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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PUBLIO TERENZIO AFRO
Andria o La donna d'Andro
Traduzione di Vico Faggi, pp. 113. Sta in Le commedie. Garzanti, Milano, 1989/2001.

Andro è il nome dell'isola delle Cicladi da cui proviene la donna che è all'origine della vicenda di questa prima commedia di Terenzio intitolata appunto Andria o La donna d'Andro, la prima fra le sei pervenute a noi. Deriva dalla "contaminatio" fra due diverse commedie di Menandro ed ha avuto una notevole fortuna letteraria con "riprese" in ogni epoca, dall'Ariosto sino, nel nostro secolo, a Thornton Wilder, il celebre autore di Piccola città.
C'è un giovane, Panfilo, innamorato d'una ragazza, Glicerio, e c'è un padre, Simone, che invece vuol fargliene sposare un'altra. E in mezzo c'è Davo, schiavo-amico di Panfilo, che mette in atto ogni raggiro per aiutare il suo padroncino a evitare il temuto matrimonio. Ed è tutto un complesso gioco di finzioni che diventano realtà e di realtà che diventano finzioni, nel miglior stile della commedia d'intreccio, di cui questa è una sorta di celebre, monumentale, indimenticabile archetipo.

Leggiamola insieme.
C'è un antefatto: ad Atene, dove vivono i nostri protagonisti, è giunta da Andro tre anni fa una ragazza, Criside, con una sorellina adolescente "con un aspetto, un viso... così modesto, così grazioso che... basta così!..." (I, 120). Criside dapprima si comporta bene, poi diviene una cortigiana: "ha preferito far soldi da disonesta qui, piuttosto che vivere da povera là, nella sua patria..." (IV, 797). Tra i giovani che la frequentano c'è Panfilo, figlio di Simone. Il quale Simone ha deciso di dare in sposo il suo Panfilo alla figlia di Cremete, amico e vicino di casa. Ottimo ragazzo lui, ottima ragazza lei, di nome Filomena, di cui nella commedia sentiremo tanto parlare senza, tuttavia, incontrarla mai di persona.
Criside muore. I ragazzi che la frequentavano, tra cui Panfilo, si fanno carico del funerale. E mentre il corpo della donna viene arso sul rogo ecco che Glicerio, la sorellina, affranta, fa per buttarsi tra le fiamme. "Fuori di sé Panfilo si lancia, tradendo l'amore che celava e dissimulava, afferra la ragazza per la vita e grida: Glicerio mia, che fai? Perché vuoi morire? E lei allora si getta tra le sue braccia piangendo, con una confidenza che rivela quanto siano intimi quei due..." (I, 131).
L'incidente, in sostanza, ha reso pubblico che Panfilo non è sentimentalmente libero, il che non è la condizione ideale per sposarsi. E infatti: "L'indomani - racconta Simone - mi arriva Cremete e strepita che è tutto uno schifo, che ha saputo che Panfilo tiene per moglie una straniera. Io mi affanno a negare, lui insiste a dire che sì. Risultato? Me ne vado via mentre lui spergiura che non gli concederà sua figlia" (I, 144).
