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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LUCIO ANNEO SENECA
Medea
Traduzione di Alfonso Traina, testo latino a fronte. Premessa al testo, introduzione e note di Giuseppe Gilberto Biondi, pp. 165, Fabbri Editori, Milano, 2000.

La Medea di Seneca sta alla Medea di Euripide come una cattedrale barocca sta a una pieve romanica dal tetto a capanna. Ricca, ridondante, colorata, festosa, chiassosa, ornata e retorica, quella di Seneca, asciutta, essenziale, minimalista, contenuta, quella di Euripide.
Certo, il godimento, alla lettura e alla rappresentazione, è dieci a uno e se abbiamo definito “non bella” la Medea di Euripide dobbiamo, per contrappunto, definire bellissima quella di Seneca.
Siamo di fronte al delitto dei delitti: una madre che uccide i propri figli bambini per far dispetto al proprio marito. Che senso ha essere misurati e minimalisti? Come si può trattare una storia così atroce, così clamorosa, così tragica per eccellenza, e non sfruttarne tutti i possibili risvolti retorici? Un delitto così orrendo non può essere cantato a una sola voce o su una sola corda di violino. È necessario un coro di cento voci, un’intera orchestra di cento elementi. Altrimenti perché una tale infamia? I media d’oggi, televisivi, giornalistici, saprebbero ben sfruttare a fondo una vicenda tanto atroce e crearne uno spettacolo da Gran Guignol: per il supremo delitto la suprema spettacolarizzazione!
Ci piace credere che queste stesse considerazioni sulla “spettacolarità” le abbia fatte Seneca quando, quasi mezzo millennio dopo Euripide (quella di Euripide è del 431 a.C.) decise di scrivere e mandare in scena il suo “remake”. Ed ecco un’opera a tutto spettacolo, carica di adrenalina, intensamente tragica, barocca, retorica, grondante di tinte forti, bellissima e godibilissima, terribile e maestosa. No, non delude proprio la Medea di Seneca.

