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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LUCIO ANNEO SENECA
Ercole Eteo
Sta in Tutte le opere, traduzione di Ilaria Ranelli, pp. 80, Bompiani, Milano, 2000.

Della tragedia latina tutto è andato perduto salvo Seneca. E dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo. Se ne disse e se ne dice piuttosto male della tragedia di Seneca e forse più a torto che a ragione. Addirittura dal suo nome è nato un aggettivo, "senechiano", che, tradotto, vuol dire truce, truculento, sanguinoso. E quando si vuole biasimare un autore tragico per aver gettato troppo sangue in scena, di lui appunto si dice che è "senechiano". E così, per sentito dire, si giudica senechiano Seneca e si tralascia di leggerlo. Quanto a portarlo in scena, poi, non succede mai. Peccato!
Le sue, effettivamente, sono tragedie letterarie, destinate alla lettura più che al teatro. E se vincessimo qualche pregiudizio ormai radicato, potremmo almeno tornare a leggerle. Scopriremmo che anche in una tragedia di Seneca ci può essere il godimento della buona lettura se non sempre della grande poesia.

Seneca ama le tinte forti, le grandi passioni, gli estremi. Non conosce le mezze misure. Sceglie soggetti - i contenuti non sono suoi, li trae dal mito e dalla letteratura precedente - fortemente tragici, spigolosi, cupi. È tragedia e basta, la sua, e come tale la tratta, a forti tratti, forti emozioni.
È un difetto questo? No. Perché dovrebbe esserlo? In Ercole furioso l'eroe uccide, per un malinteso, perché li crede illegittimi, i propri figli e la moglie.
Ne Le Troiane la furia vendicativa degli Achei esige che per onorare la memoria di Achille siano uccisi sulla sua tomba Polissena, figlia di Priamo ed Ecuba e il piccolo Astianatte, figlio di Ettore.
In Le Fenicie si ha l'odio furioso e il reciproco assassinio tra i due fratelli Eteocle e Polinice, gli infelici figli di Edipo e Giocasta.
In Medea si ha una madre che per vendicarsi del marito Giasone, sposo infedele, gli uccide i figli.
In Fedra l'insana passione della matrigna per il figliastro Ippolito provoca l'ingiusta morte di questi e il suicidio della protagonista.
In Edipo abbiamo l'infelice sovrano di Tebe che scopre d'aver ucciso, senza saperlo, il proprio padre e d'aver sposato la propria madre. Per espiare, lei, Giocasta, si uccide e lui, Edipo, si acceca.
In Agamennone, l'eroe, di ritorno dalla guerra, è trucidato dalla moglie Clitennestra e dall'amante di lei Egisto.
In Tieste il feroce Atreo uccide, al fratello, i tre figlioletti e glie li imbandisce come pasto a tavola, fingendo un banchetto di riconciliazione.
Infine, in Ercole Eteo, Deianira, rosa di gelosia perché il marito Ercole è innamorato d'una giovane prigioniera, gli invia una veste avvelenata che, indossata da Ercole, lo divora orrendamente sino a morte.
Storie antiche che già esistono e che Seneca rielabora senza nulla togliere e nulla aggiungere alla tragicità degli eventi. Il sangue che corre in scena è quello strettamente necessario allo svolgimento del tema: truculento non è Seneca, truculenti sono i miti cui egli attinge.
Non una delle tragedie di Seneca è realmente "senechiana", nel senso deteriore del termine: Seneca non si compiace del sangue versato e non calca la mano oltre misura, mai. La sua attenzione è rivolta ad altro: l'intento dell'autore è quello di mostrare che la sorte, il Fato, colpiscono soprattutto coloro che prima ne sono stati favoriti. È la ruota della fortuna: prima ti porta in cielo e poi ti precipita. Ecco: questo semmai ci ha messo di suo Seneca nella maggior parte delle proprie tragedie, tolte dai miti. Non il sangue versato in scena. Quello c'era già, nel mito.