Il padre potrebbe, in teoria, strigliare a dovere Panfilo. Ma perché farlo? In fondo il ragazzo per adesso ha solo dimostrato d'avere un affetto: che male c'è? Se avesse disubbidito, allora si potrebbe rimetterlo in riga. Anzi: ecco l'idea. Facciamogli credere che oggi, proprio oggi, dovrà sposare la figlia di Cremete. E così lo mettiamo con grande anticipo alla prova, prima che, inaspettatamente, disubbidisca davvero il giorno del matrimonio, mandando tutto realmente a monte. Oggi il matrimonio è finto, gli diamo l'ordine solo per vedere come reagisce: se si rifiuta, correremo ai ripari. Se invece accetta ubbidientemente, sappiamo che la cosa potrà essere fatta per davvero e l'unico problema, ma risolvibile, sarà allora tornare a strappare l'assenso di Cremete. In più c'è un altro vantaggio: se Davo, quello scapestrato del suo schiavo, il vero cervello d'ogni marachella di Panfilo, avesse "in mente qualche bidone - qualche tiro mancino - lo tiri fuori adesso che i suoi trucchi non fan danno..." (I, 160). Il progetto pare astuto a Simone e subito lo mette in atto incaricandone un servo: "Tu adesso sai il compito tuo, mettere in scena il matrimonio, a regola d'arte, far una bella paura a Davo, guardar bene che cosa fa mio figlio e che cosa Davo traffichi con lui..." (I, 168).
E quindi ecco annunciate le nozze, accompagnate da pesanti minacce a Davo "... se mi giunge voce che tenti qualche bidone contro queste nozze, per farle fallire o far vedere quanto sei dritto, io ti sbatto alla macina, Davo, e ti faccio frustare finché tiri le cuoia..." (I, 196).
Cosa farà mai Davo, ora? Può abbandonare nei guai il padroncino?... "...quello là, se lo pianto in asso, c'è da temere per la sua vita..." (I, 209). E in che guai, poi! Perché Davo, lui solo, sa una cosa ancor più grave: "la ragazza di Andro, moglie o amante che sia, Panfilo l'ha messa incinta... e bisogna sentirli che coraggio: progetti da dementi, non da amanti, i loro! Il bimbo che sta per nascere, maschio o femmina, han deciso di riconoscerlo, e intanto, tra loro, mettono in piedi non so che imbroglio, sostenendo che lei, la ragazza, è cittadina ateniese..." (I, 215) e che quindi Panfilo ha l'obbligo legale di sposarla, altro che esser libero di sposare quella che vorrebbe il padre...!
Intanto la voce del matrimonio, creduta vera, si diffonde e arriva anche alla ragazza, a Glicerio, la quale manda un'ancella da Panfilo per tranquillizzarsi: ha le doglie, ha saputo delle nozze, teme d'essere abbandonata...
Abbandonata? "Così vile mi stimi, e inumano e ingrato e bestiale?..." (I, 278) risponde indignato Panfilo e ripete all'ancella le parole bellissime con cui Criside, la cortigiana, l'aveva legato alla sorellina sul letto di morte, chiedendogli di proteggerla e di difenderla, col suo amore, dal rischio di cadere nei suoi stessi errori, di diventare,lei pure, una cortigiana ... "Sono ancora scritte nel mio cuore - e qui è poesia, una prova di grande poesia di Terenzio, poesia di affetti e di sentimenti e di delicata sensibilità - sono ancora scritte nel mio cuore le parole che Criside mi disse di Glicerio. Mi chiamò mentre era in agonia. Accorsi... noi due soli. E cominciò: Panfilo mio, considera la sua bellezza e la sua età: tu non ignori quanto vane siano, l'una e l'altra, per difendere il suo onore e il suo bene. Perciò ti prego per questa tua mano destra e per il tuo dio tutelare, ti supplico per la tua fede e per la sua solitudine, di non staccarla da te e non abbandonarla. Se ti ho amato come una sorella, se lei ti ha posto, te solo, al di sopra di tutto, se ti fu devota in ogni momento, io ti do a lei come sposo e amico, e padre, e tutore. Rimetto a te ogni nostro bene e ti raccomando alla tua lealtà... E mentre me l'affida, la morte subito la coglie. Ho promesso, io, e non mancherò!" (I, 283).

