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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PLAUTO TITO MACCIO
Miles gloriosus, il soldato fanfarone
Sta in Plauto, Le Commedie, vol. II, a cura di Giuseppe Augello, pp. 148, UTET, Torino, 1975.

Il "Miles gloriosus" è ben più che una divertente commedia di Plauto: è storia, è capolavoro, è monumento, è fonte a cui si sono abbeverati per duemila anni il teatro, il varietà, la farsa, il cinema, la letteratura, il melodramma, le arti figurative...
È la più celebre delle commedie plautine, la più rappresentata a teatro, la più imitata, la più tradotta. Non solo perché divertente e sghignazzevole dal principio alla fine. Ma anche per la tipicità dei temi che contiene: il servo scaltro e truffaldino, il prepotente borioso, lo scambio di persone, lo sbeffeggiamento finale del borioso, il corteggiamento, da parte degli amici, dello scapolo senza figli, al fine d'assicurarsene l'eredità... Temi, ognuno dei quali aprirà, nei millenni che seguiranno, infinite variazioni, rielaborazioni, imitazioni. Il Miles gloriosus di Plauto è un archetipo, è il padre-ispiratore di migliaia e migliaia di ore di spettacolo, di satira, di divertimento, e dilaterà a dismisura la sua influenza ispiratrice tanto più nel nostro secolo ventesimo, il secolo dello spettacolo per eccellenza, del cinema e della TV. Un esempio fra tanti, senza scomodare Falstaff: il Gassman de I soliti ignoti, de La grande guerra, de L'armata Brancaleone, i capolavori del cinema di Monicelli, avrebbe potuto esistere se non fosse esistito, duecento anni prima di Cristo, quello smargiasso di Pirgopolinice?

Certo, Miles gloriosus è una "contaminatio"... Certo, il motivo del soldato fanfarone era comunissimo già ai tempi di Plauto... Certo, il motivo della parete bucata non l'ha inventato Plauto, è antico come il mondo... Certo, il servo astuto, lo scambio di persone, sono motivi tutti antecedenti a Plauto...
E con ciò?
Noi abbiamo il Miles gloriosus, è un capolavoro tramandatoci da Plauto, lo hanno letto e applaudito centinaia di generazioni: il fatto che Plauto si sia ispirato ad altri, cosa toglie al suo merito? In cosa svaluta il godimento che questa commedia ci ha offerto nei duemila e passa anni da che esiste? Plauto non è solo Plauto: è anche un simbolo, il simbolo delle origini del nostro teatro, un simbolo che appunto chiamiamo Plauto e che è immenso. Come chiamiamo Omero il simbolo delle origini della poesia epica.

