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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CARLO GOLDONI
La famiglia dell'antiquario o sia La suocera e la nuora
I Millenni, pp. 85, Einaudi, Torino, 1996.

In una casa di nobili squattrinati e scialacquoni entra una ragazza, Doralice, figlia di un mercante, Pantalone, non nobile, ma pieno di buon senso e di denari e porta una mega-dote di ventimila scudi. Entra come nuora, sposando Giacinto, il figlio del conte Anselmo e della contessa-suocera Isabella.
E tra suocera e nuora è subito guerra, senza quartiere. Tanto più favorita dal fatto che il conte Anselmo, assolutamente minchione, ha del tutto derogato dai suoi doveri di capo della casa e si dedica, in modo maniacale, a costruirsi, a suo dire, un museo di preziose antichità, in realtà ciofeche prive d'alcun valore che egli compra a caro prezzo da bricconi pronti ad approfittare della sua dabbenaggine.
Su questo impianto narrativo il nostro Goldoni mette in piedi una deliziosa commediola tutta pepe e spasso, giocata su una serie di temi superclassici, veri e propri topos della commedia d'ogni tempo, che sono appunto la conflittualità tra suocere e nuore, la creduloneria, la ribalderia dei servitori  la piaggeria dei cortigiani, e infine lo scontro fra il buon senso plebeo e la vuota fumosità dei nobili.

Vediamola un po' da vicino, questa deliziosa commedia.
La scena s'apre col conte Anselmo tutto goduto e felice perché il suo "museo a poco a poco si renderà famoso in Europa" (I, 1): ha infatti appena acquistato, il babbeo, due nuove medaglie che non se n'è "mai veduta una più bella" e questo lo appaga sopra ogni altra cosa e lo distoglie da tutto il resto. Incurante d'ogni altro problema dà ordine al suo servo Brighella di pagare i diversi debitori che battono alla porta, pescando a piene mani dalla dote della nuora, e elargisce soldi alla moglie, l'altera e odiosa contessa Isabella, per riscattare un gioiello dato in pegno ad un usuraio ebreo.
E mentre suocero conte e suocera contessa scialacquano il denaro ricevuto dalla nuora, questa, la poverina, si lamenta petulante col marito Giacinto, il contino, perché "vi pare una bella cosa che io non abbia nemmeno un vestito... ch'io debba stare confinata in casa perché non ho vestiti da comparire?..." (I, 5).
In parole povere il denaro della dote, a quell'epoca, entrava nel patrimonio della famiglia ed ecco che la poveretta, se vuole un abito elegante, appunto, per "comparire" in pubblico, deve batter cassa alla famiglia per averlo. Ma conte e contessa, così prodighi nello spendere per i propri personali capricci, non ci sentono proprio se si tratta di pagar un abito alla ragazza.
Giacinto, il novello sposo, va a perorare la causa del vestito nuovo, con la madre: "A una sposa che ha portato in casa ventimila scudi mi pare che sia giusto di far un abito..." (I, 10) e questa risponde che "per la comparsa che deve fare è vestita anche troppo bene..." (I, 10) ed anzi , un abito non serve proprio, perché la nuora è meglio se ne stia "sempre in casa, ritirata, senza farsi vedere da chi che sia..." (I, 10).
La nuora, Doralice, ha ventiquattro anni e ha un caratterino pungente e velenoso anche lei, come quello della suocera. Non ammette che la si tenga nascosta in casa solo perché lei non è nobile ed è figlia di un mercante e men che meno ammette che sia ancora la suocera, in casa, a farla da padrona. Sarà pur contessa, la suocera, ma quando s'era lei sposata aveva portato in dote solo duemila scudi, contro i suoi ventimila, e poi, ora, contessina lo è pure lei, avendo sposato il contino Giacinto. E per prendere possesso del territorio cosa fa? Convoca nella propria stanza, con far da padrona, la servetta Colombina, per darle ordini. La qual Colombina, altera servetta da lungo tempo al servizio dell'altera contessa, no, non accetta proprio che padrona lo sia anche la contessina. Ne nasce un alterco del genere "padrona sono anch'io e voglio essere servita o ti caccerò via... impertinente!" cui Colombina risponde: "A me impertinente? A me che sono dieci anni che sono in questa casa?che sono più padrona della padrona medesima?" (I, 8) e che finisce con un sonoro schiaffo. Apriti cielo! La nuora ha schiaffeggiato la cameriera della suocera! "Indegna, petulante, sfacciata! Me la pagherà, me la pagherà, giuro al cielo che me la pagherà!" (I, 13) minaccia inviperita la suocera . e "l'offesa è gravissima e merita risarcimento...!" (I, 14) conferma indignato il Cavaliere del Bosco, un cicisbeo che le fa da cavalier servente, adulandola e soddisfacendo ogni suo capriccio.
Ora, mentre l'incidente dello schiaffo monta su se stesso e alza ed alza la temperatura del conflitto tra le due donne, cosa fa nel frattempo il conte Anselmo, quello che dovrebbe mettere a tacere le beghe tra le donne e la servitù e far rigar dritta la casa intera e la famiglia? Cosa fa il nostro conte? Si fa imbrogliare dal proprio servitore, Brighella, il quale, invidioso del vedergli intorno tanti bricconi che lo bidonano con patacche finto-antiche vendutegli a caro e carissimo prezzo, decide di mettersi in proprio e di imbrogliarlo direttamente lui, il suo padrone: "Za che el vol andar in malora, l'è meggio che me profitta mì che un altro..." (II, 9). Si mette in combutta con l'amico Arlecchino, lo veste da antiquario armeno, e lo istruisce a puntino: " V'ho vestido con sti abiti, e v'ho fatto metter sta barba, per condurve dal me padron, dargh da intender che sì un antiquario, e farghe comprar tutte quelle strazzarie che v'ho dà. E poi i denari li spartirem metà per uno" (I, 16).

