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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
BATTISTA GUARINI
Il pastor fido
A cura di Elisabetta Selmi, introduzione di Guido Baldassarri, pp. 476, Marsilio Editori, Venezia, 1999.

Il dramma pastorale è un po' una stranezza letteraria, a ben guardare. Cosa vuol dire dramma pastorale? E una storia in cui i protagonisti sono pastori. Perché pastori e non fabbri o conciatori di pelle o pescatori?
Ripartiamo da capo e cerchiamo di capirlo. La prima delle attività umane si presume sia stata la pastorizia. Prima ancora dell'agricoltura. Perché l'agricoltura richiedeva vita stabile, residenza permanente, studio e comprensione dei fenomeni naturali, lavoro strumentale, programmazione Era già un uomo evoluto quello che poteva fare tutto questo. La pastorizia invece era nomade e facile, all'altezza dell'uomo più primitivo.
La consapevolezza che la pastorizia sia stata la prima delle attività inventate dall'uomo è antica quanto l'uomo stesso. Non è una scoperta dei nostri antropologi d'oggi: lo sapeva già l'uomo di mille e mille anni fa, civile, alfabetizzato, colto, letterato, dedito alle arti, l'uomo della cultura ellenistica per esempio.
Ed ecco che i primi romanzi della nostra cultura occidentale sono pastorali, come, ove i protagonisti sono pastori.
Perché? Perché già due millenni fa c'era quel senso di stanchezza e di rifiuto dell'oggi, moderno, caotico, stressante, che portava, nei sogni almeno, a vagheggiare il mito d'un passato paradisiaco di pace, di buoni sentimenti, di serenità, di zampogne e flauti, di natura.
In sostanza: il tema letterario del pastorale nasce tra i primi temi letterari come fuga nel sogno, nell'ideale, nella bellezza, nel nostalgico rimpianto di un passato idealizzato rispetto alla vissuta tristezza dell'oggi. Vita pastorale come mito del paradiso perduto. E nel paradiso primitivo c'erano i pastori, non i fabbri  i conciatori di pelle e i pescatori, i quali tutti arrivarono ben dopo e furono portatori di civiltà, cioè di stress...
A latere d'ogni forma di letteratura e d'arte questo mito del ritorno al primitivo, al pastorale, c'è sempre stato. Ogni volta che un poeta o un pittore sbuffa per la tristezza e il peso dell'oggi, ecco che vagheggia un passato di idealizzate delizie, ecco che prende il pennello o la penna e comincia a dipingere o descrivere prati, pecorelle, allegri pastori, ruscelletti, flauti.
Il tutto diventò, "genere", genere letterario. Oggi non c'è più, in forma diretta, ma ebbe momenti, il pastorale, di gran splendore, con corsi e ricorsi nel volgere dei secoli. In gran voga nel periodo del Rinascimento quando divenne addirittura una "scuola" con i suoi capiscuola, le sue regole, le sue accademie. Era l'Arcadia. Arcadia era una regione dell'antica Grecia dedita alla pastorizia. Fu il titolo di un romanzo pastorale del Sannazzaro e dette il nome al movimento letterario che ne seguì. In teoria l'Arcadia dovrebbe anche essere una reazione al classicismo, ma non lo è. Anzi, all'opposto, è una forma esasperata di classicismo. La poesia pastorale si rifà a piene mani a tutto ciò che è classico rispolverando i miti, i personaggi, i nomi, i luoghi di tutta la cultura ellenistica. Ebbe un gran successo, il pastorale, nel Cinquecento: prese le mosse in Italia e si diffuse in tutta Europa. Tra i primi, in campo teatrale, ci fu il Tasso, con l'Aminta, indiscusso capolavoro del genere. Ma il più celebre dei drammi pastorali fu, pubblicato nel 1590, Il pastor fido, del Guarini.
Divenne un best-seller: si contano ottanta edizioni in pochi anni e fu tradotto, già all'epoca, in tutte le lingue letterarie europee, diventando, a buon diritto, il padre della drammaturgia pastorale che ne seguì.
Che cos'è Il pastor fido, al di là della sua pastoralità, che poi è più di cornice che non di contenuto? Oggi la definiamo una tragicommedia: premessa e contenuti da tragedia che si risolvono poi in un lieto fine. Generò discussioni sterminate, all'epoca, se fosse tragedia, se fosse commedia, se avesse o no fini edificanti ed educativi, se rispettava o non rispettava le regole aristoteliche... Se ne discusse per un secolo intero, fino al Settecento.
Oggi Il pastor fido è fra quei monumenti minori della letteratura italiana che costituiscono oggetto di studio e rimangono cristallizzati e dimenticati negli scaffali delle biblioteche. Chi più lo legge?
Pesa, alla fortuna de Il pastor fido, anche l'estrema lunghezza del testo, quasi 7.000 versi, contro i 2.000, per esempio, dell'Aminta del Tasso. Impossibile rappresentarlo a teatro: e un dramma teatrale costretto alla sola lettura e impedito alla rappresentazione è sempre destinato all'oblio.
Dimentichiamoci, dunque, di poterlo godere in scena e proviamo ad affrontarne la lettura.

