi, in un certo senso, ne sono gli esclusivi abitatori. Nelle storie della letteratura, quella del Goldoni la si chiama "la riforma del Teatro". Riforma che Goldoni non ha realizzato alla sua prima commedia, ma con una certa inevitabile gradualità. Schematicamente si può far data a partire dall'anno 1750. Quel famoso anno in cui è morto Bach e altrettanto schematicamente rappresenta la fine del Barocco in musica.
Il 1750 è un anno particolarissimo per Goldoni perché in quell'anno superò se stesso scrivendo ben 16 commedie nuove. Sedici: vuol dire che praticamente ogni tre settimane sfornava una commedia.

La bottega del caffé è una di queste. È una commedia con alcune peculiarità formali che la rendono atipica fra le cento e più scritte dal Goldoni. Atipica nel titolo e atipica nella storia. I titoli di Goldoni generalmente si rifanno al personaggio protagonista e le storie generalmente sono unitarie, narrano cioè la vicenda del protagonista. Qui invece il titolo è d'ambiente e la storia anche è anomala, perché è corale, collettiva, d'insieme.
C'è Eugenio, un marito che si gioca tutte le sue fortune a carte e trascura la moglie. C'è Flaminio, un baro che ha piantato la moglie Placida a Torino e si è rifugiato a Venezia sotto il falso nome di conte Leandro. C'è Pandolfo, un biscazziere lestofante pronto a tutte le mascalzonate, anche all'usura. Poi c'è un barista, come diremmo oggi, proprietario di una bottega di caffé, saggio, equilibrato, generoso, che si prodiga per far del bene a tutti, in modo particolare a quello sventato di Eugenio. E c'è infine Don Marzio, il maldicente, la malalingua, il primattore, il protagonista spettacolare della Commedia, il personaggio che questa commedia, fatta di niente, rende memorabile.