Ma lasciamo Plauto dov'è e andiamo da Pirgopolinice che è qui con noi, più vivo che mai.
Siamo ad Efeso. Il nostro soldato abita qui con una ragazza di nome Filocomasia che lui ha sottratto, ad Atene, al suo legittimo fidanzato, Pleusicle, assente per affari. Se l'è portata ad Efeso, la tiene in casa sua sotto custodia e se la gode. Ma con loro c'è anche un servo astuto come un demonio, che è Palestrione, il quale prima era servo fedelissimo di Pleusicle e di Filocomasia, quando i due se ne stavano insieme ad Atene, ed è qui ad Efeso in casa del soldato per difendere gli interessi del suo padroncino e della sua ragazza, per rimettere in piedi quella coppia e quel menage che il soldataccio ha spezzato. Scrive a Pleusicle, lo avvisa di dove si trova la ragazza e lo fa venire ad Efeso, in casa d'un vecchio amico, un certo Periplectomeno.
La casa di Periplectomeno è addossata a quella del soldataccio, muro contro muro. E così Palestrione escogita un trucco: fa un foro nella parete che unisce le due abitazioni ed ecco che la ragazza, custodita in casa dai servi del soldato, può, quando le pare, passare di nascosto nella casa adiacente e andare a godersi il suo amato-bene, cioè Pleusicle.
Senonché succede che un servo del soldato, arrampicatosi sui tetti delle due case per recuperare una scimmietta fuggitiva, ti vede nella casa appunto di Periplectomeno la ragazza abbracciata a quello che per lui è uno sconosciuto, cioè a Pleusicle. Apriti cielo! Custodire la ragazza era una responsabilità di quel servo: è suo dovere quindi avvisare il soldato del tradimento...
Per impedirglielo ecco che entra in scena l'astuto Palestrione: "...questa è la trappoleria che intendo mettere in opera. Dirò che è giunta qui da Atene, in compagnia del suo innamorato, la sorella gemella di Filocomasia, che si somigliano come due gocce di latte, e che infine i due nuovi arrivati hanno preso alloggio a casa... se quel servo mio camerata è andato a dire al soldato di averla vista mentre si baciava con un estraneo, io gli potrò provare di aver visto quest'altra, mentre era tra le braccia del suo innamorato..." (II, 2).
Sceledro, così si chiama il servo guardiano della ragazza, è duro da convincere e in più è tra due fuochi e corre dei seri rischi. Glie lo spiega chiaro Palestrione: "se l'accusa contro Filocomasia è campata in aria, non c'è dubbio che sei un uomo morto; se è vera, siccome eri il suo guardiano, sei lo stesso un uomo morto..." (II, 3). Se vuole salvare la pelle gli conviene dunque abbozzare e dimenticare: "preferisco stare zitto, anziché morire di mala sorte..." (II, 3), si convince Sceledro e, più avanti, dopo aver visto la ragazza sia in una casa che nell'altra (è facile a Palestrione fargliela passare in pochi attimi di qua e di là del buco) "Io non so che dire - dirà - anche se l'ho vista, vuol dire che non l'ho vista... non so nemmeno se debbo credere a me stesso: comincio a pensare di non aver visto quello che ho visto...".
Per aumentare in lui la convinzione, la burla va avanti con gran spasso: ecco che Filocomasia esce e si mostra sulla porta di casa del vecchio. Sceledro l'afferra e vuole ricondurla nella casa del soldataccio, ma la ragazza finge di non conoscerlo e il vecchio improvvisa uno scandalo contro il servo del suo vicino di casa accusandolo di molestare la propria ospite: "...voglio levarmi la soddisfazione di vederti sotto la frusta per una giornata intera, dal mattino alla sera!" lo minaccia, fino ad atterrirlo e a zittirlo per sempre. Ora Sceledro è convinto che le ragazze siano proprio due e si guarderà bene dall'andare a riferire al soldataccio ciò che ha visto. Anzi: non c'è che sperare che il vecchio della casa accanto lo perdoni e non sia lui a parlarne al soldato, denunciandolo per aver "palpato e scorbacchiato sulla pubblica via" (II, 6) una sua ospite.
L'incidente, in sostanza, è superato. Sceledro non denuncerà al soldato d'aver visto la ragazza sbaciucchiarsi con un altro.
Ma ora bisogna passare alla fase due del piano di Palestrione, che è la più delicata. Come portar via la ragazza al soldato? Come restituirla al suo legittimo innamorato, che è Pleusicle, e consentire ai due di tornarsene ad Atene?
Il soldato è "un fanfaronaccio, uno svergognato, un porcellone, tutto impastato di spergiuri e di puttanerie..." (II, 1) e - dice Palestrione - ne ho inventata una "gagliarda assai da servire di pelo e contropelo a questo zazzerone", questo "puttaniere come credo non ce n'è al mondo né ce ne sarà mai"... (III, 1). Cosa ha inventato Palestrione di gagliardo assai per "soffiar via la ganza al militare"? Sfruttando la vanità del soldato, che si crede un Adone, Palestrione gli farà credere che una fantomatica vicina di casa, moglie del vecchio Periplectomeno, quello che ospita Pleusicle, e che in realtà è scapolo convinto, ha perso la testa per lui. Basterà questo per far abboccare quello stupido e menarlo per il naso. Occorre però, per recitare la parte, "una donnina belloccia e con una buona dose di spirito e di furberia in corpo... una donnina con un debole per il denaro e un po' di sale in zucca: non dico cervello perché di quello le donne non ne hanno punto..." (III, 1). Presto trovata la donnina (un tal Acroteleuzia) Palestrione farà scene e controscene per far credere al soldato che quella è la moglie del vicino di casa, che è pazza di lui e che è pronta ad abbandonare il marito per gettarsi nelle sue braccia. E lusingato e sbeffeggiato a dovere, Pirgopolinice casca nella rete al punto che sarà lui stesso a porsi il problema di come liberarsi della precedente sua donna, cioè proprio di quella Filocomasia che Palestrione e Pleusicle vogliono portargli via. Come? È molto semplice: basta coprirla di oro e di regali e restituirla alla sorella gemella che, nella beffa architettata da Palestrione, abita nella casa accanto. Le due sorelle prenderanno la nave per Atene e Pirgopolinice sarà finalmente libero di godersi la sua nuova conquista.
E così vanno infatti le cose: se ne partono per casa loro, finalmente tornati insieme, Filocomasia e Pleusicle, si portano con sé le ricchezze del soldato e, come regalo finale, anche il servo Palestrione, che Pirgopolinice in un moto di generosità assegna a Filocomasia come buonuscita finale.
Ma cosa succede a Pirgopolinice, assatanato per la sua nuova conquista, che lui crede una donna dabbene e invece è una astuta sgualdrina assoldata per farlo fesso? Succede che "per dar sollievo agli affanni di questa povera donna..." (IV, 6) per dar retta alla di lei serva che sta al gioco e lo sollecita "...la mia padrona ti scongiura di venire a casa sua, ti vuole, ti cerca, ti aspetta, ti brama..." (IV, 9), succede che davvero il malcapitato si infila nella casa del vicino dove, lui non lo sa, "l'agguato è pronto: il vecchio ha preso posizione per saltare addosso all'adultero...". Ed eccoci all'ultimo atto della commedia, esilarante, dove il povero Pirgopolinice è tenuto ben stretto dai servi del vecchio e mentre lui sbiascica supplichevole le sue scuse "...ti giuro che credevo che si trattasse di una vedova: così mi disse l'ancella che ci faceva da intermediaria..." intorno a lui i discorsi sono del tipo: "guarda bene se il tuo coltello ha il filo a posto..." perché "è un pezzo che esso smania di fare repulisti delle parti basse del ventre di questo sporcaccione... ", "...quando debbo procedere al taglio?", "mettetelo a gambe divaricate e stendetelo a terra..." (V, 1).
Fattogli prendere un gran spavento, fattagli pagare una tosta penale, spogliatolo dei suoi abiti e dei suoi ornamenti, lo butteranno fuori di casa tutto intero e all'improvviso il poveretto, che aveva rimpianto Palestrione credendolo il più fedele dei suoi servi, capirà finalmente d'esser caduto nella rete e d'esser stato gabbato proprio da lui, la "schiuma delle canaglie" (IV, 8), il maledetto Palestrione!