È una storia d'amori, un matrimonio che s'ha da fare contro la volontà degli sposi, ciascuno innamorato d'altri partner, che si conclude poi favorevolmente: ognuno sposa chi davvero ama e torna la letizia generale.
Ma ben complicata, questa storia, dal fatto che il matrimonio s'ha da fare per volere divino, per placare l'ira di Diana che da tempo esige ogni anno un tributo di sangue dalle terre d'Arcadia, per vendicare un'antica offesa ricevuta da un proprio sacerdote.
Si chiamava Aminta il sacerdote di Diana: "un nobile pastor chiamato Aminta, sacerdote in quel tempo, amò Lucrina, ninfa leggiadra a meraviglia e bella, ma senza fede e vana..." (I, 389). Lucrina è un'infedele, innamora di sé e illude Aminta e poi lo tradisce e lo pianta in asso. Aminta si dispera e chiede a Diana d'esser vendicato. E Diana lo vendica pesantemente: "prese l'arco possente e saettò nel seno de la misera Arcadia non veduti strali ed inevitabili di morte..."(I, 419).
Per placare Diana è necessario che Aminta sacrifichi Lucrina sull'altare della dea. Il che avviene, ma cosa fa Aminta? Come ordinato da Diana pugnala Lucrina sull'altare, però, amandola e non volendo più vivere senza di lei, con lo stesso pugnale uccide se stesso: "ferì se stesso e sul sen proprio immerse tutto il ferro ed esangue in braccio a lei, vittima e sacerdote, in un cadèo" (I, 454).
Diana si placa, ma non del tutto. Smette sì di far strage, con le sue frecce, della popolazione d'Arcadia, ma esige che ogni anno le sia sacrificata sull'altare una fanciulla. Per por termine anche a questa maledizione c'è un vaticinio: "non avrà prima fin quel che v'offende, che duo semi del ciel congiunga Amore e di donna infedel l'antico errore l'alta pietà d'un pastor fido ammende..." (I, 508).
Vale a dire che il castigo terminerà quando due giovani d'origine divina si sposeranno tra loro e l'antica colpa d'infedeltà commessa da Lucrina sarà emendata dalle grandi doti di pietà di un fido pastore, di un pastore cioè fedele a se stesso e alla parola data.
Queste sono le premesse del dramma. Veniamo al tempo attuale e cosa succede? Succede che i due giovani sono stati individuati. Lui è Silvio, diciottenne, figlio del gran sacerdote e giudice Montano, diretto discendente del dio Ercole. Lei è Amarilli, giovane e bellissima ninfa, figlia di Titano e discendente del dio Pan. Ecco: sposando fra loro questi due ragazzi, entrambi discendenti da divinità ("duo semi del ciel"), finalmente Diana dovrebbe placarsi e cesserebbe l'obbligo del dover sacrificare ogni anno una fanciulla sull'altare della dea.
Ma ci sono due problemi. Silvio di amore non vuol proprio saperne: è dedito solo alla caccia e non ha altri interessi: "cacciator, non amante, al mondo nacqui..." (I, 263).
E Amarilli è innamorata persa d'un altro uomo, un pastore d'umilissime origini, straniero, povero in canna, di nome Mirtillo, anch'egli innamorato perso di lei.
A complicar le cose c'è una terza figura, una malafemmina, Corisca, che s'è invaghita di Mirtillo, lo vuole per sé, non tollera che egli sia innamorato di Amarilli ed è disposta a tutto pur, o di averlo, o di vendicarsi su lui e la sua bella: "Mirtillo, se non vorrai amor, proverai odio; ed Amarilli tua farò pentire d'esser a me rivale, a te sì cara; e finalmente proverete entrambi quel che può sdegno in cor d'amante..." (I, 684).
Infine c'è ancora un'altra innamorata: è Dorinda, altra ninfa, pazza per Silvio, il quale Silvio, come già sappiamo, è insensibile all'amore e "mille ninfe darebbe per una fera..." (I, 102).
La lunga, lunghissima storia, si dipana attraverso infiniti lamenti d'amore degli innamorati respinti, Dorinda respinta da Silvio, Mirtillo respinto da Amarilli, Corisca respinta da Mirtillo, ove ognuno mille e mille volte invoca la morte perché amare senza essere amati "non ha rimedio alcun se non la morte" (III, 462). Al lamentoso pietire degli innamorati porta un po' di ristoro la malafemmina Corisca, una con le idee chiare e una che "vuole far degli amanti quel che delle vesti: molti averne, un goderne, e cangiar spesso..." (I, 653).
Costei vuole Mirtillo e non si piange addosso più di tanto: fa un piano criminoso per averlo. Gli organizza un incontro con la sua adorata Amarilli in una grotta segreta e fa sorprendere i due dalle autorità. Poiché Amarilli è promessa a Silvio, la legge la condanna a morte. Morta Amarilli, pensa Corisca, Mirtillo potrà ben essere suo. Ma le cose vanno diversamente: quando Amarilli sarà condannata a morte Mirtillo si offrirà di morire lui in vece sua. E sta per essere giustiziato, dal gran sacerdote Montano, allorché, nel momento fatale, si verrà a scoprire che Mirtillo non è figlio di un certo pastore Carino, come si credeva, ma è figlio (portato via da bambino dalla piena di un fiume e dato per disperso) di Montano stesso, dunque fratello maggiore di Silvio. La legge, la dura legge d'Arcadia, lo vorrebbe comunque giustiziato, sia pure al posto d'Amarilli. Senonché si trova (è un vecchio indovino cieco a trovarlo) il cavillo giuridico per rimettere le cose a posto. Amarilli non poteva essere corteggiata da altri perché era stata promessa a Silvio. Ma Mirtillo non è Mirtillo (nome datogli dal padre adottivo), ma è Silvio, il primo figlio di Montano andato perduto (e Montano dette poi il nome di Silvio anche al secondo figlio, in sostituzione del primo).
Dunque? Tutti salvi, ma proprio tutti. Nel senso che se Amarilli promessa a Silvio ha accettato la corte di un Mirtillo che era in realtà Silvio, colpa non c'è stata. Quindi non c'è condanna.
Ma non solo... la profezia diceva che "duo semi del ciel congiunga Amore": infatti sappiamo che Silvio è "seme del ciel" in quanto discendente del dio Ercole e Amarilli è "seme del ciel" come discendente di Pan: sono dunque loro i due giovani che sposandosi porranno fine replica orologi patek philippe alla maledizione d'Arcadia ed è proprio Mirtillo-Silvio il pastore "con grandi doti di pietà" (si era offerto di morire in cambio della condannata Amarilli) che "emenderà l'antica colpa d'infedeltà" commessa da Lucrina.

