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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
MARCO ANNEO LUCANO
La guerra civile o Farsaglia
Introduzione e traduzione di Luca Canali, premessa al testo e note di Renato Badali, pp. 660, BUR, Biblioteca Universale Rizzoli. Milano, 1981.

Un trenta d'aprile di duemila anni fa un ragazzo di 26 anni si tagliava le vene dei polsi e mentre il sangue fluiva in un bacile recitava i versi di un suo componimento, versi che, e qui siamo nel leggendario, descrivevano la morte di un soldato per dissanguamento.
Era l'anno 65 dopo Cristo e siamo nella Roma imperiale di Nerone. Il ragazzo si chiama Lucano, Marco Anneo Lucano. Suo padre è fratello di Seneca, il grande Seneca, filosofo e tragediografo e il nonno è Seneca il retore. È nato a Cordova, in Spagna, e, bambino in fasce, è stato portato a Roma ove ha avuto i migliori maestri dell'epoca, zio Seneca compreso. La sua cultura è sterminata, la sua capacità di poetare, o quantomeno di versificare, anche, è sterminata.
Non sta morendo suicida, Lucano. La sua, identica a quella di zio Seneca, è una condanna a morte, comminatagli dall'onnipotente Nerone, per aver partecipato a una congiura contro di lui, poi sventata e fallita. Si dice che pur di salvarsi, senza tuttavia riuscirci, Lucano abbia denunciato la propria madre. Falso, vero? Non sappiamo. Ci piace pensare non sia vero. Lucano aveva un'avversione morale quasi maniacale per le guerre civili, le guerra fra consanguinei, fra concittadini. Possibile che lui, proprio lui, denunciasse la madre, il suo stesso sangue?

Lucano, nonostante la sua giovane età, ha scritto tanto, tantissimo, ma di lui tutto è andato perduto, salvo, fortunatamente, e non a caso, l'opera maggiore, un poema, incompiuto, di 8000 esametri, la Farsaglia, dal titolo latino Pharsalia o Bellum civile.
È un poema epico molto particolare. Epico, perché racconta. Particolare, perché racconta fatti storici reali, non avvenimenti leggendari o di fantasia come tutti gli altri poemi epici. I suoi eroi non sono figure del mito, non sono Ulisse o Achille o Enea o Polifemo. Sono Cesare e Pompeo e Catone, personaggi in carne e ossa, di cui si sa tutto, le cui azioni, parole, pensieri persino, sono documentate, nero su bianco.
Ne nasce un poema atipico, unico, leggendo il quale ti pare di leggere un libro di storia. Storia messa in versi e arricchita da molti arzigogoli d'alta cultura, da digressioni mitologiche infinite, da compiaciute pitture, tutte a forti tinte, di massacri e episodi lugubri, da continue invettive, da descrizioni a volte piacevoli, a volte eccessive e noiose, geografiche ed etnografiche, di stile erodoteo.
Un poema molto elaborato stilisticamente, un po' barocco, d'un barocco che le storie della letteratura definiscono "asianismo", che nei secoli, o millenni, futuri verrà definito eufuismo, o marinismo, o gongorismo, ma che, se definiamo barocco tout-court, tutti capiamo cos'è.

È bella la Farsaglia? Ha un suo fascino. Ti prende, ti trascina, si lascia leggere fino in fondo nonostante i suoi ottomila versi. Perché è storia, e quindi è interessante, perché rappresenta un esempio, tra i primi, della cosiddetta poesia civile, che è una categoria classica della poesia, perché muove personaggi che conosci, e quindi ti coinvolge, perché ha una versificazione, un eloquio, un andamento, di grande ridondanza retorica, di grande ricchezza imaginifica, e quindi ti diletta. E perché, infine, ogni tanto, in qualche momento, abbastanza raro, ma tuttavia presente, ci trovi la poesia, quel qualcosa che commuove, che blandisce, che intenerisce, quelle situazioni di umano sentimento, di emozioni sincere, di commozione autentica, che appunto fanno la differenza fra poesia ed eloquenza, fra poesia e semplice letteratura.

