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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
RUZANTE
La Betìa
Sta in Teatro, a cura di Ludovico Zorzi, pp. 370, Einaudi, Torino, 1967.

A proposito d'una celebre canzone di Cielo d'Alcamo (celebre perché convenzionalmente indicata come il più antico documento di letteratura italiana) scrive il De Sanctis che si tratta d'una "tenzone o dialogo tra Amante e Madonna, Amante che chiede e Madonna che nega e nega, e in ultimo concede, tema frequentissimo nelle canzoni popolari di tutti i tempi e luoghi...".
Ecco, anche la Betìa del Ruzante è una tenzone, Zillio che chiede e chiede e Betìa che nega e nega e in ultimo concede...
Zillio è un contadinello, bracciante e povero, di diciott'anni. Chi gli vuol male dice che "è minuto di gambe e di garretti che paion due stecchetti che gli sian cacciati nel culo..." (III, 832) e chi gli vuol bene dice "ch'egli è un buon lavorante... e come bracciante è il migliore che ci sia, e beata quella masseria che lo può avere a spulare o sull'aia a trebbiare..." (IV, 331). È innamorato cotto di Betìa, anche lei contadinella diciottenne, figlia di donna Menega, così innamorato che, lui dice, " ho provato una gran doglia e dolore, che mi sembra a tutte l'ore che mi scoppi la pancia " (II, 117), ovvero, detto da altri con altre parole: "...il cuore e il fegato mi mordono la panza e in te sola ho tutta la mia speranza..." (II, 557). La corteggia, timido, grossolano, inesperto e lei lo respinge, anzi, lo sbeffeggia e, alzata la sottana, gli mostra il sedere e gli grida "queste non sono carni per te, poltrone, specchiati qui...!" (II, 692).
Che fare per averla? Arriva in scena l'amico, Nale, un po' più vecchio di lui, già sposato, gran cacciatore di femmine, sicuro di sé, spiccio e senza scrupoli. Ci penserà Nale a convincere la ragazza, e infatti ci riesce, ma a che prezzo? Promettendole che se sposerà Zillio potrà godersi a letto non solo Zillio, ma anche sé, Nale, e Nale è dotato di "un bel zappone, che, come arnese, è di buona mano..." (II, 821) tale da soddisfare ampiamente la vogliosa ragazza a cui dichiara questa volta senza doppi sensi, "e io ti prometto altresì che due mariti avrai e guarda un po' se sarai, dico, ben maritata, e con questo (ed indica con un gesto osceno il proprio arnese) non ti farò mancare di nulla, come proprio dovrei fare verso mia moglie..." (III, 308).
E perché Nale fa tutto questo? È lui stesso che lo dichiara a Betìa: "primo perché di queste nozze sarò stato cagione, e poi perché voglio un gran bene a Zillio, come tu vedi..." (III, 321).
Tra i tanti argomenti che potevano convincere la ragazza, lo "zappone" di Nale è certamente molto convincente: Betìa accetta e anzi fugge di casa con i propri quattro stracci per andare a sposarsi con Zillio.
Ma la madre se ne avvede e l'insegue: ferma i tre fuggitivi, li insulta a dovere e si riporta a casa la figlia, dopo uno splendido battibecco fra le due donne, la giovane che accusa la madre ricordandole i suoi trascorsi: "...ma non andaste via anche voi, madre, quando eravate ragazza, con un soldato? E poi fuggiste daccapo con un frate, prima che mio padre vi menasse via?" (III, 783). E la vecchia che si giustifica adducendo le sue nobili ragioni: "...non sai perché lo feci: ché per schivar questione andai via col soldato e poi con il frate lo feci per penitenza, ché mi fu dato in penitenza di stare un anno con un frate, perché volli avvelenare mia madre che fu cagione..." (III, 793).
Sta per scoppiar battaglia tra i due schieramenti: Zillio e Nale con una brigata di furfanti armati di spiedi da una parte, donna Menega e i suoi amici, parenti e vicini di casa dell'altra, allorché interviene un magnifico paciere, l'oste Tacìo, uomo saggio, diplomatico, conoscitore della vita, estimatore delle doti di Zillio, buon conoscitore delle debolezze di Menega...
