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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
EMILIO SALGARI
Le tigri di Mompracem - I misteri della jungla nera
Stanno in Romanzi di giungla e di mare, a cura di Ann Lawson Lucas, con uno scritto di Michele Mari, pp. 772, I Millenni, Einaudi, Torino, 2001.

Ma chi era questo Salgari, questo provinciale illetterato e, questo ragazzotto ventenne senza titolo di studio, privo di ogni background culturale o famigliare, questo scrittore dei cento romanzi che, a quasi un secolo dalla morte, ancora tiene banco, ancora è un best seller, ancora è in testa alle classifiche dei più letti e dei più tradotti fra gli scrittori italiani?
Era un genio. Un uomo dal talento sterminato. Un affabulatore, un narratore nato. Un Mozart della penna. Sì, un Mozart. A cui mancò un papà Leopoldo che sapesse, con l'educazione, dal grezzo talento innato, estrarre l'arte, quella vera, quella grande, quella sublime. Aveva poco più di vent'anni quando scrisse Le tigri di Mompracem e Gli strangolatori del Gange, due romanzetti da quattro soldi se visti in una certa ottica, due capolavori se visti nell'ottica giusta, quella appunto di due romanzi scritti di getto da un giovanissimo scrittore dilettante, incolto e non "educated".
Oggi Wilbur Smith scrive come Salgari: ma è un professionista super organizzato, con uno staff di collaboratori e di ricercatori, con internet e computer, con un ufficio marketing, con centinaia di esempi e di precedenti alle sue spalle, con una visione chiara di cosa sia una strategia della narrazione, di cosa sia la poetica dell'avventura, di cosa sia il mercato editoriale della letteratura popolare, di cosa sia il gusto cinematografico del pubblico. Eccetera.
Emilio Salgari non aveva niente di niente. E non era nemmeno mai stato al cinema, perché il cinema non c'era ai suoi tempi. Aveva solo talento innato, sterminato. Sterminato il suo talento narrativo, sterminata la sua fantasia, sterminata la sua memoria e la sua capacità di assimilare quello che leggeva per documentarsi, e la sua capacità di organizzare le nozioni e trasformarle in storia, geografia, etnografia, botanica, zoologia...

Si dice, normalmente, che Salgari scrive male. Non è vero. Nei limiti ovviamente della sua cultura e della fretta con cui scrive, scrive benissimo. Ha un vocabolario vario e ricco, una buona sintassi, una narrazione d'ampio respiro con costruzioni ampie, molto articolate, e grande capacità di muovere un gran numero di personaggi e di creare e gestire situazioni anche di notevole complessità. È un grande regista, capace di costruire scene di massa, ma anche di concentrarsi su chiaroscuri di singoli personaggi, di creare esseri umani con una loro credibilità, un loro spessore emotivo e psicologico. Ha mestiere innato: prima crea la scenografia, il "dove", e poi vi inserisce gli attori, i protagonisti, esattamente come fanno tutti i grandi scrittori. Dà dei volti ai suoi personaggi, li descrive fisicamente e sa dare loro un'anima, li descrive nei sentimenti, nelle emozioni, nella loro angolazione umana. Personaggi con un'anima che si evolve, che reagisce alle situazioni e alle circostanze, che muta e interagisce con l'ambiente. Sandokan non è statico: passa da momenti di esaltata euforia a momenti di meditata malinconia, da tratti di inaudita ferocia ad atteggiamenti di grande tenerezza e sentimentalismo, e il tutto con assoluta coerenza narrativa. I cattivi non sono sempre e solo cattivi e i buoni non sono sempre e solo buoni: i personaggi di Salgari hanno le qualità poetiche dei grandi personaggi letterari, sono creazioni umane verisimili, chiaroscurate, dotate di spessore, di credibile consistenza, come tutte le grandi figure letterarie.