Raccontiamolo il poema, a grandi linee. Con alcune premesse. Lucano è pro-Pompeo e contro Cesare. Considera Cesare il peggiore degli assassini, così come gli Inglesi considerano Napoleone. Stravede infine per Catone. E tuttavia, nonostante queste premesse partigianesche (d'altra parte Lucano ci parla di avvenimenti emotivamente ancora coinvolgenti, di solo un secolo prima, come se qualcuno di noi, oggi, scrivesse un poema su un personaggio a metà strada tra Mussolini e Garibaldi) ci presenta un Pompeo imbelle, eterno indeciso, tutto sommato non simpatico e gradevole, ed un Cesare invece definito sì - da Lucano, dai suoi versi - criminale, ma in realtà rappresentato come uomo di grande magnanimità, di indomito coraggio, d'estrema e inarrivabile generosità. Le invettive sono tutte contro Cesare, eppure Cesare è mostrato come una bella figura morale, colui che perdona ai vinti, colui che condona e non condanna, che assolve, colui che è sempre in prima linea, che tende, generoso, sempre, la mano, che sempre è dalla parte dei vinti, dei deboli, degli oppressi.
Perché? Non sappiamo. O inconsciamente lo ammirava, ne subiva il fascino, e solo razionalmente lo condannava. O, più prosaicamente, per ragioni di obiettività, non poteva negare a Cesare le parole che Cesare aveva effettivamente pronunciato, i fatti che aveva effettivamente compiuto. Non poteva, perché erano "storia", erano nero su bianco.

Gli anni della guerra civile andarono dal 49 al 45, ma il racconto di Lucano si concentra intorno al 48, l'anno della fatidica battaglia di Farsalo (9 agosto), in Grecia, nella Tessaglia, quando Pompeo, a capo delle truppe senatoriali, fu definitivamente sconfitto, preludio alla sua morte.

Non c'è, ad inizio poema, qui in Lucano, l'invocazione ai numi o alle muse, tipica d'ogni poema epico. Se mai l'invocazione è rivolta a Nerone (quando Lucano iniziò, ventenne, a scrivere il suo poema, il rapporto con Nerone era ancora ottimo...) "...per me sei già un nume... rinuncio a invocare il dio... tu da solo basti a ispirare un poema romano" (I, 63-66). E c'è la proposizione esplicita: "mi propongo di rivelare le cause di eventi così grandi... che cosa abbia spinto il popolo furente alle armi, e bandita la pace nel mondo..." (I, 67-69).
Lucano, ovviamente, non è uno storico, e per quanto nella proposizione affermi il contrario, affermi cioè di voler "rivelare le cause di eventi così grandi" , le cause storiche e politiche profonde inevitabilmente gli sfuggono e ne indica altre invece, di carattere umano, affettivo. Causa della guerra civile sono, per Lucano, la morte di Crasso "unico ostacolo frapposto alla guerra futura" (I, 100) e la morte di Giulia (figlia di Cesare e prima sposa di Pompeo, scomparsa nel 54): "tu sola potevi trattenere da una parte lo sposo furente, dall'altra il padre, e strappato loro il ferro congiungere le mani armate..." (I, 115-117).

Ed eccoci allo "start-up" della vicenda storica, il Rubicone: "sgorga da una modesta fonte e scorre con deboli onde quando la fervida estate riarde, e serpeggia al fondo delle valli e separa, preciso confine, le terre galliche dai coloni ausonii..." (I, 213-216). Quest'immagine minimalista e idilliaca del piccolo fiume che da insignificante espressione paesaggistica diventa segno di grandi cose, fa da contrappunto all'immagine invece epica di Cesare che rotti gli indugi porta rapido le insegne al di là del fiume, come un leone che "eccitandosi con selvaggi colpi di coda drizza la criniera e dalle vaste fauci emette un profondo ruggito..." (I, 208-210).
Eccolo Cesare, ora, marciare in armi su suolo romano vietato alle armi. Lo vediamo convincere i suoi uomini a seguirlo, seguirlo nell'illegalità. Con quali argomenti? Ragionevoli, libertari, democratici, i suoi argomenti, agli occhi di noi moderni. Questi uomini tornano da anni e anni di guerre e di sofferenze al servizio della patria: hanno o non hanno diritto ad un compenso? "Dove riposerà, cessate le guerre, la loro stremata vecchiaia? Quali sedi ai congedati? Che terre saranno assegnate, da arare, ai nostri veterani? Che mura agli esausti?" (I, 343-345).
Il grande generale ha la stima e la fedeltà dei suoi uomini, totale, assoluta, cieca. Per bocca di Lelio, il suo esercito gli risponde all'unanimità: "se mi ordinassi d'immergere la spada nel petto del fratello o nella gola del padre o nel ventre della sposa incinta, eseguirei tutto, sebbene con mano angosciata..." (I, 376-378). Forse, nelle intenzioni di Lucano, questa risposta è il seme palese e deplorevole del crimine, dell'empietà. A noi, lettori d'oggi, piace. È segno d'una forte umana passione. C'è Shakespeare, c'è Corneille, c'è Schiller, c'è Alfieri nella passionalità drammatica ed epica di questa risposta. Noi, lettori d'oggi, siamo partigiani di Cesare, non di Pompeo.
"Cesare - prosegue il poeta - quando le immense forze riunite in un blocco gli diedero fiducia di osare maggiori imprese, dilaga per tutta l'Italia e ne colma le città vicine" (I, 466-468). La sua figura si fa cupa e minacciosa: "agli animi appare gigantesco, selvaggio e vincitore più crudele d'un nemico vinto..." (I, 479-480). Roma viene abbandonata dall'impaurito Senato e prodigi celesti annunciano la sventura, "cani selvaggi ululavano lugubri" (I, 559), "gemettero le urne funerarie piene di ossa..." (I, 568) e "i sinistri mani... predissero sciagure" (I, 581) mentre "si prepara a Roma e al genere umano una prossima sciagura..." (I, 644).

