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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PLAUTO TITO MACCIO
Asinaria
Sta in Le Commedie, vol. I, a cura di Giuseppe Augello, pp. 115, UTET, Torino, 1972/1980.

Gli asini, nell'Asinaria, c'entrano poco o nulla, ma hanno dato il titolo alla commedia perché i soldi che occorrono ai due protagonisti, padre e figlio, per pagarsi la loro sgualdrinella vengono sgraffignati da un credito per la vendita, appunto, d'alcuni asini.
Vediamo cosa succede in questa spassosa commedia, così spassosa da essere, quasi, una lunga esilarante farsa d'un migliaio di versi.
Argirippo è un ragazzotto di buona famiglia che ha perso la testa per una giovane cortigiana, Philenia, messa in vendita a nottate, o ad annate intere, dalla madre di lei, Cleareta, ruffiana avida e priva di scrupoli. Se l'è goduta più volte pagando qualche soldino forse rubato in casa, ma ora non ha più uno spicciolo e la ruffiana lo butta fuori di casa, sorda al fatto che il ragazzo è innamorato cotto della figliola e che anche lei, nell'esercizio della sua poco nobile professione, bé, anche lei è innamorata! Ma "le porte delle mezzane somigliano a quelle del dazio, se hai da pagare sono aperte, se no, son sempre chiuse!" (I, 3). E quando un cliente arriva in quella casa portando denaro, ad accoglierlo "sorridono persino i muri", ma quando il cliente è stato ben spennacchiato, non solo non ci son più sorrisi, ma anzi ci sono solo male parole e improperi. Quanto alla ragazza, il cui mestiere è "chiedere con la lingua e guadagnare con il corpo" (III, 1) è, agli occhi della madre, davvero una gran sfrontata ad essersi, povera scema, innamorata e a reclamare che "come il pecoraio che pasce le altrui pecore ne ha una tutta sua per coltivare le sue speranze" (III,1) anche lei possa, tra i tanti clienti, amarne almeno uno, uno solo, il suo Argirippo, perché, dice la ragazza, "io lo voglio, mi fa bene al cuore!" (III, 1). Ma la madre è inflessibile: "io non ti proibisco di amare quelli che pagano per essere amati!" (III, 1) sbraita alla figlia e la offre anzi a un altro cliente, un certo Diabolo, con cui si appresta a fare un contratto per cedergliela, al prezzo di venti mine, in esclusiva per un intero anno.
Argirippo ha dunque anche lui bisogno di venti mine se vuole per sé Philenia portandola via a Diabolo. Come procurarsele? Il padre Demeneto pare un gran buon vecchio, che conosce le pene d'amore e che vuole risparmiarle al figlioletto: si farà carico lui, che in casa conta meno del due di picche, di cercare la grossa somma. Come? Incaricando due schiavi di casa, svegli, manigoldi e furbacchioni, di procurarsi la somma, con qualsiasi mezzo, lecito o non lecito. E solo più tardi scopriremo il perché di tanta generosa premura da parte di papà Demeneto... I due schiavi lo trovano subito il modo: incassano un credito, appunto di venti mine, per la vendita di certi asini fatta tempo prima dalla madre-moglie-padrona, di nome Artemona, la classica donna-cerbero che tiene a stecchetto marito e figlio e amministra la casa e la cassa dando la sua fiducia solo a un severo e incorruttibile maggiordomo di casa, Saurea. Uno degli schiavi, in combutta col padrone, si finge Saurea, incassa il denaro e corre dal padroncino innamorato a sbeffeggiarlo e a promettergli la somma. Ma ecco la mascalzonata di Demeneto, il padre. Sì, il denaro sgraffignato alla moglie servirà a pagare un intero anno d'amore fra Argirippo e Philenia, ma, dice lo schiavo al ragazzo, "tuo padre ci ha ordinato di portarti questo denaro, venti mine buone, procacciate con male arti, ma vuole una notte tutta per sé con Philenia. E in più una bella cena...!" (III, 4). Ecco il vecchio libidinoso, il grande personaggio-tipo di tanto teatro nei secoli e nei millenni a venire, quello che "va a bagasce a dar il malesempio ai figli", quello che "chi sa cosa combina fuori e poi la notte torna stanco morto", quello che "...ara l'altrui campo e lascia incolto quello di famiglia, la feccia dei mascalzoni, un beone, un disutilaccio, un crapulone che ha in odio la moglie..." (V, 2).
