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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
RUZANTE
Due dialoghi - La Moscheta
Stanno in Teatro, a cura di Ludovico Zorzi, Einaudi, Torino, 1967.

Sterminata la Betía, cinquemila versi in cinque atti, brevissimi invece due atti unici del Ruzante che vanno sotto il titolo di Dialoghi e una commediola-farsa in cinque atti dal titolo La moscheta, tutti e tre in prosa.

Il primo Dialogo è il Parlamento del Ruzante che iera vegnù de campo. Ruzante, si sa, era un personaggio creato da Angelo Beolco e da lui interpretato in più pezzi teatrali. Da nome d'arte divenne pseudonimo del Beolco che oggi - appunto - chiamiamo Ruzante.
Questo Ruzante "iera vegnù de campo", cioè torna a casa dal servizio militare prestato a Cremona. Se ne viene a piedi alla velocità di un falchetto, percorre la foce del Brenta, si imbarca a Fusina ed eccolo a Venezia tutto voglioso di incontrare il suo compare Menato e soprattutto la sua donna, sua moglie Gnua. È una storia senza storia, il triste rientro del reduce: mentre lui è in guerra la sua donna s'è messa con altri. Un po' la stessa storia che troveremo, qualche secolo dopo, in altro dialetto, nella Napoli milionaria di De Filippo. Anche là, come qui, la voglia di raccontare, continuamente ripetendo: "oh compare, se voi foste stato dove sono stato io me..." e nessuno in realtà che abbia voglia di ascoltare. Se mai voglia di deridere. La colpa del reduce Ruzante è quella d'esser tornato sì con una brutta cera, carico di pidocchi, di croste, di pustole, ma tutto intero, con due braccia, due gambe, due occhi. E senza un soldo. Mentre, partendo soldato, aveva promesso di tornar ricco di prede e saccheggi, o di morire. Si stupisce, il nostro reduce, che la moglie possa non esser felice di vederlo vivo e intero, e si dispera. Ma alla Gnua poco importa di quante braccia e gambe e occhi abbia riportato a casa il marito: lei voleva gonnelline in regalo e denaro per mangiare tutti i giorni. E non essendoci né gonnelline né denaro, se ne resta, la Gnua, con i bravacci di città con cui si è messa durante l'assenza del marito, tagliagole e ladri, né proprio le importa che il povero Ruzante sia innamorato e disperato.
Eccolo il bravaccio, arriva a riprendersi quella che ora pretende sia la sua donna e al reduce Ruzante tocca una scarica di bastonate come ben già ha appreso a sopportare in battaglia. Per salvar la pelle basta non reagire, buttarsi a terra, fingersi morto... Poi, passata la bufera, basterà rialzarsi e dichiarare che erano più di cento i nemici, più di cento...!
Storia d'ambiente, più che di persone, semplice, amara, cupa, piena di pessimismo, misoginia, disperazione, miseria, sopraffazione. Con un accenno, siamo nel Cinquecento, di denuncia sociale. In nuce, secoli e secoli in anticipo, c'è già un po' di Büchner, c'è già un po' di Brecht...

L'altro atto unico, o Dialogo, come lo chiama il Ruzante, ha per titolo Bilora ed è un'analoga storia di sopraffazione. Il ricco e vecchio Andronico si è portato via Dina, la giovane moglie di Bilora: "che Dio sa se la potrò mai più vedere... muoio di fame, e non ho pane, e non ho neanche denari per comprarne... Almeno sapessi dove lei sta, e dove lui l'ha menata... che la pregherei pur tanto che mi darebbe un pezzo di pane..." (I, 4-5).
Povertà e fame, come si sa, sono un brutto canchero: Bilora non ha "piacere di questionare", si "accorderebbe subito", accetterebbe "che quel che è stato è stato", purché il vecchio gli "desse qualche soldo e la femmina"...
E Bilora l'ama, la sua donna: "...mi sento muovere l'amore, e rivoltarmisi il cuore, le budella e i polmoni nella pancia, che c'è un rumore che sembra un fabbro che rincalzi un vomere..." (II, 26).
Ma non c'è niente da fare, né il vecchio vuol cedere la donna né la donna, alla resa dei conti, è disposta a tornare dal marito rinunciando agli agi della ricchezza.
Tragico il finale: Bilora si ubriaca, fa di notte la posta al vecchio, lo uccide.
Non c'è un messaggio di speranza, né di redenzione, né di riscatto.
Un cupo, e se vogliamo modernissimo, atto unico agghiacciante nel suo naturalismo tutto zoliano. Così si descrive la bruttezza del mondo: senza commentare, senza ricamare, senza esprimere critiche palesi, ma solo riflettendola come uno specchio.