Ora il poeta (secondo libro) passa in rassegna i precedenti storici della guerra civile, così lugubremente annunciata al termine del primo libro. Le crudeltà inaudite compiute dagli sgherri di Mario, la vendetta degli avversari su un di lui nipote e le crudeltà degli sgherri di Silla. E il poeta, sulle crudeltà, ama soffermarsi, le descrive e le accarezza con un realismo e un'attenzione al macabro che fa onore allo zio Seneca e alle sue tragedie: "uno gli amputa le orecchie, un altro le narici del naso adunco, un altro gli strappa gli occhi dall'orbita; perdette questi per ultimi, guardato lo scempio delle membra..." (II, 183-185).
E dopo tanto male ecco apparire il bene, la figura di Catone, "lui solo privo di passioni e di odii" (II, 377) l'austero Catone che "si vota a compiangere il dolore del genere umano" (II, 378) la cui "immota disciplina" gli consente di "tenersi nei limiti, seguire la natura, sacrificare la vita alla patria, non credersi nato per sé ma per tutti gli uomini..." (II, 381-383).
Frattanto Pompeo si ritira a Brindisi ("l'ultima spiaggia") e non sentendosi pronto a dar battaglia lascia il suolo italico imbarcando sulla flotta le sue truppe ed eludendo un blocco navale tesogli da Cesare.

Nel terzo libro Cesare entra in Roma e, vincendo l'opposizione di Metello, si fa aprire il tempio di Saturno, sede e cassaforte dell'erario pubblico: "allora si asporta la ricchezza del popolo romano, custodita nei penetrali del tempio, e intatta per innumerevoli anni, fornita dalle guerre puniche..." (II, 155-157): "il tempio è spogliato da una sinistra rapina, ed allora per la prima volta Roma fu più povera di Cesare..." (II, 167-168). E mentre Pompeo raggiunge l'oriente, cioè la Grecia, Cesare dispone le sue truppe alla conquista di Marsiglia, città d'origine greca di notevole importanza strategica poiché di passaggio sulla via che porta "all'estremo occidente del mondo" (III, 360). Marsiglia è imprendibile, va assediata, occorre costruire macchine da guerra e questo richiede legname. Dove prenderlo? C'è un bosco, sacro, appartenente agli dei, mai violato dagli uomini prima d'allora, un bosco misterioso, cupo, fonte di terrore per tutti. Gli uomini si rifiutano di abbattere con le scuri gli alberi sacri: e allora Cesare imbraccia egli stesso una scure e abbatte con le sue braccia il primo albero, sfida di persona gli dei, noi oggi diremmo le superstizioni, e si rivolge poi ai suoi uomini "con il ferro ancora infisso nel tronco violato" e "ormai nessuno di voi esiti ad abbattere la selva - li esorta - : ritenete il sacrilegio compiuto da me..." (III, 435-437). La battaglia di Marsiglia si evolve poi in una cruenta, orribile, spietata battaglia navale, con le truppe di Cesare guidate da Bruto. Indugia, il poeta, com'è sua consuetudine, sull'agghiacciante realismo della carneficina: "In questa battaglia navale agisce soprattutto la spada. Ognuno si sporge dal bordo della nave offrendosi ai colpi; nessuno degli uccisi cade sul proprio battello. Il sangue schiuma alto sulle onde, i flutti si coprono di grumi cruenti... (III, 569-573) ... e dovunque il ferro cala per forza d'inerzia trova una ferita da infliggere in mezzo alle onde... (III, 581-582). È una sequenza di episodi "senechiani": un uomo che agganciato da un arpione si spezza in due, un altro trafitto contemporaneamente "da frecce nel petto e nel dorso: i due ferri si incontrano, si urtano dentro il petto e il sangue si arresta, incerto da quale ferita sgorgare..." (III, 587-589), una mano aggrappata al rostro d'una nave che, già troncata dal braccio cui apparteneva, "nello sforzo della presa rimane aggrappata e s'irrigidisce, continuando a stringere, morta, coi nervi contratti..." (III, 612-613), un uomo che viene trafitto, mentre nuota, dallo scontro d'opposte carene e, "schiacciato il ventre, la bocca rigetta visceri e bava misti a sangue..." (III, 657-658)... L'elenco dei sanguinari episodi è lungo. La battaglia termina, con la conclusione del terzo libro, con "Bruto, vincitore sul mare, che aggiunse alle armi di Cesare la prima vittoria sul mare!" (III, 761-762).

