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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
EMILIO SALGARI
Un dramma nell'Oceano Pacifico
Sta in Romanzi di giungla e di mare, a cura di Ann Lowson Lucas, pp. 170, I Millenni, Einaudi, Torino, 2001.

La Nuova Georgia è un magnifico trialberi americano di proprietà del suo comandante, il capitano Hill, in navigazione nel 1836 dal Giappone all'Australia con un carico di 12 tigri, chiuse in gabbie nell'immensa stiva. A bordo, con Hill, c'è la figlia Anna, di 16 anni, il tenente Collin, il vecchio pilota Asthor e un equipaggio d'una trentina d'uomini. Durante una tempesta la nave raccoglie un naufrago, un certo Bill, un uomo dall'atteggiamento inquietante. Questi, quando s'accorge che il tenente Collin sospetta ch'egli non sia un marinaio naufrago, ma un evaso dall'isola penitenziario inglese di Norfolk, scaraventa in mare il tenente durante una feroce tempesta, non visto dagli altri membri dell'equipaggio. A pena di indicibili pericoli, e mettendo a rischio nave e uomini, il generoso capitano Hill modifica la rotta e raggiunge un'isola di selvaggi antropofagi ove riesce a salvare e portare a bordo quelli che Bill dice essere i suoi compagni di naufragio.
Ma gli uomini messi in salvo sono tutti pericolosi delinquenti che si ammutinano e si impadroniscono della nave. Liberano le tigri dalle loro gabbie e incendiano il veliero dandosi poi alla fuga su una delle scialuppe. L'equipaggio del capitano Hill viene sbranato dalle tigri: si salvano solo Hill, la figlia, Asthor e altri due o tre marinai. Il relitto della nave distrutta dal fuoco viene, tra indicibili difficoltà, condotto su un'isola ove i sopravvissuti sbarcando trovano il tenente Collin, miracolosamente salvatosi dalla sua caduta in mare, fatto "re" dell'isola dai selvaggi indigeni. Sulla stessa isola, nascosti nella jungla, ci sono anche i criminali. Con l'aiuto dei selvaggi i nostri riescono a sopraffarli, uccidendoli tutti salvo Bill che viene catturato. Si costruiscono poi, con il relitto della nave, un'imbarcazione di emergenza e raggiungono l'Australia. Bill sarà riconsegnato alla giustizia e i nostri torneranno in America ove riprenderanno, Collin e Anna divenuti marito e moglie, i loro viaggi su una nuova e più bella nave.
A grandi linee questa la storia di Un dramma sull'Oceano Pacifico, romanzo di mare e di avventura scritto da Salgari nel 1895, all'età di 33 anni, con già una dozzina di romanzi al suo attivo.
Se si prescinde da assurdità e incongruenze dell'intreccio, è un romanzo molto bello.
Quali le assurdità e le incongruenze? Di tipo tecnico-nautico: nessun veliero al mondo in una notte di tempesta potrebbe mai scorgere nel mezzo del Pacifico un naufrago su una zattera, men che meno sentirne la voce, cambiar rotta, tornare indietro controvento, metterlo in salvo. E nessun tenente Collin scaraventato tra le onde, sempre di notte, sempre nella tempesta, sempre nel mezzo del Pacifico, potrebbe salvarsi e nel giro di tre settimane essere ritrovato su un'isola di antropofagi già perfettamente integrato e padrone della loro lingua, al punto da poter fare da interprete...
Assurdità. Ma il nostro romanzo ha tutti i diritti d'essere una fiaba. Anche Polifemo con un solo occhio in mezzo alla fronte è un'assurdità fiabesca e anche Astolfo che se ne va sulla Luna è fantasia fiabesca. Dimenticate facilmente queste offese alla credibilità dell'intreccio, il romanzo di Salgari è tutto d'un realismo straordinario, una cronaca precisa, minuta, particolareggiata, di avventure di mare raccontate con estrema concretezza e con un senso della "regia" che ha dello straordinario. Le tempeste, le difficoltà di navigazione, il vento, le raffiche, le onde, i rumori, i lampi dei temporali, il rollio e il beccheggio della nave, il frastuono dei bozzelli che sbattono al vento, i ruggiti delle tigri nella stiva, il crepitare delle fiamme durante l'incendio gli odori e i fumi dei barili delle scorte che esplodono tra le fiamme, le manovre per disincagliarsi, le operazioni di salvataggio: tutto è d'un realismo impressionante, degno di un grande scrittore, preludio a quel mondo del cinema di cui Salgari fu, inconsapevolmente, un ispiratore e un precursore, un inarrivabile anticipatore.

Ma un romanzo non è bello solo perché l'intreccio è appassionante e il racconto è realistico: è bello quando fra le righe senti l'incantesimo della poesia, la commozione e l'amore dello scrittore per ciò che sta narrando  E ci sono questi momenti e sono frequenti in Un dramma nell'Oceano Pacifico: bagliori di luce che illuminano il racconto con immagini stupende, quadri e situazioni che rivelano il fascino del mare, il sentimento della bellezza della natura, l'emozione di chi la natura la sente e la sa cogliere, rappresentare, descrivere, come un commosso pittore

Siamo (capitolo III) tra le isole di Santa Cruz. È trascorsa una notte di tremenda tempesta. Gli uomini sono replique panerai esausti. Ed ecco cosa ci racconta Salgari dell'alba: "Alle sette del mattino però, il sole, irrompendo da un grande squarcio apertosi nelle nubi, illuminò l'Oceano e come se quello fosse un segnale di pace, il vento scemò di violenza e l'acquazzone che da dodici ore cadeva quasi senza interruzione, cessò...".
E più avanti (capitolo VI): "Montagne d'acqua venivano dal sud accavallandosi le une sulle altre, coperte da un immenso lenzuolo di candidissima spuma, e venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i fianchi del vascello... che con mille scricchiolii ora s'impennava come un cavallo vigorosamente spronato...".
E più avanti, nel capitolo  "Alle cinque un fascio di raggi solari, passando fra uno strappo delle nubi, illuminò il mare e l'isola, la quale apparve tutta intera, coi suoi picchi elevati, colle sue foreste, colle sue valli verdeggianti e le sue baie...".

Il lampo del sole che è come un segnale di pace nella tempesta, la spuma bianca dei frangenti che è un candidissimo lenzuolo disteso sul mare, un raggio che taglia le nubi come un'immensa scimitarra, la luce del sole che si fa strada attraverso uno strappo fra le nubi: questi sono i momenti di lirica commozione che illuminano i racconti di Salgari, scrittore commerciale, scrittore ignorante, scrittore a cottimo, e che tuttavia fanno dire, a un critico severo e raffinato come Claudio Magris, che Salgari, per quanto imperfetto, per quanto sgrammaticato, per quanto affrettato, era pur sempre un poeta, un autentico poeta.

Sestri Levante, 7/8/02

 
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