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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PERSIO
Le satire
Nelle traduzioni di: Andrea Gustarelli, Garzanti, Milano, 1947; Saverio Vòllaro, Einaudi, Torino, 1971; Vincenzo Monti, Einaudi, Torino, 1971.

Persio è uno di quei poeti che devi per forza leggere perché è Persio: è uno dei grandi classici latini. Per fortuna ci ha lasciato solo un breve libro di brevi satire: poche centinaia di versi in tutto. Faticosi, molto faticosi, e non del tutto comprensibili.
Da un lato provi simpatia per questo giovane, morto giovane (34-62 dopo Cristo: solo 28 anni!), colto, intelligente, moralmente irreprensibile, seguace di quella filosofia - lo stoicismo - che lo avvicina all'etica cristiana e che lo rende, tutto sommato, una gran bella figura umana.
Da un lato. Dall'altro ti fa rabbia per quel suo versificare così oscuro, ostico, e quel suo ricorrere al contraddittorio dialogato che complica ulteriormente la comprensione delle sue satire.
Diciamo subito che era un versificatore e non un poeta. La poesia è altra cosa: è frutto di cuore, sentimento, commozione. E in Persio non c'è: c'è oratoria e intelligenza. Tant'è che è meglio leggerselo badando al contenuto più che alla forma, in qualche buona traduzione, meglio se in prosa. Lasciando perdere la traduzione del Monti (1802), che è una ritrascrizione a modo suo, ambiziosa, molto elegante, ma certo non utile a capire Persio.
Il libro si apre con un brevissimo prologo di una quindicina di versi all'insegna dell'understatement, nel quale il poeta sbeffeggia un po' i grandi poeti, quelli che hanno bevuto alle fonti delle Muse e che son degni di busti marmorei avvolti d'edera. No, lui non fa parte di questa schiera. Ma nemmeno fa parte della schiera dei poetastri da strapazzo, quelli che scrivono versi per guadagnar qualcosa e che gli ricordano i pappagalli e le gazze, uccellacci che se lasci a digiuno e poi alletti con un po' di cibo sanno anche loro declamare qualche parola o qualche verso...
Seguono poi le satire, sei, di lunghezza variabile dai soli 52 versi della quarta ai 190 versi della quinta.
La prima (O curas hominum, o quantum est in rebus inane!) funge un po' da premessa, riprendendo i concetti del prologo: disprezzo nel confronto dei poetastri, di chi scrive versi per cercare il facile applauso e disprezzo per chi quell'applauso panerai replica facilmente concede.