La storia è più o meno la stessa. Anzi, diciamo, è esattamente la stessa. Giasone sta per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. Medea si infuria e decide di vendicarsi. Uccide Creusa e Creonte e poi i propri figli. Lascia in vita Giasone affinchè possa soffrire fino all’ultimo dei suoi giorni. Si invola su un carro alato e si sottrae alla rappresaglie.
Minore è in Seneca il numero dei personaggi: non c’è Egeo (non ci sono gli accordi d’ospitalità per il dopo-delitto) e non c’è il pedagogo. Erano personaggi minori e dispersivi: Seneca va al cuore della tragedia e sfronda tutto ciò che è inessenziale alla spettacolarità e alla tragicità.
Allo spettatore d’epoca neroniana, seduto in arena per godersi lo spettacolo, la storia è nota, stra-nota. Quindi non è necessario creare suspence. Anzi: meglio rivelare subito sin dall’ouverture tutta la tragicità del contenuto.
Medea si presenta in scena già determinata alla vendetta, già perfida. Invoca le sinistre divinità degli inferi perché l’assistano nel suo compito: “siate presenti, orride come allora alle mie nozze: date morte alla nuova sposa, morte al suocero e alla stirpe regale…” (15/18). Il Coro le è ostile: le donne di Corinto sono favorevoli alle nuove nozze di Giasone che “per la prima volta” si sposa “col consenso dei suoceri” (105/106) e invocano le divinità buone perché donino successo al nuovo talamo: “così, celesti, vi prego, lei vinca le spose, lui superi di molto i mariti…” (90/92). E l’ostilità per la rivale e la straniera è manifesta ed espressa: “…lei se ne vada tra silenzio e tenebre, chi ha sposato fuggiasca un marito straniero…” (114/115).
E questo rende ancor più furiosa Medea, che ribatte promettendo di ridurre “il palazzo a un mucchio di cenere” (147).
Compare Creonte e scopriamo una variante rispetto alla vicenda euripidea: “ho ceduto alla preghiera di mio genero e le ho concesso la vita…” (184/185), un Creonte più spietato e un Giasone, quello senechiano, migliore di quello d’Euripide.
Un lungo monologo di Medea, molto bello, descrive, con i melanconici toni del rimpianto, le fortune di un tempo, “nobiltà, fortuna, regalità, potenza rifulgevano su di me…” (217/218), e le disgrazie attuali, dovute tutte a quanto da lei fatto per aiutare Giasone a ritornate vittorioso dall’impresa del Vello d’oro.
Macchinatrice di misfatti che ha la perfidia di una donna e l’energia di un uomo…” (266/268) l’apostrofa Creonte e la condanna all’esilio, concedendole tuttavia la dilazione di un giorno ancora, cedendo alla suppliche di lei.
Un lungo canto del Coro, epico, sontuoso, bello, denuncia i mali toccati al genere umano dopo l’impresa degli Argonauti, l’aver cioè osato salpare verso lidi lontani, “spiegare le vele sull’immenso mare e dare nuove leggi ai venti…” (318/320): una sorta di peccato originale per aver troppo osato avvicinare tra loro “le parti del mondo disgiunte da provvide leggi…” (335/336).
Medea è grandiosa nei suoi propositi di vendetta, altisonante e tragica come non mai: “questo giorno farà, sì, farà quello che mai nessuno tacerà! Aggredirò gli dei, farò crollare il mondo!” (423/425).
Ed è con questo spirito che accoglie Giasone al suo primo comparire in scena, rinfacciandogli tutto quello che lei ha fatto per lui: “Ogni via che ti ho aperta, l’ho chiusa a me (458)… a te ho sacrificato la patria, a te il padre, il fratello, il pudore…”(488).
La conferma di quanto già sapevamo: il Giasone di Seneca appare migliore del Giasone di Euripide. Non ha indotto Creonte a liberarsi di Medea ed anzi, intercedendo presso il suocero, le ha salvato la vita. Creonte voleva la sua morte e Giasone lo ha convinto ad accontentarsi del semplice esilio: “Creonte ti era ostile, vuole la tua morte, grazie alle mie lacrime ti ha concesso l’esilio…” (490/491). “Lo credevo un castigo –risponde ironica Medea, riferendosi all’esilio- vedo che è un regalo…” (492).
Segue un battibecco tra i due e Medea chiede a Giasone di portare con sé i figli: “mi sia concesso solo di aver compagni d’esilio i miei figli: fra le loro braccia sfogherò il mio pianto. Tu, avrai altri figli!” (542/544). Ma Giasone rifiuta. Non per ostilità verso Medea, per troppo amore verso i figli: “…lo proibisce l’amor paterno… Sono la ragione della mia vita, il conforto di un cuore esulcerato. Piuttosto rinunziare all’aria, alle membra, alla luce!” (545/549).
Ed è qui che scatta il progetto assassino di Medea: è qui che si convince che la vendetta più atroce con cui colpire Giasone è l’uccidergli i figli… E’ lui stesso ad aver mostrato il suo punto debole, l’amore per i figli, più forte di qualunque altra cosa.
Il Coro ora ci dà un lungo elenco delle successive disgrazie occorse ad uno ad uno a tutti i partecipanti dell’impresa argonautica: tutti, in un modo o nell’altro, hanno espiato la colpa del furto del Vello d’oro. Rimane solo Giasone, non ancora colpito…
E Medea eccola all’opera, mentre prepara sortilegi e veleni: è la nutrice che ci descrive l’azione di lei che “sminuzza le erbe micidiali, spreme la bava velenosa dei serpenti, vi mescola uccelli sinistri, il cuore di un tetro gufo, le viscere di stridula strige sventrata viva…” (731/734). Le streghe del Macbeth, tali e quali, con quindici secoli di anticipo…
Si rivolge poi Medea alle divinità infernali e pratica i riti propiziatori per prepararsi al delitto: “per te a petto nudo, come una menade, mi ferirò le braccia col coltello sacro. Coli il mio sangue sull’altare: abituati, mano, a snudare la spada, a versare un sangue che ti è caro…” (805/810).
Un sangue che ti è caro”: qui, nei riti propiziatori, il proprio; tra poco, nell’esecuzione della vendetta, quello dei figli…
