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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PLAUTO TITO MACCIO
Anfitrione
Sta in Le Commedie, vol. I, a cura di Giuseppe Augello, pp. 135, UTET, Torino, 1972/1980.

La lingua di Plauto mette a dura prova le reminiscenze "latinorum" anche del più bravo tra gli ex studenti di un qualunque liceo classico: è davvero incomprensibile. Una lingua che il grande poeta umbro piega e forgia a suo piacimento creando frequenti neologismi e una sintassi difficile e tormentata che riesce comprensibile (e nemmeno tanto facilmente) solo se indagata in seconda lettura con una buona traduzione a fianco.
Chi era Plauto? Plauto per noi occidentali è "la commedia". Senza Plauto oggi non ci sarebbero né teatro né cinema né varietà né gags televisive. È l'origine di tutto ciò che di generazione in generazione è diventato "lo spettacolo". Tutto nasce da Plauto. Si potrà obiettare che prima di Plauto ci furono in lingua greca Aristofane e Menandro. Che un poco di Aristofane e tanto di Menandro (di cui poco ci è rimasto) giunse a Plauto... È vero. Ma Plauto seppe elaborare, codificare, reinventare e soprattutto ampliare a dismisura la lezione ricevuta, e letteralmente oggi possiamo dire che fu lui l'inventore del teatro.
Quello comico, naturalmente. Che è il teatro per eccellenza, cioè l'intrattenimento, il divertimento, il riso (il riso: che va dalla risata sino al sorriso). Quello comico che, guarda caso, è anche parte integrante, poi, di quello tragico. Quello comico, che è alla base dell'ottanta per cento di tutto l'intrattenimento televisivo, ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, in tutto il mondo al giorno d'oggi.

Di Plauto sappiamo poco.
Sappiamo che nacque circa nel 254 a.C. e morì circa nel 184, settantenne. Nacque a Sarsina, in Umbria, fece il mercante, l'attore, ebbe problemi con la giustizia, per debiti, si affermò infine come drammaturgo. Si dice che le sue commedie furono centotrenta: a noi ne sono arrivate, più o meno intere, ventuno. Ventuno capolavori.
Cos'è un capolavoro? L'etimologia ci dice che è un lavoro che sta in testa a tutti gli altri. Le commedie di Plauto sono all'origine di ogni altra commedia: quindi sono capolavori. Per definizione: tutte e ventuno.

Il canone plautino pone Anfitrione (Amphitruo) al primo posto tra le sue commedie. È in versi, naturalmente, come tutto il suo teatro, ed è suddivisa in cinque atti, di cui il IV quasi per intiero perduto.
Il nucleo tematico, su cui Plauto ricama lazzi e frizzi facendo sbellicar dal ridere, è tutt'altro che un'invenzione plautina. È l'arcinota storia di Giove che perde la testa per Alcmena, moglie virtuosa di Anfitrione, e volendo portarsela a letto prende le sembianze del marito sì da poter fare i suoi comodi. Perché arcinota, fra i mille e mille miti dell'epoca? Perché dagli amori tra Giove e Alcmena nasce Ercole, il più amato fra i semidei dell'olimpo ellenico-romano. Mito, quello della nascita d'Ercole, celebrato in modo eroico dalla grande poesia greca, in modo comico da Plauto, in modo mistico dal mito ebraico della Vergine nei Vangeli e nella successiva letteratura cristiana. È il mito del dio che insemina la femmina dell'uomo e ne nasce il semidio: mito presente in tutte le letterature occidentali e orientali e in tutte le varianti possibili e immaginabili.
Perché l'Anfitrione di Plauto è spassoso? Perché Plauto si inventa un personaggio gregario, il dio Mercurio, che fa "da palo" al padre Giove mentre questi si gode Alcmena e gli fa da palo assumendo le sembianze del servo d'Anfitrione, Sosia, così come Giove ha assunto le sembianze d'Anfitrione stesso. Mercurio travestito da Sosia sta davanti a casa d'Anfitrione e impedisce a chicchessia di entrare, ma in quel mentre arriva il Sosia vero, mandato da Anfitrione ad annunciare alla moglie il proprio rientro a casa dopo le fatiche della guerra. Scene macchiettistiche a profusione all'insegna del "osi dunque affermare che sei Sosia, mentre Sosia sono io?!" e relative bastonature e lazzi. Fino a che il vero Sosia, convinto dalle argomentazioni e dalle bastonature del falso Sosia è costretto a rassegnarsi: "...mi ha schiacciato con le sue prove: ora non mi resta altro che cercarmi un altro nome..." (I,1). E più avanti, ancora incredulo, dirà a se stesso: "Santi numi, dov'è che sono andato a finire? Com'è che non sono più io? o forse per effetto della distrazione ho dimenticato da qualche parte me stesso?..." (I, 1). E, finita l'ondata delle risate nel battibecco fra i due Sosia, subito Plauto ce ne propone un'altra nel successivo battibecco fra il vero Sosia e il vero Anfitrione, quando questi accusa il servo di non aver svolto il suo compito, avvisare cioè Alcmena dell'imminente ritorno a casa del marito. E perché Sosia (quello vero) non ha svolto il suo compito? Perché Sosia (quello falso, piazzato davanti a casa) glie lo ha impedito. Il comico nasce dal fatto che Sosia non parla di un falso Sosia, ma di se stesso sdoppiato e sostiene, sbraitando e giurando di dire il vero, la sua verità da credulone: "te l'ho detto dieci volte, padrone, e torno a ripeterlo: io in questo momento mi trovo qua, di fronte a te, ma in questo stesso momento io, sì proprio io, Sosia, sono davanti a casa nostra a impedir che altri entrino. E dentro casa, a letto con tua moglie, ci sei tu, sì, proprio tu, caro padrone Anfitrione...". Portato tutto questo in scena da abili guitti, è facile immaginare quali risate possa generare.
La commedia prosegue poi con scenate di gelosia di Anfitrione e scenate di giusto sdegno di Alcmena che si sente accusata d'essere una sgualdrina... Per aver passato la notte con chi? Con il marito, non altri che il marito, perché tale per lei era l'Anfitrione giunto in casa e finito nel suo letto.
Il mito festoso della nascita d'Ercole non può concludersi che con un lieto fine. È il deus ex machina classico del teatro greco e latino: viene in scena Giove (in modo spassoso ed equivocando sul fatto se lui sia Giove che ogni tanto diventa Anfitrione o Anfitrione che ogni tanto diventa Giove...) e sistema ogni cosa.
Alcmena partorisce così, insieme, due maschietti: uno è figlio di Anfitrione, l'altro di Giove (e sarà appunto Ercole) e il nostro Anfitrione, quello vero, felice come tutti i padri per il lieto evento, si consolerà dicendo "non me ne adonto, vivaddio, se del mio amato bene posso fare a mezzo con il sommo Giove..." e anzi deciderà di onorare il re degli dei con un bel po' di sacrifizi, per propiziarselo... (V,1).

È spassoso l'Anfitrione? Sì, assolutamente spassoso: non esiste un Plauto che sia men che spassoso. Mai. E ogni qualvolta nei secoli e nei millenni successivi, narrativa, teatro, cinema, televisione, hanno proposto il tema - da comico a inquietante - d'un personaggio e del suo doppio, ebbene dietro quel tema c'è Sosia. L'immortale Sosia di Plauto, il primo, il patronimico, dei sosia di tutti i sosia del mondo dello spettacolo.

Stresa, 27/1/02

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