E finisce in una gran festa con danze, canti e riti nuziali contadineschi d'antica memoria (brindisi con bicchieri spezzati, doni e offerte votive con pelo di mulo, pelo di gatta, ruta, fieno, ampolle d'augurio...).
Ma...
Ma c'era il patto a tre, fatto da Nale con Betìa, a cui Betìa non vuol proprio rinunciare e che Zillio, invece, non vuole accettare. Ed esplode così, tra i due ex amici, la lite, che terminerebbe in modo tragico se Zillio non mancasse la coltellata con cui aggredisce Nale portandosi via la propria giovane moglie. Lo ferisce di striscio, non l'uccide, e tuttavia Nale che è, prima di tutto, un gran burlone, ne approfitta per giocare a fare il morto. Alla moglie in lacrime che appunto lo crede morto si presenta come fantasma, regalandoci una serie di scene spassosissime, farsesche e insieme "dantesche", con un divertente resoconto-burla di ciò che a suo dire avrebbe trovato giù nell'inferno: il contrappeso tra colpe in vita e tormenti infernali, la soddisfazione di vendette e rivalse su chi in vita l'aveva fatta da gradasso...
Piange con toni accorati che rasentano poesia e commozione, Tamìa, la presunta vedova di Nale, piange disperata la perdita dell'adorato marito, piange per un po', e poi, (ed è splendido teatro che ci ricorda momenti monumentali, persino di Shakespeare, su toni, ovviamente, del tutto diversi...) poi d'improvviso se ne fa ragione, smette di piangere il marito e se ne va allegramente con un altro sposo: "...giacché Dio m'ha esaudito e Nale è morto non credo fargli torto a trovarmene un altro" (V, 1170).
Ora è Nale che si dispera: la sua era stata una semplice burla e ci sta rimettendo la moglie...! Non resta che far marcia indietro, ripresentarsi nelle vesti di vivo, chiederle scusa, farla tornare a sé, e anzi mandarla come ambasciatrice da Zillio per rassicurare anche lui che Nale no, non è morto, ed è pentito per essersi burlato di lui con la pretesa - e finge che fosse tutto uno scherzo - di prendersi la Betìa...
E va tutto liscio, molto, molto liscio, perché Zillio, ora, si è chiarito le idee e non è più offeso delle pretese sessuali di Nale sulla propria moglie: è semplicemente offeso del fatto che Nale pretendesse Betìa senza offrire nulla in cambio! Non ha una moglie anche Nale? "...eppure anche tu, nel duo, avevi di che mettere a scotto, di ciò. Ma vuoi fare come io ti dirò? Guarda se son buon amico, se vuoi. Vuoi che facciamo tra noi i quattro contenti? Se tu ti accontenti, io son già accontentato. E potremo dire... che farem cosa mai fatta, perché mai non si fece se non in tre e noi la faremo in quattro...!" (V, 1424).
È il classico scambio delle coppie, in versione boschereccia e ruspante, dai due arrapatissimi mariti e accettato con gran gioia dalle altrettanto arrapatissime mogli: "Che ne dite, femmine, voi?", "oh, siamo stracontente, noi, non vogliamo altro, in fede nostra..." (V, 1434).
Termina così la spassosa commedia, con un ulteriore tocco finale a sorpresa perché si aggiungerà, al quartetto, ad insaputa dei due mariti, l'amante di Tamìa, la moglie di Nale, che sfregandosi le mani dalla contentezza se la ride del patto a quattro e annuncia: "potrò fare, quando vorrò, qualche carreggio, perché a quel che veggio, essi credono fare i quattro contenti e invece saremo in cinque!" (V, 1461).

