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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SESTO PROPERZIO
Il libro di Cinzia
Elegie I, traduzione di Angelo Tonelli, a cura di Paolo Fedeli e Rosalba Dimundo, con testo a fronte, pp. 186, Marsilio, Venezia, 1995.

Da quanti anni non leggo Properzio? Da quante decine di anni? Sono andato a cercare gli appunti: eravamo nei primi anni Sessanta. Quarant'anni! Il ricordo in quarant'anni è completamente evaporato: solo un nome, Properzio, e un titolo, Elegie. Null'altro.
Mi reimmergo in una bella edizione, con testo a fronte, del solo primo libro delle sue elegie. Tutto è invecchiato ed è imputridito in questi quarant'anni, io prima di tutto. Ma no, non Properzio. È rimasto giovane, vivo, pieno d'amore. Il mondo è rotolato a decine di anni, a secoli, a millenni, ma la voce incantevole di Properzio poeta d'amore è rimasta tal quale. Ancora ama. È attualissimo quello che canta. Cinzia è ancora viva e bellissima, lei che fu la prima a rapirlo con i suoi begli occhi (Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis...), lei che lo indusse, crudele, a detestare le fanciulle caste (me docuit castas odisse puellas).
Per sempre. Lo dice il poeta che Cinzia sarà per sempre l'incanto della sua vita (tu semper eris nostrae gratissima vitae) e invoca gli dei affinché così sia per sempre (maneat sic semper...), quella Cinzia che tutto fu per il poeta, famiglia, parenti, casa (tu mihi sola domus, tu, Cynthia, sola parentes) quella Cinzia che per amore di lui seppe rinunciare alle lusinghe d'un nuovo amante che le prometteva ricchezze in Oriente e fece gridare al poeta, colmo di gioia: "Ora sì posso camminare sulle stelle più alte: sia giorno o sia notte, lei è mia!" (nunc mihi summa licet contingere sidera plantis: sive dies seu nox venerit, illa mea est)...
Cosa sono quarant'anni, cosa sono duemila anni, di fronte a tanta potenza d'amore? Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit, dice Properzio e canta. Canta la gioia e le pene. L'estasi e la gelosia. I sogni e la realtà. L'abbraccio e la lontananza. L'anima e il corpo. Non c'è ricchezza al mondo che valga una notte d'amore con Cinzia, non tutte le perle del mar Rosso, non tutte le ricchezze dei re refrigerant recovery machine. Come è bello tenerla tra le braccia e sognare di lasciare l'anima sulle sue labbra bramate (et cupere optatis animam deponere labris) o come è consolante scoprire che lei, sì proprio lei, Cinzia, è pronta a rinunciare ad un regno pur di dormire una notte con il poeta in un letto anche piccolo e scomodo e riscoprire in qualunque modo di appartenere per intero a lui (illa vel angusto mecum requiescere lecto et quocumque modo maluit esse mea).
Duemila anni. Eppure non è esattamente ieri che il poeta, ebbro di vino, torna in piena notte a casa di lei e l'ammira mentre dorme quieta nel suo letto, le si sdraia accanto, con delicatezza le passa il braccio sotto il collo, piano, pianissimo, la sfiora di baci, immobile la guarda fisso mentre lei un pochino trasale nei movimenti del sonno e del sogno, e le scioglie dalla fronte le piccole corone di fiori, e gli manca il coraggio di turbare il suo sonno, e si diverte a comporre con le dita i suoi capelli spettinati sul cuscino e aspetta, aspetta... Fino a che la luna, filtrando dalle finestre aperte, la luna frettolosa che volentieri avrebbe trattenuto la sua luce per non disturbare la bella dormiente, con raggi leggeri le apre gli occhi assopiti (compositos levibus radiis patefecit ocellos)...
Sì. Tutto questo è avvenuto ieri notte. Duemila anni fa, ma ieri notte. Tanto è ancora vivo, attuale, credibile, percepibile.
Aveva ragione Properzio: un verso d'amore, un bel verso d'amore vale più di tutto Omero ( plus in amore valet Mimnermi versus Homero.. .)!

Sestri Levante, 16-17/06/01

 
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