Nel quarto libro la guerra infuria dalla Spagna all'alto Adriatico, alla Libia. In Spagna il poeta si concede dapprima una lunga digressione meteorologica sul rigore dell'inverno. Fosse stata primavera o estate i toni forse sarebbero stati idilliaci, ma è un rigido inverno quello che attrae Lucano, a Lucano piacciono gli aspetti negativi delle cose, non quelli positivi: l'aridità, il ghiaccio, la fame, la neve, la terra "isterilita dal gelo" (IV, 108).
Siamo, ora, all'assedio di Ilerda: i due eserciti sono così vicini l'uno all'altro che i soldati vedono il viso dei loro avversari. È una guerra tra consanguinei: fratelli e figli e padri si riconoscono tra loro e comprendono l'empietà della guerra civile: "non v'era un solo Romano che non avesse riconosciuto un nemico..." (IV, 179). Nell'attesa della battaglia i due eserciti fraternizzano, si preparano mense comuni, si uniscono i giacigli, "i racconti di guerra prolungano le veglie notturne" (IV, 200). E tuttavia la battaglia esplode. Cesare isola gli avversari e taglia loro gli approvvigionamenti idrici. Ecco nel campo nemico la sete, orribile, nuova occasione poetica, ed è poesia dell'orrore, per un nuovo indugio brutalmente realistico su "viscere che ardono in fiamme... bocche che s'irrigidiscono per la sete, ruvide per la lingua squamosa... e già le vene marciscono, ...e i respiri tormentano le ulcere del palato..." (IV, 323-328). La vittoria va a Cesare, come sempre, e Cesare, come sempre magnanimo, risparmia i vinti, sia fisicamente che moralmente. Non li uccide cioè e nemmeno li costringe, contro le loro coscienze, ad arruolarsi nelle sue schiere.
Dalla Spagna ci spostiamo all'Illiria, tra Zara e l'attuale Krk, ove un gruppo di fedeli a Cesare, in navigazione su una zattera, intercettati dai pompeiani e sopraffatti dal numero, combattono sino all'ultimo e poi si uccidono fra loro pur di non consegnarsi vinti al nemico. E dall'Illiria alla Libia ove Curione, un luogotenente di Cesare, subisce una sanguinosa sconfitta e rimane ucciso e insepolto: "ecco il nobile corpo di Curione che pasce gli uccelli di Libia senza il riposo di una tomba..." (IV, 809).

Il quinto libro vede spostamenti di Cesare dalla Spagna all'Italia, all'Albania, all'Italia ancora, e la ricerca continua e faticosa di riunire logisticamente tutto il suo esercito, contro le dure condizioni invernali che rendono avversa e pericolosa la navigazione. Ma ci sono anche, in questo quinto libro, momenti, rari in Lucano, di
 
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