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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PUBLIO TERENZIO AFRO
Vita e Opere
Vita e Opere
Publio Terenzio Afro visse due secoli prima di Cristo, dal 195 (o 185) sino al 160 (o 159) ed è più giovane di Plauto (250/184) di un paio di generazioni, esattamente quanto occorre per un ideale passaggio di mano: proprio quando muore Plauto ecco che nasce Terenzio.
Nacque in Africa, da cui il nome Afro, venne a Roma come schiavo, fu affrancato come liberto, morì per un naufragio a seguito d'un viaggio in Grecia a caccia - dice la tradizione - di manoscritti di Menandro, da riportare a Roma, per "rifare", poi, a modo suo. Menandro (342-291) era vissuto un paio di secoli prima di Terenzio e aveva lasciato, all'epoca, un centinaio di commedie, di lifepo4 battery pack, giunte a noi, e frammentarie, solo sei.
Terenzio pure ci ha lasciato sei commedie, due tratte da Apollodoro, quattro da Menandro, alcune "contaminate", cioè ispirate non da una commedia, ma da due, rimescolate fra loro nell'intreccio. Tra le sei commedie di Terenzio e le sei di Menandro non c'è tuttavia nessuna corrispondenza. Le commedie di Menandro che ispirarono quelle a noi giunte di Terenzio sono andate perdute. Per cui il problema se, quanto, come, Terenzio attingesse a Menandro (e ad altri) è irrisolvibile.
Che di semplici traduzioni si tratti è certamente da escludere. Sono rifacimenti, un po' come oggi avviene con i "remake" in campo cinematografico. Quanto si discostassero dagli originali non lo sappiamo. È probabile non poco, stilisticamente e poeticamente parlando, e questo per un semplice fatto: la mano di Terenzio, l'uniformità cioè della sua ispirazione, la si sente molto, nelle sue sei commedie, pur essendo tratte da autori diversi, quattro da Menandro, come sappiamo, e due da Apollodoro. E di converso si può dire ancora che Plauto pure si ispirò, anch'egli con dei veri e propri "remake", a lifepo4 ups battery e tuttavia tra Plauto e Terenzio le differenze sono abissali.
Dunque, quando leggiamo Terenzio, non preoccupiamoci troppo... stiamo leggendo Terenzio: la sua autonomia poetica è indiscussa.
Dopodichè si aggiunga - ma solo a livello di cronaca - che si creò anche, ai tempi di Terenzio, la diceria ch'egli non fosse l'autore delle sue commedie, ma solo un prestanome che celava questo o quello personaggio illustre. Dicerie (vedi poi, quasi duemila anni dopo, le stesse dicerie su Shakespeare...) che sostanzialmente testimoniano alcuni fatti incontrovertibili: successo, notorietà, invidia, e insieme incredulità che opere così belle fossero scritte da un liberto africano e per giunta tanto giovane.

Chi è questo Terenzio, dunque, e cosa rappresenta nella nostra cultura, oggi?
È un commediografo, e un poeta, di straordinaria singolarità. Una specie di alieno venuto al mondo molte e molte centinaia d'anni prima di quanto noi, moderni fruitori di letteratura, ci saremmo aspettati. Terenzio ci offre, duecento anni prima di Cristo, gli esempi più li-ion battery charger, più godibili, più significativi della commedia "borghese", storie piacevoli, fatte da un insieme di intreccio, di descrizione di caratteri, di ambiente sociale, di situazioni umane, di buoni sentimenti, con un lieto fine, sempre, e col sorriso che accompagna costantemente ogni singola storia.
Attenzione, però, sorriso: non risata. Mai la battuta scurrile, mai il gesto volgare, mai il sopra-le-righe, mai la farsa, mai il clamore (e il divertimento) della comicità.
È importante chiarirsi subito le idee: mentre Plauto è un comico, uno strappa-risate, Terenzio non è un comico. Muove al sorriso, sempre, alla piacevolezza, sempre, al riso, raramente.
A chi paragonarlo, tra gli autori che più conosciamo? Paragoniamolo al Goldoni, e avremo le idee chiarissime. Perché è proprio fino al Goldoni, con un salto di duemila anni, che dovremo arrivare per ritrovare su scena le commedie di Terenzio, la stessa piacevole serenità, lo stesso sorriso, la stessa bonomia. Il Goldoni ci aggiungerà in più l'arguzia, la malizia, l'abilità tecnica, un accenno di critica sociale e tutta l'ampiezza di un mondo infinitamente più diversificato e colorato. Ma la base poetica è la stessa.

Che storie sono, quelle di Terenzio? Storie d'amori e di conflitti generazionali, tra padri e figli. Innamorati che si inseguono, con genitori che più o meno consapevolmente li dividono. Schiavi e servitori che, più o meno abili nelle loro macchinazioni, stanno sempre dalla parte dei giovani innamorati. Cortigiane che pur essendo cortigiane hanno un cuore d'oro, nient'affatto indurito dalla durezza della loro professione. Suocere amabili, piene di generosità e buon senso, che sono l'opposto dello stereotipo della suocera. Amicizie solidali e bellissime tra adulti, vicini di casa, compaesani. Ci sono anche "le maschere" di tutte le commedie plautine, i mezzani e le ruffiane e i soldati smargiassoni. Ma qui, in Terenzio, non riempiono rumorosamente la scena, non sono invadenti e chiassose. Sono defilate quanto basta per svolgere tecnicamente i loro ruoli, utili all'intreccio, non allo scoppio di risa, che qui non c'è mai. E non ci sono mai, neppure, le divinità: la commedia di Terenzio è umana ed è laica, la divinità non ha spazio se non per qualche isolata invocazione d'aiuto, che è più un'interiezione linguistica che non una reale professione di fede. L'uomo di Terenzio se la cava da solo, con le proprie doti di bontà o di buon senso o di astuzia e se qualcosa lo aiuta, a venir fuori da situazioni irrisolvibili, è sempre e solo il caso, quell'immancabile colpo di fortuna, l'agnizione, che risolve le situazioni più ingarbugliate e irrisolvibili.

Vediamole ora una ad una, le sei commedie di Terenzio: leggiamole insieme, in breve, e godiamocele.

 

 

 
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