Siamo arrivati al termine: il contratto è fatto, padre e figlio sono entrambi a far bagordi nella casa delle due donne, la ruffiana e la figliola, tutti a bere, a sbafare, a cantare e far musica, e, come previsto, il padre intento a strofinarsi nel letto la ragazza, quando, classico colpo da commedia, arriva la matrona cornificata e derubata, messa sull'avviso dal rivale Diabolo, quello che voleva anche lui la ragazza e se l'è vista soffiare dall'accoppiata padre e figlio...
Scene, ovviamente, esilaranti, che Plauto, grande uomo di teatro, grande regista e attore oltreché commediografo, sa tirar fuori col classico trucco della moglie che osserva, non vista, da fuori-scena e freme e sbuffa sino a che non regge più allo sdegno e si avventa sul malcapitato marito... Quante volte dopo Plauto assisteremo a questa scena, in centinaia di commedie e di film, sino ai nostri Totò e Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi, e quante volte sghignazzeremo nel corso dei secoli e dei millenni? Ma qui siamo duecento anni prima di Cristo. Qui, ciò che dopo diventerà mestiere e stereotipo, qui è scoperta, è invenzione, è genialità allo stato puro. È l'acqua che sgorga fresca alla fonte, prima che sia intubata, gasata, imbottigliata, etichettata...
Il vecchio Demeneto è un po' brillo e ha la ragazza infilata con lui nel lettuccio sul quale si partecipava nel mondo latino ai pranzi: promette di sgraffignare alla moglie il più bello dei suoi mantelli per regalarlo alla ragazza, decanta il suo alito profumato "ben più piacevole di quello di mia moglie", se la sghignazza della propria vecchia che sì ama, ma solo quando non c'è, proclama a gran voce che la vorrebbe morta e stecchita, eccetera, eccetera. Il tutto con la moglie che sente, freme, ribolle, e commenta, fuori-scena.
Con gags che sono magistrali, per esempio quella dell'alito: "Corbezzoli, hai un alito ben più piacevole di quello di mia moglie"...
"Perché, le puzza il fiato a tua moglie?"
"Uff! Preferirei bere acqua di fogna che baciarla!"
e la moglie, fuori-scena, che salta su tutte le furie e prepara la sua legge del taglione: " oggi, appena torna a casa, mi vendicherò sì a forza di baci...!"...
La pantomima finale è tutta una gran festosa scena di teatro comico, tutto a più voci: irrompe la moglie; si dà per morto il marito; invocano il becchino i servi ridanciani; grida finalmente tutta la sua nausea la ragazza costretta a sbaciucchiarsi controvoglia il vecchio; piagnucola il marito - mentre la moglie se lo trascina a casa - rimpiangendo a questo punto almeno la cena, visto che la ragazza è sfumata per sempre; "caro, non dimenticarti il mantello!..." gli grida dietro la sgualdrinella, un po' sfrontata un po' vendicativa; cerca, la ruffiana, di salvare il salvabile, magari vendendo la figlia una notte a turno a tutti e due i pretendenti... E si congeda infine il poeta con un finale da gran signore del teatro: ecco tutti insieme gli attori, a scena aperta, che con un inchino si rivolgono alla platea e "se volete intercedere per questo povero vecchio - dicono - affinché non le buschi dalla moglie, ecco che potrete ottenere la grazia, sì, facendoci un bell'applauso!".
Plausum si clarum datis... E come si può non applaudirlo, il padre della commedia, l'immortale Plauto?

Sestri Levante, 24/8/02


 

 

 

 

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