Angelo Beolco (1500-1542), detto il Ruzante, visse nella prima metà del Cinquecento in quel di Padova. Erano gli anni dell'Ariosto (1474-1533) e in letteratura si stava completando quel secolare passaggio, iniziato duecento anni prima con Dante, dalla lingua latina a quella italiana. In quegli stessi anni Teofilo Folengo (1491-1544) scrisse il suo Baldus in un latino maccheronico, a mezza strada fra le due lingue. Ruzante fece invece un'altra scelta: il colorito dialetto parlato dalle classi contadinesche intorno a Padova, ben diverso e ben più rutico del colto, musicale e bellissimo veneziano, lingua letteraria usata poche leghe più in là, verso la laguna. Oggi il pavano è incomprensibile: puoi leggerlo solo in traduzione. Come diventerà incomprensibile oggi, per noi, la lingua napoletana usata un secolo dopo da quell'altro grandissimo letterato dialettale che sarà il Basile (1575-1632) de Lo cunto de li cunti.
Ruzante apparteneva alla borghesia, non al popolo, e frequentò l'aristocrazia. Fu, un po' per professione e un po' per passione, attore e da attore si fece autore scrivendo per sé le commedie che poi avrebbe rappresentato. Betìa è del 1524: aveva 24 anni quando scrisse - in versi - questa splendida commedia, un vero capolavoro del teatro comico, limitata, tuttavia, da alcuni difficili problemi. L'incomprensibilità della lingua, la sterminata lunghezza (cinque atti per oltre 5000 versi) e molte parti, soprattutto nel primo e nel secondo atto, noiose e assolutamente superflue al corso drammatico della vicenda.
Superato ciò, la lettura della Betìa è deliziosa e offre momenti di straordinaria bellezza e toni che ne fanno un gioiello della letteratura ruspante.
Prendiamo i temi d'amore. Ricordiamoci la lirica d'amore, quella greca, quella latina, quella stilnovistica o minnesanger, quella petrarchesca. E leggiamoci per contrappunto questa ruzantiana. Dove le metafore, i temi, i toni, le immagini, anziché attingere al mondo dello spirito, dell'angelicato, del paradiso, qui attingono alla ruspante concretezza contadinesca della materialità quotidiana, al corporale, al sensibile, all'animalesco. Come esprime, Zillio, i propri turbamenti d'amore? "...sento che mi è andato il cuore nel polmone e sì mi batte e brontola il magone come fa propriamente d'agosto un tinozzo di mosto... e m'è venuto un dolore e un bruciore che mi sembra a tutte l'ore di avere una fascina avvampata in pancia..." (I, 32). Pene d'amore che diventano pene fisiche, sentimenti che si concretizzano in mal di pancia, turbamenti d'animo che si manifestano con sconquassi intestinali, sospiri che diventano peti. "Ragioniamo d'amore" dice Zillio al compagnone Bazzarello, proprio come potrebbe dirlo Guido Cavalcanti a Dante, e ragionando d'amore ecco che l'amore è un "canchero", "una bestia selvaggia" un "gran martello"... E se l'amore è un gran martello ecco la ricetta per evitarne le sofferenze, proposta da Bazzarello a Zillio: "Vuoi che t'insegni a guarire? ...cacciatene il manico in culo!..." (I, 183). E a proposito di culo, dove, per il mondo del Ruzante, Cupido lancia le sue frecce?... "...non tira nel culo, ma nel cuore, perché il colpo non si perda..." (I, 265). Quel Cupido che la lirica "colta" ci ha sempre dipinto come un efebico angioletto alato e che Ruzante ci dipinge nudo e "...giacché va nudo poi, ditemi un po' voi: non va mostrando il culo e i coglioni?..." (I, 542).

Marino Sanudo detto il giovane (1466-1536), storiografo e cronachista veneziano, il 9 febbraio 1525 assistette a una rappresentazione della Betìa e scrisse di essa che era una "commedia vilanesca et tutta lasciva, piena di parole molto sporche...". Oggi le "parole molto sporche" preoccupano meno d'allora, tuttavia la Betìa ebbe sempre fama d'essere volgare, già dalla "prima", tant'è che il Ruzante nel "congedo" se ne fa beffe: ciò che i critici chiamavano volgare, Ruzante lo chiama "naturale" e "quando si dicon fin dai pulpiti dei predicatori cose naturali", perché non dovrebbe dirle lui nelle sue commedie?