Ma torniamo all'intreccio. Dunque la volontà del padre di far sposare, oggi, Panfilo, è solo una finta. E Davo, che è un furbacchione, dopo breve indagine lo scopre facilmente: non ci sono preparativi, inviti, nessuno che si occupi del pranzo, della cerimonia...
Allora, architetta Davo, stiamo al gioco di Simone. Lui vuole scoprire se Panfilo al momento effettivo del matrimonio ubbidirà. Facciamogli credere di sì. Fingiamoci ubbidienti a questo matrimonio che sappiamo esser finto: Simone si metterà l'animo in pace e noi guadagneremo del tempo per risolvere il problema con Glicerio e con il bambino che sta nascendo. E infatti Simone, il padre, ci casca. E rimane incredulo e sconcertato nello scoprire che il figlio non ha obiezioni, è pronto a ubbidire, oggi, in giornata. E ne discute con Davo, per cercare di capire cosa mai "ha in testa quel volpone" (II, 459). Non crede, insiste... "Ma non gli vanno di traverso queste nozze? Tu sai bene, io penso a quell'amoretto di Panfilo per la straniera..." (II, 438).
E Davo, il volpone, recita la sua parte: "ma no, accidenti! E se anche fosse, tu capisci, sarebbe un male di due giorni o tre. Poi passa. Perché lui, su questo affare, ci ha riflettuto bene, nel suo intimo..." (II, 440).
E a questo punto l'intreccio si complica perché Simone viene a scoprire, per sentito dire, che la ragazza di Panfilo, "quell'amoretto" come diceva lui, aspetta un bambino e Panfilo intende riconoscerlo... Ed essendo lui in vena di finzioni, pensa che anche il figlio sia in vena di finzioni e si convince che la notizia sia tutta falsa: "... mi tirano questo bidone, facendo finta che stia per partorire, così Cremete si prende una gran paura...". (III, 472).
Ritiene in sostanza che la storia del bambino sia una bufala per disgustare definitivamente il consuocero Cremete e indurlo a rafforzarsi nella sua decisione di non voler più concedere la figlia in moglie a Panfilo. E ne è così convinto che pur sentendo, da dentro casa della ragazza, le grida di lei che sta partorendo proprio in quel momento, continua a credere che sia tutta una messinscena in atto proprio perché lui è lì ad ascoltare...: "mi fa ridere, mi fa. Si dà da fare perché ha saputo che io sono davanti alla porta...!" (III, 474). E mentre una voce annuncia, da dentro casa, che "accidenti, a Panfilo è nato proprio un bel bambino!..." (III, 485), "... mi hai preso proprio per un ganzo - rimugina Simone contro Davo - mi credi tanto fesso da potermi imbrogliare a carte scoperte?!" (III, 492). E Davo, che invece aveva l'interesse opposto, tenerla cioè nascosta, a Simone, la notizia del bambino, prende la palla al balzo e dà ragione a Simone: "... ma allora l'hai capita da solo che era tutta una finta...?" (III, 501), cercando, così, di temporeggiare, per aver la possibilità di architettare qualche altra scappatoia, non sa ancor quale...
La prima cosa è tuttavia guadagnarsi la piena fiducia di Simone. In che modo? Fingendosi dalla sua parte. Insistere, per esempio, perché il matrimonio s'abbia a fare, subito. Tanto - ritiene Davo - certo non lo si farà oggi. E invece, tanto insiste che davvero, questa volta, Simone fa sul serio: oggi il matrimonio, oggi per davvero e punto e basta.
Ed ecco la disperazione di Davo: "questo non le voleva, le nozze, e sono stato io a combinarle!..." (III, 603)... "fottuto sono, fottutissimo... non c'è via di scampo... ho incasinato tutto, bidonato il padrone, scaraventato a nozze il padroncino...! Ah se fossi rimasto muto...!" (III, 601).
Ed eccoci di nuovo al punto di partenza: le nozze si fanno, si fanno oggi, subito, e questa volta sul serio. Arriva Cremete, il padre della sposa, a dare il consenso, ed ecco che Davo, un po' perché ha architettato a bella posta la sceneggiata, un po' perché ci si trova nel mezzo senza volerlo, riesce a mettere in piedi una movimentata piazzata con la nutrice, il bambino nelle sue braccia e l'incredulo Cremete che scopre così che il suo promesso genero un figlio ce l'ha per davvero, non era una finta, e quindi sbraita che la figlia a quel poco di buono di Panfilo no, per Giove, non gliela darà mai e poi mai.
E chi sopraggiunge in quel momento? Il solito "deus ex machina", il personaggio che arriva caduto dal cielo, che consente la solita "agnizione", che risolve a lieto fine tutti gli avviluppati nodi del difficile intrigo. Tutti, anche un nodo collaterale, parallelo, rappresentato da un secondo giovane, Carino, amico di Panfilo, il quale a sua volta è innamorato cotto di Filomena, la figlia di Cremete, vuole sposarla, ed è il miglior amico-rivale di Panfilo in quanto lui vuole, appassionatamente vuole, proprio ciò che Panfilo non vuole, disperatamente non vuole: sposare Filomena.
Il "deus ex machina" di questa commedia è un tal Critone che giunge richiamato dalla notizia della morte di Criside. Essendo l'unico parente egli è erede della cortigiana e viene per incassare quanto gli spetta, sempreché, lui dice, Glicerio (che viveva come sorellina di Criside, ma ora scopriamo che non ne era affatto la sorella) sia nel frattempo riuscita a rintracciare i suoi genitori. Critone racconta, Cremete ascolta, e cosa si scopre? Si scopre che la ragazza, tenuta da Criside come sorellina, in realtà era arrivata bambina nella famiglia di Criside a seguito di un naufragio ed altri non è che la figlia minore di Cremete stesso, che l'aveva affidata, in quel viaggio, finito in tragedia, al proprio fratello.