E l’azione si svolge: Medea manda i figli con i doni a Creusa: “Andate, andate cari, figli di una madre maledetta, a rabbonire con preghiere e doni la padrona e matrigna. Andate e ritornate presto a casa, che vi abbracci per l’ultima volta” (845/848). E, un attimo dopo, ecco un messaggero che annunzia “tutto è perduto, il regno è una rovina, la figlia e il padre sono un mucchio di cenere…” (879/880).
La notizia del buon esito del primo dei propri delitti non solo non appaga Medea: anzi, l’accende, la infiamma, la asseta ulteriormente di bramosia di vendetta. Al suggerimento della nutrice di darsi subito alla fuga per evitare le rappresaglie dei Corinzi Medea risponde con aria di sfida: “Io andarmene? Se fossi in esilio tornerei apposta”(893/894). E riprende con compiaciuta ferocia a minacciare altri crimini, ben più pesanti: “Pensa a un genere di castigo mai sentito e preparati a non aver nulla di sacro, a bandire ogni ritegno… ritrova nel profondo del tuo petto la violenza di un tempo… Tutto quello che hai fatto sin ora vada sotto il nome di bontà. All’opera! Farò che sappiano com’erano lievi e ordinari i crimini da me commessi per altri… Ora sono Medea, in me si è accresciuto il genio del male… (Medea nunc sum: crevit ingenium malis)” (898/910).
E qui, un attimo prima del delitto fatale, c’è l’esitazione della madre per quanto sta per compiere: tutto il conflitto fra la colpa, l’orrore, il furore, da un lato, e l’amore, la tenerezza, la dolcezza, dall’altro, tra l’odio della moglie e l’amore della madre.
Torniamo a seicento anni prima, alla Medea di Euripide. Sono pochi i versi che Euripide dedica a questo tema, così intensamente conflittuale e così intensamente tragico. Eccoli: “Perché indugio a compiere un’azione necessaria anche se orrenda? Su, prendi la spada, povera mano mia, prendila e và a questo abbrivio tragico, non essere vile, non ti sovvenga dei tuoi figli, quanto ti sono cari e come tu li partoristi: no, nel breve lampo di questo giorno scorda i tuoi bambini, piangerai dopo. Tu li ucciderai, ma ti furono tanto cari, e io non sono che una donna sventurata!” Così in Euripide.
E così invece in Seneca: “Ricorri con animo grande al supremo delitto. Figli un tempo miei, pagate voi il fio delle colpe paterne. Il cuore ha brividi di orrore, il corpo è di ghiaccio, palpita il petto. L’ira è dileguata, la moglie ha lasciato il posto alla madre. Io spargere il sangue dei miei figli, del mio sangue? No, folle furore, lungi da me questo inaudito misfatto, questa infamia contro natura: che delitto espieranno questi sventurati? Delitto è aver Giasone per padre e delitto anche maggiore Medea per madre. Muoiano, non sono miei; periscano, sono miei. Non hanno ombra di colpa, sono innocenti, lo ammetto. Ma lo era anche mio fratello. Cuore, perché vacilli? Perché lacrime mi bagnano la faccia e sono divisa fra ira e amore? Fluttuo in balia di una doppia corrente: come quando i venti rapaci si scontrano in guerre selvagge e il mare ribelle è sconvolto dalla discordia dei flutti, così ondeggia il mio cuore. L’ira mette in fuga l’affetto, e l’affetto l’ira. Cedi all’affetto, odio. Venite, figli cari, stringetevi al mio petto. Li abbia sani e salvi il padre, purché li abbia anche la madre. Ma m’incalza l’esilio e la fuga. Già saranno strappati al mio seno, tra lacrime e lamenti. Ne perda i baci il padre, li ha perduti la madre. Di nuovo monta il dolore e si arroventa l’odio; l’Erinni di un tempo mi forza la mano. Ira, ti seguo dove mi conduci. Magari fosse uscita dal mio grembo la numerosa prole della superba Tantalide e fossi madre di due volte sette figli! Per la vendetta sono stata sterile: solo due figli, quanto basta per mio fratello e mio padre” (922/957).
Il tema tragico e terribile del conflitto odio-amore in Medea moglie-offesa, madre-amorevole, che Euripide aveva appena accennato, sbrigativamante, qui Seneca lo affronta e lo sviluppa compiutamente, in tutta la sua barocca ridondanza, fino a quella splendida terrificante invocazione: “magari fosse uscita dal mio grembo la numerosa prole della superba Tantalide… solo due figli: per la vendetta sono stata sterile!”. Due volte sette avrebbe voluto averne partoriti, per poterne ora due volte sette sgozzare, per placare con più sangue il furore incontenibile del suo odio. Grande figura tragica la Medea di Seneca, indimenticabile! E dopo l’uccisione del primo bambino, lo sgomento e insieme la gioia della vendetta e il rammarico per non averlo fatto davanti agli occhi atterriti del marito, per fargli ancora più male: “Che ho fatto, disgraziata? Disgraziata? Posso pentirmi, ma l’ho fatto. Una grande gioia m’invade mio malgrado, e va crescendo. Mi mancava solo che ci fosse lui a guardare…” (990/993).
E quindi la gioia furiosa di sgozzare il secondo bambino davanti agli occhi del padre, sorda, insensibile ad ogni sua preghiera. E di nuovo, ripetuto, il rammarico che solo due siano i figli, “un numero troppo piccolo per il mio odio: se qualche creatura si nasconde ancora nel mio grembo, mi frugherò le viscere con la spada e la estrarrò col ferro…” (1010/1013).
E si invola, su un cocchio alato. Come vuole la tradizione, la tragedia si conclude con Medea che abbandona Giasone al suo dolore salendo in cielo verso il suo progenitore divino, il Sole, mentre Giasone le grida la discussa conclusione: “Và per gli alti spazi del cielo ad attestare che non ci sono dei lassù dove tu passi (testare nullos esse, qua veheris deos)” (1026/1027).
Conclusione dibattuta, definita “antiapoteosi”: la “pietas” di Giasone rifiuta di accettare l’assunzione di Medea in cielo, fra le divinità o addirittura, secondo altri, rifiuta per intero l’esistenza della divinità.

Intensa e bellissima, la Medea di Seneca è una grande tragedia: paga lo scotto, nella consuetudine critica, d’essere di Seneca, il poeta tragico meno amato dalla cultura classica. Perché?

Sestri Levante, 22/2/2008



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