Salgari fu un grande uomo di cinema molto prima che il cinema fosse inventato: azione, colpi di scena, dialoghi serrati, descrizioni ambientali accurate, scenografie sontuose ed esotiche, suoni, colori, impressioni visive indimenticabili, grandi scene di massa, zoomate su singoli personaggi sempre equilibrate e opportune, stacchi veloci o lunghe dissolvenze, flash-back, lunghe piano-sequenze, ritmo incalzante, momenti di grande liricità, suspense...
Quando il cinema arrivò sulla scena del ventesimo secolo, e Salgari non c'era più, i suoi romanzi furono presi e tradotti in pellicola quasi senza passare prima attraverso delle sceneggiature: erano già sceneggiature, ante litteram.

Dove Salgari è debole? Perché, è inevitabile, debolezze dovette averne e molte, altrimenti sarebbe finito nelle pagine delle storie della letteratura italiana, anziché rimanerne rigorosamente escluso. È debole nei contenuti. Nell'oggetto narrativo. Non aveva letto la Bibbia. Non aveva letto Sofocle, Euripide, Virglio, Dante, Boccaccio, Ariosto, Shakespeare, Cervantes... Non aveva un background culturale. Non poté attingere all'universale come può e come sa ogni grande scrittore che si è alimentato di grandi scrittori. Salgari non ha incontrato nella sua infanzia, nella sua giovinezza, nella sua preparazione culturale, né Elettra né Edipo, né Lear, né Orlando, né Paola e Francesco né Madame Bovary. Non si è abbeverato alle fonti delle  , non ha conosciuto la grande epica, non ha incontrato il minnesang, il dolce stil novo, il petrarchismo, non ha parteggiato né per Achille né per Ettore, non ha cavalcato con Parsifal, non si è innamorato  di Angelica. Tutt'al più, forse, al massimo, ha letto Romeo e Giulietta, ma per puro caso, perché era di Verona, e magari solo un riassunto (e ne è rimasto colpito, e ne ha tratto ispirazione...!).
Questa sua totale mancanza di back-ground culturale gli ha impedito di attingere a quel grande pozzo pieno di tesori che è la memoria letteraria, fonte prima e inesauribile di ogni ispirazione narrativa e poetica. Salgari, ventenne incolto e ignorante, illetterato, ha dovuto inventarsela lui la letteratura. Così come un Robinson Crusoe su un'isola deserta dovette inventarsi il suo modo di vivere. Si inventò lui le sue orologi replica italia storie senza alcuna reminiscenza libresca, dopo aver letto solo Verne e pochi altri (e forse, alle scuole medie, Omero...), e dovette crearsi un suo mondo imaginifico e autoctono, primitivo, naive.

Un genio, grandissimo. Perché riuscì a reinventare l'epica senza aver - di fatto - conosciuto Omero, a reinventare il romanzo d'avventura senza aver incontrato né Lancillotto né Amadigi, a reinventare la lirica d'amore senza aver incontrato Cinzia, o Lesbia, o Laura

Storie un po' infantili le sue, un po' primitive, un po' raffazzonate: ma "sue", non affinate e sedimentate e collaudate e limate e smussate attingendo al gran pozzo della memoria. Storie "popolari", come "popolari" sono le fiabe che nascono dal popolo appunto, intorno al fuoco, la sera, nei cortili delle fattorie, dopo una giornata passata a mungere o a pascolare, non a leggere o a dipingere o a suonare.
Salgari è il campione indiscusso della letteratura popolare. Il più grande.
E non domandiamoci che cosa sarebbe divenuto Salgari se anziché   studiare all'istituto tecnico navale di Verona avesse studiato in un buon liceo classico. Se anziché Verne avesse letto Shakespeare. Non domandiamocelo. Il talento è certamente innato. Ma forse non è invulnerabile. Noi non sappiamo se oggi avremmo avuto un Amleto in più. Ma non sappiamo nemmeno se avremmo avuto un Sandokan in meno. Nel dubbio meglio così. Meglio Emilio Salgari così come è stato.

Milano, 30/6/02

 
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