Leggiamo ora insieme l'Ercole Eteo: ha un valore storico letterario tutto particolare, anche se non è "politically-correct" farne menzione in tal senso. La storia è esattamente quella delle Trachinie di Sofocle. Dei due personaggi protagonisti, Deianira ed Ercole, si direbbe che Sofocle amasse di più Deianira, Seneca invece Ercole. La Deianira di Seneca è cupa: ella odia. La Deianira di Sofocle è liricamente stupenda: ella ama. Il primo personaggio che appare in scena in Sofocle è Deianira, in Seneca è Ercole.
Eccolo dunque qui: invoca il padre Giove, gli enumera i propri meriti e gli chiede perché ancora gli sia negata l'immortalità, l'assunzione in cielo fra gli dei: "perché, o genitore, perché rifiuti gli astri?" (13) ..."È il cielo che io ho sorretto, che io richiedo..." (98). Frattanto la prigioniera Iole giunge presso la casa d'Ercole, mandata avanti come preda di guerra, prima del ritorno dell'eroe. "...risplende Iole come un giorno terso o come l'astro luminoso brilla nelle notti limpide..." (237) dice di lei la nutrice. Iole è consapevole della tragicità della propria bellezza, portatrice di lutti. Vorrebbe fuggire: "perché le mie braccia non prendono ancora piume per volare?" (201) ma non le rimane che accettare la sorte, da figlia di re diventare schiava: "beato chi sappia comportarsi da servo e da re e il suo volto sia in grado di mutare..." (238). Esplode la gelosia di Deianira, moglie d'Ercole, madre dei suoi figli: "...una prigioniera dovrà sottrarmi il talamo?" (287) ..."una prigioniera mi è stata preferita, ma non lo sarà oltre: l'ultimo giorno di me sposa sarà anche l'ultimo giorno di vita" (305) ..."con il mio sangue spegnerò le fiaccole nuziali..." (339) ..."tra le fiaccole nuziali assalirò la concubina..." (347). Deianira è consapevole dell'impari lotta fra le proprie attrattive di sposa già madre e già in avanti con l'età e le attrattive della giovane Iole: "Tutto ciò che fu in noi desiderato un tempo, cadde ormai e perì, rovinando: lo strappò l'età più anziana, con affrettato passo, e la maternità molto di quello mi sottrasse..." (387). Deianira è disposta a tutto, per impedire le nuove nozze di Ercole con Iole: è disposta a uccidere Iole, Ercole e se stessa... La nutrice cerca allora di dissuaderla. Le suggerisce di ricorrere a arti magiche, a filtri d'amore, per riconquistare il marito: "con le arti magiche sovente rinsaldano le spose i coniugali nodi" (453) "proveremo a piegarlo: gli incantesimi troveranno la strada..." (464).
Tanto tempo prima Ercole era in viaggio con Deianira e doveva attraversare un fiume in piena. Ercole si rivolse al centauro Nesso e questi prese sulla propria groppa equina Deianira e affrontò il guado precedendo Ercole. Ma giunto di là, Nesso cercò di rapire Deianira per farla sua concubina. Ercole lo fermò con una freccia uccidendolo. Nesso, moribondo, "raccolse con la destra il sangue guasto della ferita che colava e lo porse, chiuso nel suo zoccolo" (520) a Deianira, dicendole, "da questa sostanza malefica le maghe asseriscono che possa l'amore esser fissato..." (523). Ecco: Deianira crede che il sangue di Nesso, da allora conservato, sia un filtro d'amore che possa riconquistarle il marito. È tempo d'usarlo. Versa il sangue su una veste d'Ercole e manda il messo Lica a portargliela in dono.
Ma il sangue di Nesso non era un filtro d'amore, era un portentoso veleno. Ercole indossa la veste e questa gli brucia la pelle, gli smembra la carne, gli sgretola le ossa. L'agonia è lunga, terribile, interminabile: "...egli stesso dilacera i propri arti, strazia le membra con la mano strappandone ampi brani. Prova a sfilare la veste: in questo, solo in questo, io vidi Ercole non riuscire in una impresa... Cercò sì di trarla via, ma tirò anche le membra, il manto stesso è parte del terribile corpo, la veste si compenetra alla pelle" (826). Esplode, di fronte allo strazio del marito, la disperazione di Deianira che si sente colpevole di tanta sofferenza e manifesta il desiderio di uccidersi, non una, ma mille volte: "mi getterò da una altissima rupe... ma lieve è una morte sola, lieve. Ma si può estenderla: scoscesa la roccia mi strazi e un brandello di sé porti ogni sasso..." (860, 866). Invano la nutrice cerca di convincerla che di "involontario errore" si tratta e che "non è colpevole chiunque non lo sia volontariamente..." (885): Deianira sa che "innocente è l'animo, ma delittuosa la mano..." (964) e piange la sua disperazione: "bramando di sottrarlo alla rivale, io l'ho strappato a me..." (967).