La scena è farsesca. Con un Arlecchino che parla armeno a suon di "salamin, salamun, salamà" e un Brighella autoproclamatosi interprete ("mi intendo un pochetto l'armeno") che gli risponde "churich, maradas, chiribara" (I, 17) i due vendono al conte per uno sproposito di cifra di "quatordese zecchini" un "lume eterno trovà nelle piramidi d'Egitto, nel sepolcro di Tolomeo" (I, 17) che si rivelerà poi, alla resa dei conti, una miserabile "luse de oggio che val do soldi" (III, 4).
Padron di casa menefreghista e minchione, servi bricconi, suocera e nuora inviperite, servette intriganti che mettono l'una contro l'altra la suocera e la nuora, cavalier serventi e cicisbei che assecondano e rintuzzano la rivalità fra le due donne: in un tal caos e con l'economia della casa che va a rotoli per spese e debiti, non c'è che una persona che possa salvar la situazione: il padre di Doralice, il ricco mercante Pantalone, ignorante tanto da non saper manco parlar italiano, ma ricco di buon senso, di prudenza e di cognizioni economiche. Tratta con la propria figlia, tratta con la suocera, smaschera il briccone Brighella e il suo compare Arlecchino, apre gli occhi al conte portandogli  un vero esperto d'antiquariato che gli testimonia che tutto il suo decantato museo d'antichità altro non è che strazzonerie, butta fuori di casa i cavalieri serventi delle due donne, la vecchia e la giovane, smaschera gli intrighi di Colombina che per guadagnare mance s'è messa a spettegolare male alla suocera orologi replica svizzeri italia della nuora, e alla nuora della suocera, e ottiene infine che l'intera direzione della casa, contratto alla mano, sia definitivamente affidata, e incondiziontamente, a lui.

Li metterà tutti in riga, amministrerà per loro conto le loro sostanze, eviterà la rovina della casa e farà la felicità della sua figliola, che "non gh'ho altri a sto mondo che tì..." (I, 19).

Goldoni era un raffinatissimo scrittore capace nell'uso della lingua (quella italiana, quella veneziana, quella francese) più di ogni altro nel nostro Settecento letterario. Un letterato raffinato al massimo grado. Ma ancora più grande è come uomo di teatro. Il palcoscenico, le entrate e le uscite di scena, l'intercalare di battute palesi e di battute "tra parentesi", dette come pensieri ad alta voce, i movimenti degli attori... tutto questo l'aveva nel sangue come pochi, pochissimi altri commediografi in Europa, pari e forse superiore persino al grande Molière, che pure era attore e regista di se stesso. Un esempio? C'è qui, in questo "La famiglia dell'antiquario", una scena, la sesta del terzo atto, che è un sarabanda, una giostra d'andirivieni, un quintetto rossiniano di movimenti corali a più voci, un entra, esci, ritorna, esci ancora, che da sola vale l'intera commedia.
Teatro vero, quello di Goldoni, scritto per essere rappresentato, non per essere letto, vero e proprio "spettacolo" nel quale la parola, la battuta, pur sempre sapientissime, non sono che uno degli elementi, e non sempre il più importante, di quel grande gioco d'insieme che è una commedia di successo.

Milano, 29/10/07


 
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