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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PIETRO METASTASIO
Didone abbandonata
Sta in Opere, a cura di Mario Fubini, Ricciardi, Verona, 1968.

C'è la poesia, c'è l'arte drammatica, c'è l'eloquenza, la letteratura, la musica... A volte tutti questi elementi sono insieme, a volte sono separati, a volte compaiono a gruppi.
Metastasio non fu poeta o ben poco lo fu. Fu piuttosto un grande versificatore, un grande dell'arte drammatica, e un piacevolissimo musicista. Non musicista nel senso che scrisse note. Musicista nel senso che scrisse versi di impareggiabile musicalità, versi saltellanti, ritmati, assonanti, rimati, melodiosi, tali da essere più vicini al mondo della musica che a quello della letteratura. E questo non solo nelle arie, nelle canzonette, nelle strofe, nelle cantate, ma anche e soprattutto nel teatro. Il quale teatro di fatto divenne subito e inevitabilmente canovaccio per opere musicali, proprio perché trasudava musica.
Detto questo, non si creda che Metastasio fosse un versificatore per musica punto e basta. Fu soprattutto, in primo luogo, un grande uomo di teatro, un esperto d'arte drammatica. La costruzione dei suoi drammi è magistrale: nell'intreccio, nell'economia, nell'equilibrio, in tutto ciò appunto che si chiama arte drammatica.
Prendiamo la Didone abbandonata.
I fatti, derivati dal IV canto dell' Eneide, sono scarni. Enea, innamorato di Didone e da lei amato, si sente chiamare dagli dei a un inevitabile e superiore destino: deve abbandonare Didone e partire per l'Italia. Lagrime e tragedie per un abbandono d'amore.
Su questi fatti scarni il grande uomo di teatro costruisce un intreccio notevole, mosso da personaggi plurimi, con diversi nodi drammatici tutti ben congegnati e concatenati fra loro, con diversi caratteri umani e con un convincente sviluppo scenico di tali caratteri.
Oltre alle figure protagoniste, Enea e Didone, mosse da sentimenti evidentemente contrastati ("contrastano in quel core, nè so chi vincerà, gloria ed amore...") vi sono diverse figure notevoli, alcune di totale invenzione del Metastasio.
Iarba, l'arrogante re moro innamorato di Didone che per lei è disposto a cedere al proprio orgoglio ("l'offese io ti perdono e mia sposa ti guido al letto e al trono...").
Selene, la dolce sorella di Didone, segretamente innamorata anche lei di Enea, commovente nei suoi obbligati silenzi, nella dolorosa situazione di mediatrice d'amore verso l'uomo da lei stessa amato ("Selene, a me "cor mio"? È Didone che parla, non son io...").
Araspe, il confidente di Iarba, che mantiene, anche a grave rischio personale, la propria identità di uomo d'onore, leale e nobile, pur difendendo l'arrogante e infido Iarba ("suddito io nacqui, ma non già traditor...").
Osmida, il traditore, il verme, che tuttavia, colpito e commosso da un nobile gesto di Enea, si ravvede e si riabilita ("Che rechi, amico? Ah, no, così bel nome non merta un traditore...").

Se non necessariamente della Poesia (appunto, con la P maiuscola) certamente fa parte del grande teatro, tornando ai protagonisti, la scena in cui Didone tenta come ultima carta quella di ingelosire Enea mostrando di voler cedere alle offerte d'amore di Iarba ("del felice imeneo ti voglio spettatore...").
Bellissimo in quest'ambito (vedi l'Edoardo III di Shakespeare) il passo in cui Didone pone ad Enea l'alternativa d'ucciderla lui stesso per pietà o d'acconsentire appunto alle nozze col rivale ("con alma forte, come vuoi, sceglierò Iarba o la morte...").

Perché, fra tanti "motivi di Poesia", Metastasio non raggiunge mai o quasi mai la vera Poesia?
Un'ipotesi, forse un po' banale, ma certamente suggestiva perché semplice e - se vogliamo - documentata dai dati biografici, è che a tenerlo lontano dalla Poesia sia stata quella sua eccessiva facilità di versificazione. Parlava in metrica, sin da giovanissima età, improvvisava in versi, con la stessa facilità con cui gli altri aprivano bocca: probabilmente è proprio questo eccesso che gli ha impedito di fare della vera poesia, che lo ha allontanato da quella sorta di tormento interiore che rigenera in forma poetica ciò che altrimenti rimane letteratura, eloquenza, dramma...

Milano e Sestri Levante, gennaio 2001






 
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