Drammatica, anche, la posizione del figlio di Deianira ed Ercole, preso tra due fuochi, il dovere di impedire che la madre si uccida, il dovere di vendicare il padre che sta morendo: "oh sventurata devozione, se di morire impedisci alla madre, colpevole risulti verso il padre: se la lasci morire, pecchi però verso la madre... di qui e di là il delitto incalza..." (1027).
Ora torna in scena Ercole. La sua disperazione è immensa. Più che l'atrocità del dolore fisico, "la nefanda sostanza ha consunto dapprima la pelle, quindi si è fatta strada tra le membra, ha divorato in profondità gli arti, ha consunto interamente le midolla, che, sfasciate le compagini, si sciolgono e colano..." (1224), brucia in lui, l'eroe invincibile, l'esser stato vinto e ucciso da una donna, una donna mortale, non una dea... Lui che tante volte "si è lasciato sfuggire una morte onorevole..." (1205), che avrebbe accettato di morire "sì per mano di una donna, ma di una che regge il cielo..." (1182), o "di terminare il giorno estremo sotto l'immensa mole di un superbo gigante..." (1210)...
E piange. Sì Ercole piange. Si rivolge a Giove, il suo divino padre, ad Alcmena, la sua mortale madre, e piange.
Vuole morire da eroe, vuole morire da Ercole qual è. Chiede al figlio un rogo, "un rogo immenso accolga Ercole, ma prima della morte... sia tagliato ogni bosco e cada un'intera foresta... che la fiamma del rogo di Ercole incendi l'intero giorno..." (1484).
È tale il dolore del veleno che gli brucia le membra che le fiamme del rogo lo lasceranno indifferente, le vorrà, le attirerà a sé, per lenire il dolore, mentre il rogo si innalzerà alle stelle e l'eroe morirà, bruciando con sé anche la sua celebre clava "che mano alcuna non seppe impugnare..." (1661).
Deianira si è uccisa. Alcmena, la madre mortale di Ercole, piange ai piedi dell'immenso rogo la morte dell'eroico figlio: "la madre impazzita nel lutto denudò il petto insaziabile e, fino al ventre discinta, ferì i seni con profondi lamenti..." (1668).
Nel racconto dell'amico Filotette gli ultimi istanti di vita dell'eroe avvolto tra le fiamme: "con gli occhi cercò il cielo, se da qualche rocca il padre guardasse giù verso di lui..." (1694) e, tra le fiamme, l'ultima, supplichevole, commovente preghiera al dio-padre "...questo spirito, ti prego, accogli fra le stelle..." (1703) ... "...ecco, già il genitore mi chiama e i cieli spalanca: vengo, oh padre...!" (1725).
Ora l'eroe è morto. Le sue ceneri sono nell'urna tra le braccia d'Alcmena, leggere: "che lieve peso mi è colui sul quale il cielo tutto poggiò qual lieve peso...".
Ercole è stato accolto in cielo, da uomo che era è diventato divinità. E scende, pietoso, a consolare la madre mortale Alcmena: "tutto ciò che di tuo, mortale, in noi vi era, lo vinse il fuoco e se lo portò via: la parte del padre è stata data al cielo, la tua alle fiamme..." (1966).
È il mito eterno dell'uomo figlio di dio che ascende in cielo a proteggere il genere umano.
La conclusione è affidata al coro. Già Giove con le sue folgori protegge la Terra. Ma il novello dio "con ancora più forza del genitore scaglierà le folgori..." (1995) se "una belva di inusitato aspetto colpirà di terrore grave i popoli..." (1992).

Seneca muore nel 65 dopo Cristo: alcuni decenni dopo, il mito di Ercole si trasformerà, nei Vangeli, nel mito cristiano di Gesù, le fatiche diventeranno i miracoli, Alcmena diventerà Maria, il rogo diventerà la croce, la folgore diventerà la grazia, la belva d'inusitato aspetto sarà il peccato, e il cielo si aprirà, nel nuovo bellissimo mito cristiano, non ai soli eroi, ma a tutti i giusti...
Ercole Eteo, di Seneca, annovera, tra i suoi non pochi meriti poetici, il merito storico-letterario d'essere l'anello di congiunzione, palese e immediato, tra il mito pagano d'Ercole e il mito cristiano di Gesù.
Ma per la nostra cultura occidentale e cristiana questo è un argomento tabù. Il mito di Gesù, diventato oggetto di fede religiosa, non ammette precedenti letterari.

Milano, 11/9/05


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