Vediamola più da vicino la storia.
Siamo nella Venezia del Goldoni, quella che lui incontra scendendo di casa. Siamo per strada, anzi, in una piazza, un "campiello", su cui s'affacciano una bottega del caffé, una locanda, una bisca malfamata, una casa in cui abita una ballerina un po' avventuriera ma non troppo.
Don Marzio è il solito sfaccendato che passa le giornate a ficcare il becco dappertutto, a criticare tutto e tutti, a spettegolare a destra e a manca. Se ne sta seduto ai tavolini del Caffé di Ridolfo e litiga persino su che ora è. Guai a contraddirlo, anche sul fatto dell'ora, perché il suo orologio "va sempre bene e non fallisce mai" anche se è avanti di due ore (I, 3). Ed è curioso come una scimmia: "Dimmi: sai niente tu di quella ballerina che sta qui vicino? A me lo puoi dire. Sai chi sono; io non parlo. Il conte Leandro la pratica?" (I, 5).
Ovviamente appena ha conferma che sì, il conte Leandro pratica la ballerina, don Marzio subito ci ricama su e si inventa una storia per cui Leandro è il magnaccia che sfrutta la ballerina la quale "...per cagione di lui è costretta a fare quello che non farebbe..." (I, 6). Arriva in quel momento, è mattino presto, dopo una notte passata al tavolo da gioco, Eugenio, un onesto ma imprudente mercante di stoffe che si sta rovinando alle carte e sta perdendo, oltre al proprio denaro, anche l'affetto della moglie, disgustata dal suo comportamento.
Eugenio, quella notte, ha perso un capitale e in più ha contratto con Leandro un debito di gioco di 30 zecchini. "Sentite, per salvare la vostra riputazione, son uomo capace di ritrovare trenta zecchini" (I, 8) gli propone l'infido Pandolfo, il biscazziere, il quale vive barando, aiutando i bari e in più spolpando con l'usura i poveretti già spennati. Ma Ridolfo, il buon caffettiere, impedirà che Pandolfo speculi ben due volte su Leandro, applicandogli l'usura su quanto ha perso. Ridolfo si incarica di vendere le stoffe di Eugenio, le vende bene e recupera per lui il denaro necessario a pagare i debiti. Non solo: fa da mediatore con la moglie, cerca di indurre Eugenio a ragionare, lo richiama, cerca di richiamarlo, ai suoi doveri di marito e di mercante. A complicare la situazione e a introdurre nella crisi coniugale di Eugenio anche la gelosia, ecco che arriva da Torino una donna - è Placida, la moglie abbandonata dal falso conte Leandro - in cerca del marito, travestita da pellegrina. Don Marzio che "ha poco da pensare ai fatti suoi, e per questo pensa sempre a quelli degli altri..." (I, 10) provvede immediatamente alle sue maldicenze. Prima afferma di riconoscere nella pellegrina una sgualdrinella abituale, "una che veniva l'anno passato a questo caffé ogni sera, a frecciare questo e quello" (I, 16) e poi subito si attacca alla moglie di Eugenio e le fa credere che il marito abbia una tresca con la pellegrina: "...è qui in questa locanda con un pezzo di pellegrina, ma coi fiocchi... L'ha veduta, gli è piaciuta, ed è entrato subitamente nella locanda..." (I, 17).
Ora ai drammi coniugali fra Eugenio e la moglie s'aggiungono quelli fra la pellegrina Placida e il marito Flaminio che lei facilmente riconosce nel sedicente conte Leandro, giocatore, avventuriero e baro, socio in malaffare del biscazziere Pandolfo.
A risolvere tutti i nodi che l'intreccio goldoniano crea, sempre avendo per punto focale le maldicenze di don Marzio, giungono gli sbirri. Agenti in borghese si presentano al caffé di Ridolfo a cercare d'avere informazioni sul biscazziere Pandolfo, reo d'essere baro e di giocare con carte truccate. Ma dove nasconde le carte, la prova del suo reato, l'infido Pandolfo? "In un ripostiglio sotto le travature..." dichiara subito don Marzio agli agenti in borghese, e rincara la dose "è un ridotto di ladri" è "un baro solennissimo", "quanti capitano, tutti li tira nel trabocchetto..." (III, 11).
Il biscazziere viene arrestato e sarà imprigionato, grazie alla delazione appunto di Don Marzio, che un attimo prima gli professava   amicizia e gli offriva protezione. Eugenio si ravvede e torna con la moglie e anche il falso conte Leandro mette la testa a partito, abbandona la ballerina sua amante e si riprende la legittima consorte, mentre il perfido Don Marzio, smascherato in tutte le sue maldicenze, è costretto a recitare il mea culpa: "tutti m'insultano, tutti mi vilipendono, niuno mi vuole, ognuno mi scaccia... Ah sì, hanno ragione; la mia lingua, o presto o tardi, mi doveva condurre a qualche precipizio...!" (III, 26).


Il lieto fine è d'obbligo in Goldoni, lieto fine che è anche morale finale: premiati sono sempre i giusti, puniti i malvagi, si ravvede chi ha sbagliato. Fine morale che nulla toglie, mai, al soffuso realismo di tutte le commedie goldoniane, un realismo fatto non tanto di intrecci verosimili (gli intrecci sono sempre intrecci, teatralmente forzati) quanto di minuti particolari che hanno sempre il fresco sapore del quotidiano... Il biscazziere che tira a non pagare il caffé, i clienti si rubano le tazzine, le chiacchiere oziose di fantapolitica al bar, le discussioni sulla qualità del tabacco, le vecchiettine che non hanno i soldi per comprarsi la legna d'inverno e che pure a una tazza di caffè non sanno rinunciare...
È il piccolo mondo borghese che fa il suo ingresso sulla scena del Teatro ed è il Teatro che diventa piacevole intrattenimento, garbato, sorridente, semplice.

Questo è Goldoni. Un acquerellista di tinte tenui che ritrae paesaggi, situazioni, ambienti, comuni e tranquilli. Che volta le spalle alle grandi passioni e ai grandi eventi. Che porta in scena la vita reale. Quella scolorita d'ogni giorno, non quella a grandi tinte. Ma quella vera, non quella enfatica del grande Teatro. E trattando di cose piccole riesce ad essere un grande autore.

Milano, 6/3/03

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1
1