La seconda (Hunc, Macrine, diem numera meliore lapillo...) è "moralmente" interessante: il poeta tira i suoi strali contro la falsità delle preghiere rivolte agli dei da chi, a parole, chiede virtù, ma col cuore chiede invece ricchezze e favori. Contiene toni di sincera e umana indignazione, bellissimi se si pensa che chi scriveva era poco più che un ventenne: "oh anime striscianti sulla terra e ignare del cielo... e voi dite, oh sacerdoti, che ci sta a fare l'oro nelle cose sacre...?". E conclude invitando a portare nei templi un animo sincero, un cuore in armonia con lo ius, con il diritto, e pensieri onesti: "...fà che di tali doni io possa ornare i templi ed il semplice farro mi basterà per ben sacrificare" (II, 74/75).
La terza satira (Nempe haec adsidue! Iam clarum mane fenestras...) è un preludio al risveglio del giovin signore del Parini: un giovanotto d'antica e nobile famiglia s'alza tardi al mattino, svogliato e appesantito dalle bevute di Falerno, e trova ogni scusa per non prendere in mano penna, quaderni e libri... Una veemente perorazione sulla necessità dello studio inteso come medicina che cura i mali dell'anima. Bella la figurazione della volgarità, nel personaggio d'un soldataccio, e della "malattia dell'ignoranza", rappresentata metaforicamente come malattia fisica, di cui si muore.
La quarta satira (Rem populi tractas barbatum haec crede magistrum...) è all'insegna del "conosci te stesso" di socratica memoria. "Nessuno - dice il poeta - nessuno tenta di scendere in se stesso e tutti invece guardiamo la bisaccia sulle spalle di chi ci precede..." (IV, 23). Si rivolge il poeta al suo immaginario interlocutore e gli chiede "qual è per te il sommo bene? Vivere fra padelle ingrassate e startene sempre al sole a curarti la pelle?" e termina, la satira, con qualche sdegnata oscenità nei confronti dell'abitudine, in voga presso i farfalloni dell'epoca sua, di depilarsi le parti intime maschili, per metterle in mostra provocatoriamente...
La quinta satira (Vitibus hic mos est, centum sibi poscere voces...) è un inno alla vera libertà, quella di spirito, che è prerogativa dei soli sapienti, e che è cosa ben diversa dalla semplice libertà giuridica, quella che - per esempio - ottengono gli schiavi affrancati, che della libertà ha solo la forma ma non certo la sostanza.
Satira, questa, inevitabilmente dedicata da Persio al suo maestro e padre spirituale, il filosofo Cornuto, dal quale il poeta ha appreso le dottrine dello stoicismo e ha ereditato quindi la libertà della saggezza.
Ha momenti di lirica poesia, questa quinta satira, nei versi iniziali che contengono la rievocazione del periodo di apprendistato vissuto da Persio presso la casa di Cornuto: "...ricordo che lunghi giorni sereni consumavo con te e con te coglievo, cenando, le prime ore della notte. Gli stessi impegni di studio e gli stessi riposi dividendo insieme fra noi e consumando insieme gli stessi frugali pasti..." (V, 41).
Infine la sesta e ultima, incompleta, con un bellissimo incipit (Admovit iam bruma foco te, Basse, sabino?): "già la bruma invernale, o Basso, ti avvicina al focolare sabino?" che prelude ad altri ricordi personali di domestica e pacata serenità, sulle spiagge liguri, in quel di Lerici, nell'odierno golfo di La Spezia...
È un sermone contro la cupidigia degli eredi, questa sesta satira, ovvero sull'uso legittimo del proprio denaro soprattutto per fare del bene nei confronti di chi è in stato di bisogno (un amico che ha perduto tutto in un naufragio, per esempio) senza tener conto del poco che rimarrà alla propria morte, da lasciare in eredità. Monti di questa satira scrive che Persio "si burla della follia di quegli avari che risparmiano per arricchire gli eredi" e se non proprio burla certamente ironia c'è là dove il poeta dice che piuttosto che nominare erede un parente indegno, meglio è nominare un povero cristo qualunque (un "figlio della terra") perché tanto - è certo - basta risalire indietro di qualche generazione per scoprirsi parenti con chiunque...

Belle le satire di Persio? No, non sono belle.
Interessanti le satire di Persio? No, non sono particolarmente interessanti. Sono sermoni morali confusi e oscuri, pieni di salti logici difficili da comprendere, faticosi da seguire, spesso impossibili da "sentire", sentire cioè in chiave partecipativa.
Qualcuno ha sostenuto che la fortuna letteraria di Persio è dovuta proprio alla sua difficoltà e oscurità, che è diventata una case-history.
Può darsi.
Da una lettura rimane un forte senso di pulizia morale: non ci offre delizie poetiche, questo lontano e sfortunato poeta, ma ci offre un autoritratto che ci muove a stima, considerazione, grande e incondizionato rispetto. Questo per quanto riguarda la "mancanza di poesia" della sua poesia.
E per quanto riguarda la sua oscurità?
Cosa possiamo dire mai noi lettori di fine secondo millennio che dell'oscurità ne abbiamo fatto motivo di pregio a volte sconfinato? Quanta parte della poesia dell'Ottocento e del Novecento è chiara, comprensibile, spiegabile? Pensiamo a Whitman e alle sue Foglie d'erba, a Rilke e alle sue bellissime Elegie Duinesi, pensiamo a Eliot, a Yeats, all'espressionismo, al simbolismo, all'ermetismo... Si dice che Gerolamo, dottore della chiesa del quarto secolo, gettando alle fiamme il libro di Persio, stizzito per la sua incomprensibilità, esclamasse "Si non vis intelligi, non debes legi!", "Se non vuoi esser capito, non devi esser letto!": ebbene, a quanti poeti del nostro tempo dovremmo applicare altrettanta severità? Non leggiamolo dunque, questo Persio, se non vogliamo leggerlo. Ma mandiamolo assolto: perché se non è stato un grande poeta certamente è stato - diciotto secoli prima - il progenitore inconsapevole di grandi poeti. Di tanti grandi poeti, d'oggi. Incomprensibili più di lui.

Sestri Levante, 30/3/02


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