La volgarità intesa come materialità, concretezza, corposità d'espressione, è parte integrante della poetica del Ruzante: il mondo nel quale vivono e si muovono i suoi personaggi è un mondo di terra, di paglia, di fieno, di pulcini e di falchi, di vacche e di scrofe e l'ascendenza che i suoi antieroi possono vantare è quella di padri e nonni e bisnonni "...morti con grande onore su forche in grande altura..." (I, 1069).
È spassoso scendere nei particolari di tale poetica (e poetica è, indiscutibilmente).
I disperati d'allora morivano impiccati sulla forca, con la gola stretta dal cappio e quindi la bocca chiusa. E se la bocca era serrata dal cappio, da dove poteva uscir l'anima, per andarsene nell'aldilà? Non con un sospiro dalla bocca, ma con un peto dal culo: e un'anima così contaminata poteva forse aspirare al paradiso?
E se eri innamorato d'una contadina e volevi a sera, prima che andasse a dormire, farle la posta per dichiararle il tuo amore ecco che "...mi nascondevo dietro il suo pagliaio, o dietro qualche cannaio, finché la vegnìa a pissare..." (II, 494).
Con la stessa crudezza è lecito aspettarsi che quel canchero del mal d'amore, che tanto fa male alla pancia, lo si possa eliminare "come hai fatto tu, perdio, così potessi cacciarmi via il male anch'io, dico, cacando assai, finanche il cuore" (II, 238).
Quali sono gli ideali di questi nostri antieroi? Zillio, l'innamorato protagonista, con lunghe stagioni arretrate di ristrettezze e di fame, altra grazia non saprebbe chiedere a Dio, "se non questa, per Dio, che dove vado, sempre, tutti fossero obbligati a darmi a ufo da mangiare" (II, 384). E alla ragazza cosa può chiedere il nostro eroe se non "quando mi vuoi filare una braca, che portare la possa per tuo amore?" (II, 634). E non riuscendo a convincerla a concedergli il suo amore può lamentarsi di se stesso, della propria pochezza, attingendo, per un paragone, al proprio mondo di contadino e di porcaro: "...voglio lamentarmi di ciò e parlar d'amore e non saprei mettere in calore una scrofa che fosse in fregola...!" (II, 737).

L'esile sostanza di cui è fatto l'amore nell'altra lirica, quella colta, qui, in questa diversa lirica che chiamiamo ruspante, ma che sempre lirica è, diventa materia, diventa concretezza, realismo, corposità. Lì la lirica la intuisci e la senti frusciare nell'etere, qui la tocchi con mano e la pesi e ne senti persino l'odore. Ma è sempre lirica: diversi sono i mezzi espressivi, i modi, i toni, l'atmosfera.
C'è lirica d'amore anche nel "lamento di Tamìa", un pezzo di straordinaria bellezza nel quinto atto quando Tamìa appunto, la moglie di Nale, scopre, anzi, crede di scoprire, la morte del marito. È un'Andromaca che ha perduto il suo Ettore, la nostra Tamìa, e lo piange con i mezzi espressivi di cui è capace il suo mondo: "Oh dolce e caro amore..., caro il mio piacere che solevo avere ogni notte in letto... Oh voi, bovi, piangete che mai più non vedrete il vostro buon padrone... Andiamo voi vaccone, dico, al bordello, ...che non avremo più chi ci mungerà... Il latte non si rapprenderà né farem più formaggio, ...oh pecore e voi castroni, avete perso il vostro padrone...".
È un modo corposo e materiale di far poesia, ma sempre poesia è: proviamo a rileggerci il lamento di Admeto per la morte di Alcesti in Euripide. Diversi sono gli oggetti, ma identico è il sentimento. E la poesia è sentimento. Admeto era un re, Tamìa è una contadina, l'intensità dei sentimenti è la stessa: diverso il modo di esprimerli.

È arte, quella del Ruzante? Sì, è arte, come arte è ugualmente una figura femminile di Picasso e di Bacon rispetto a una Venere del Botticelli. E se osceno e volgare può parere il linguaggio
 
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