Che tipo di comicità è quella di Plauto? E cosa ha inventato il teatro in duemila anni di esperienze dopo di lui?
È comicità d'intreccio quella di Plauto, e di suspense, perfettamente congegnata in un montaggio "cinematografico" in cui sí, puoi prevedere come andrà a finire, ma la storia ti avvince e ti appassiona perché è continuamente diluita, spostata, rimandata, ripresa, insistita. Non siamo alla commedia "di carattere" (che sarà appunto ciò che il teatro inventerà nei secoli successivi) né alla commedia di "ambiente": i personaggi vivono come macchiette un po' stereotipate, il furbo è furbo, la canaglia è canaglia, il borioso è borioso, tuttavia in "nuce" nel teatro di Plauto c'è già tutto quanto il teatro saprà inventare in futuro. Anche il "carattere".
C'è per esempio una lunga digressione, nel terzo atto, in cui "il vecchio", cioè Periplectomeno, parla di sé stesso e ci descrive un personaggio borghese di cinquantaquattro anni appagato del buon vivere, soddisfatto di sé, generoso verso gli amici, socievole, scapolo convinto "con ancora in corpo un pocolino di calore" (III, 2), amabile sostenitore del "mangia, bevi, stiamo allegri e facciamo baldoria..." (III, 2). È una sorta, forse, di autoritratto di Plauto ed è già un consistente esempio di una embrionale caratterizzazione di un personaggio, con i suoi chiaroscuri, le sue modulazioni, i suoi approfondimenti... Non ancora un "carattere", non ancora un "ambiente", ma già un accenno - sia pur molto primitivo - all'uno e all'altro.
E c'è inoltre, in questo episodio-digressione, lo spunto per un altro tema teatrale tipico: racconta di sé Periplectomeno, parlando dei parenti avidi che gli ruotano intorno: "...ogni mattina, prima ancora del far del giorno, mi vengono a far visita e mi chiedono se ho riposato bene... con tutti i regali che mi portano... chi mi ha mandato meno degli altri si sente l'ultimo dei disgraziati... tra di loro fanno a gara per mandarmi regali...".
Ecco, bell'e pronta, diciassette secoli prima che salga in scena, tutta la trama del Volpone di Ben Jonson, per intero!
Quando a teatro sghignazziamo per le manfrine che Volpone e Mosca mettono in atto per pelare gli avvoltoi che ruotano loro intorno, ricordiamocelo: c'è Plauto, l'eterno Plauto, dietro a quelle risate.
C'è Plauto, in un modo o nell'altro, dietro la metà delle risate che ci regala oggi il mondo dello spettacolo.
In questo senso Plauto non è grande: è immenso.

Milano, 4/4/03



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