Intanto anche l'altra coppia, il Silvio secondogenito, quello dedito alla caccia e non all'amore, e la bella Dorinda, si sposeranno, perché Silvio all'improvviso, trasformato da un incidente di caccia, si innamorerà perdutamente di lei. E anche la malafemmina Corisca si salverà: capisce le proprie colpe, si ravvede, chiede ed ottiene perdono.

Tutto questo, raccontato in poche parole, è in realtà svolto in una trama piuttosto complessa, con una struttura di racconto molto circostanziata, con processi, testimoni, accusati e accusatori, codici legislativi, cavilli, clausole, rituali, e con mille e mille citazioni letterarie, o echi, tratti dall'Aminta, dall'Edipo di Sofocle, da Virgilio...

L'impressione che ci lascia, alla lettura, Il pastor fido oggi è un'impressione di "troppo". Troppa complessità, troppa perfezione, troppa strutturazione narrativa, troppa ricchezza, ridondanza, abbondanza. C'è troppo di tutto ne Il pastor fido, per cui anche la molta, bella, lirica poesia di tanti passi, viene come soffocata da un eccesso di struttura e ne perdi il piacere, la spontaneità, in una parola, la poesia.
Troppo intelletto e poco cuore: si arriva al paradosso che il più pastorale dei drammi pastorali della letteratura europea, alla fine è il meno pastorale di tutti. Sempreché si voglia, per "pastorale", considerare ciò che è, o dovrebbe essere, esempio di semplicità, naturalezza, spontaneità, ingenuità.

Milano, 3/10/05

 
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