E torniamo invece al sorriso, anzi, alla grassa risata, con La moscheta, cinque atti brevi, molto brevi, in prosa, d'una commediola fresca e boccaccesca dove un Ruzante, questa volta più cretino e mariuolo che mai, crede di minchionare gli altri e invece si fa fottere la moglie da amici e nemici.
Menato, compare di Ruzante, s'è innamorato della di lui moglie e vuole godersela. Parla a lei delle proprie pene d'amore ("mi pare di avere dei fabbri che mi battono nella pancia..." (I, 15) e "...il sangue mi bolle come fa l'agosto una tinozza di mosto..." (I, 21)) ma lei, Betìa, non cede. Lascia però uno spiraglio: "al primo torto che le farà Ruzante, scapperà via da lui..." (I, 22). La soluzione di Menato è un ardito piano: antesignano di Iago getterà dei sospetti nell'animo di Ruzante inducendolo a dubitare della fedeltà della moglie. Ruzante si travestirà da studente forestiero, si presenterà alla propria moglie e, per metterla alla prova, le offrirà del denaro in cambio dei suoi favori. Betìa, pensa Menato, scoprirà l'inganno del marito, la mancanza di fiducia, e, sopraffatta dallo sdegno, cederà a lui. Tutto un po' improbabile sul piano della costruzione e dell'inventiva, ma tutto molto efficace sul piano scenico. Ne viene fuori una farsa spassosa, perché nel frattempo, anche un secondo uomo, il soldato Tonin, vicino di casa di Ruzante e Betìa, ha deciso di metter sotto assedio la già scarsa fedeltà coniugale di Betìa a dai primi approcci il risultato pare assicurato. Mentre tutto questo corre in scena, Ruzante, impenitente ladro di polli dedito a gherminelle e piccole astuzie, da un lato sottrae con l'inganno una bella sommetta di denaro al soldato che glie l'aveva affidata, dall'altra fa un piano tutto suo privato per fregare a sua volta l'amico Menato: gli ruberà l'abito da studente da questi affidatogli per ingannare la moglie, se lo venderà e ne trarrà un bel gruzzolo. Come si conclude la faccenda? Betìa scopre l'inganno del marito, il suo travestimento da studente per sondarne l'onestà, si imbestialisce di rabbia e per vendetta si infila nel letto e in casa del soldato e non vuol più uscirne. Il soldato non vuole restituirla al legittimo marito se questi non gli rende i soldi rubati. Menato, pur di veder resa Betìa a Ruzante, credendo poi di prendersela lui, paga di tasca sua al soldato il debito di Ruzante. E Ruzante è così cretino che, avuta indietro la moglie, dà l'assalto alla casa del soldato per farsi a sua volta restituire i soldi che Menato gli ha versato. Nel caos tutto boccaccesco che ne deriva, il soldato, non ancora appagato delle grazie di Betìa, s'intrufola di notte nella casa di questa giusto un momento prima che vi si intrufoli anche Menato, entrambi a caccia dei favori della ragazza. Mentre l'unico che ne rimane fuori, pesto di legnate, è Ruzante. E tutto finisce in gloria con pace generale fra i contendenti e un cornuto in più sulla scena, di nome, manco a dirlo, Ruzante.

Qualche critico sostiene che questa Moscheta sia la commedia più matura di Ruzante e già contenga, in nuce, i valori e le caratteristiche d'una prima "commedia di caratteri", arricchita, come tale vacuum coating system, da un certo approfondimento psicologico dei protagonisti.

Niente di meno vero. È semplicemente una bellissima farsa molto godibile già alla lettura e verosimilmente così movimentata da far sbellicare dal ridere se fosse portata in scena, ancor oggi.

La Moscheta, presumono i critici, è del 1528, una decina d'anni dopo la Mandragola del Machiavelli, capolavoro comico del teatro italiano del Cinquecento. Non sono paragonabili le due commedie, per valore letterario, ma quanto a vis comica, è arduo affermare che la Moscheta sia inferiore alla Mandragola.
Leggerla per crederci. Sghignazzando.

Sestri Levante, 12/8/05

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
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