Tutti i nodi si ricompongono e tutto finisce in gioia e tripudio. Glicerio, il cui vero nome, da bambina, era Pasibula, è legittima cittadina ateniese e può legittimamente sposare il suo beneamato Panfilo con gran gioia del ritrovato papà Cremete e gran gioia di Simone che pur tanto voleva - e come lo voleva! - che suo figlio sposasse una figlia di Cremete. E Filomena, l'altra figlia di Cremete, andrà sposa a Carino, con gran gioia sua e di Carino stesso e di Cremete ancora, che di figlie ne dà spose due in un colpo solo.

Davo, lo schiavo volpone, che nel frattempo era già stato legato, pronto per ricevere la dovuta punizione, è liberato e potrà partecipare, sano salvo e discolpato, al generale tripudio.

Commedia tutta d'intreccio, dunque, e se vogliamo d'intreccio faticoso, con continui ribaltamenti tra finzione e realtà e realtà e finzione.
Non è l'intreccio, che rende belle o bellissime le commedie di Terenzio, e che semmai le rende "teatrabili" (ma allora, ancor più teatrabili, son quelle di Plauto) e non è la comicità, perché di comicità in Terenzio ce n'è poca o punta. Ciò che le rende belle e uniche è la specifica poetica di Terenzio che potremmo chiamare la poetica dei buoni sentimenti. I personaggi di Terenzio sono belle figure umane, gente onesta, pulita, generosa, figure positive dal di dentro, capaci di provare sentimenti nobili e di manifestare comportamenti onorevoli. Figure "laiche" (diremmo oggi) che credono nella morale per la morale, non spinte da premi o punizioni di carattere religioso.
Criside, la cortigiana, ci commuove quando, in punto di morte, raccomanda a Panfilo la sorellina adottiva. Vuole, per Glicerio, un futuro migliore di quello che è stato il suo, costretta, per sbarcare il lunario in terra straniera, a farsi cortigiana. E ci aveva già commossi, Criside, nel suo legame con il giovane Panfilo. Non era un legame "equivoco": Panfilo non è tra i suoi "clienti", è solo un amico. E ci commuove la "colletta", la prova di solidarietà, fra i giovani, amici e amanti di Criside, per darle, alla sua morte, una degna cerimonia funebre. E bellissima è anche la figura, al termine della commedia, di Critone, il cugino di Criside, che, saputo della morte di lei viene, sì, per riscuotere, come unico parente sopravvissuto, l'eventuale eredità, ma è pronto a fare subito un passo indietro, e a rinunciare a quanto gli spetta, qualora la "sorellina adottiva" di Criside fosse ancora nella precaria situazione di trovatella e non avesse, ancora, ritrovato la sua famiglia d'origine. "Non voglio - dice Critone - spogliarla di questi beni" (IV, 816) e la sua prima mossa, appena giunto, non è d'informarsi sulla consistenza di tali beni, ma, piuttosto, vedere la ragazzina: "...portami da lei - chiede
 
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