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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PUBLIO TERENZIO AFRO
Heautontimorúmenos o Il punitore di se stesso
Traduzione di Gabriella Gazzola, pp. 183. Fabbri Editori, Milano, 2000.

PUBLIO TERENZIO AFRO

Heautontimorúmenos o Il punitore di se stesso
Traduzione di Gabriella Gazzola, pp. 183. Fabbri Editori, Milano, 2000.

Ha il solito intreccio piuttosto complesso, l'Heautontimorúmenos, e la solita agnizione finale che risolve tutto, ma si distingue, si distacca un po' dalle altre commedie di Terenzio, per un maggiore approfondimento di caratteri e tag heuer replica di tipi psicologici e per una più esplicita e centrale presenza della tematica, tipicamente terenziana, del conflitto generazionale.

Siamo ad Atene. È un giorno di festa: le feste dionisie in onore di Bacco, cui tutti si preparano, quella sera, con inviti, banchetti, baldoria...
E tuttavia c'è un vecchio, Menedemo, che anziché darsi al bel tempo sgobba nei campi, come un mulo. Eppure è uomo assai benestante che non ha certo bisogno di lavorare con le sue mani: "hai una gran quantità di servi, ma è come se tu fossi solo, tanto ti ostini a lavorare al posto loro..." (I, 1),hublot replica gli rinfaccia bonariamente il vicino di casa, Cremete, invitandolo a riposarsi ed anzi proponendogli di andare con lui a casa a festeggiare e banchettare. Risponde stizzito il nostro Menedemo: "...voglio faticare fino a sfinirmi!" (I, 1) e dopo un po' di reticenza - non vuole confidarsi con nessuno, vuole solo sfiancarsi di fatica - ecco le ragioni di questo strano atteggiamento da heautontimorúmenos, da "punitor di se stesso" o, come diremmo oggi, da autolesionista, da masochista...
Ce lo racconta, Menedemo, il fatto, riferendosi al proprio figliolo Clinia, che, proprio a causa di ciò, se n'è andato di casa, arruolandosi...: "...è venuta ad abitare qui, da Corinto, una vecchia poverissima con sua figlia e lui ha perso la testa per la ragazza, al punto quasi di considerarla già sua moglie... Quando ho scoperto la cosa, ho reagito con violenza, senza la comprensione che ci vuole per le pene d'amore di un adolescente... lo trattavo con durezza... non c'era giorno che non lo rimproverassi... (I, 1, 97) ...il ragazzo, stanco e umiliato di sentirsi ripetere ogni giorno le stesse cose, non ha resistito... e se ne è andato in Asia, al servizio dell'esercito del re... (I, 1, 113) ...appena sono venuto a saperlo... mi precipito a casa disperato, fuori di me, e subito accorrono i servi... chi ad aiutarmi a togliere i sandali... chi prepara i letti... chi si occupa del pranzo... io osservo e comincio a riflettere... tutte queste serve che curano i miei vestiti... tanto denaro sprecato in casa solo per me... e invece mio figlio, l'unico che aveva diritto a godere di questi beni anche più di me, come è giusto per la sua età, è stato costretto, povero ragazzo, a lasciare la sua casa per la mia folle severità... Sarei un pazzo se continuassi a vivere così: finché mio figlio, per colpa mia, soffrirà di fame e di nostalgia in terra straniera , io mi punirò per il male che gli ho fatto: lavorerò con tutte le mie forze, risparmierò, guadagnerò, e tutto questo lo farò solo per lui..." (I, 1, 97-139).

Introspezione, analisi approfondita dei sentimenti, delicata sensibilità, un sentire intelligente e attento verso le ragioni degli altri: non è bellissimo tutto questo, non è questo un esempio, luminoso, di quella che abbiamo chiamato la poetica dei buoni sentimenti, così peculiare di Terenzio?
Ma attardiamoci ancora un po', in questa lettura analitica e minuta del testo, e sentiamo il commento di Cremete, il vicino di casa con cui si è confidato: "Io credo che tu sia un padre affettuoso e che tuo figlio, a saperlo comprendere e trattare con dolcezza, sia un ragazzo ubbidiente. Ma tu lo conoscevi troppo poco, e lui non ti capiva: ti chiedi come può accadere una cosa simile? Accade quando non c'è confidenza tra gli uomini. Tu non gli hai mai fatto capire quanto lui fosse importante per te, e lui non ha avuto il coraggio di confidarsi come si deve fare con un padre. Se così fosse stato, tutte queste cose non ti sarebbero mai capitate!" (I, 1, 151).
E di nuovo rendiamoci conto della finezza delle intuizioni psicologiche dei personaggi in gioco, della sottigliezza analitica messa in campo: dovranno passare duemila anni prima che psicologia e sociologia diventino scienze, e prima che Ibsen e Pirandello e i grandi drammaturghi del Novecento ci rendano abituale tutto questo! Ma il Novecento diventerà "cattivo", ci farà scoprire le dinamiche patologiche dei comportamenti. Terenzio invece è "buono": le anime dei suoi personaggi sono anime belle, intorno a loro c'è la serenità dei buoni sentimenti, la bontà e la sincerità degli affetti e delle intenzioni.
Ma andiamo avanti nella storia, che è appena iniziata (siamo solo alla prima scena del primo atto) e già volge al lieto fine...
Perché volge già al lieto fine? Perché il figliolo di Menedemo, Clinia, eccolo qui: è già tornato! Non va, però, a casa del padre: non osa, lo crede e lo sa irritato con lui. Va a casa di Cremete, ivi ospitato dal figlio di lui, Clitifone, e subito chiede di poter incontrare la sua amata-bene, Antifila, mentre Clitifone, a sua volta, vuol farsi girar per casa, a spese del padre, la propria ragazza, Bacchide, la quale però non è, come quella di Clinia, una "ragazza per bene": Bacchide è una cortigiana, avida e attenta al soldo, quindi va, la relazione con lei, dissimulata, tenuta nascosta, altrimenti si rischia che Cremete li sbatta tutti fuori di casa.
Ecco dunque che nasce l'intreccio, il viluppo di parti e controparti, equivoci, finzioni, inganni e smascheramenti che è tipico di ogni commedia e che - tutto sommato - finisce con l'essere la parte meno interessante - oggi, a duemila anni di distanza - della commedia stessa.

Raccontiamolo brevemente, l'intreccio.
Per far accettare la cortigiana e per riuscire a spillare un po' di denaro al proprio padre, denaro con cui pagarsela, questa cortigiana, i due ragazzi - su un disegno tutto architettato dall'astuto schiavo Siro - fanno credere, ad entrambi i genitori, che Clinia sia ora incapricciato non più della sua Antifila, ma appunto della cortigiana Bacchide. La gioia di Menedemo è alle stelle: il ragazzo è tornato, non è più lontano da casa, non più al soldo di un esercito straniero: che poi abbia una Bacchide fra le mani (così gli fan credere...) che gliene importa a lui, purché il ragazzo sia qui al sicuro e felice! E sarebbe pronto, prontissimo, a elargire il proprio denaro, pur di saper felice il figlio ritrovato, se non fosse che Cremete, l'amico, gli consiglia di non ostentare troppa liberalità e generosità, perché questo sarebbe antieducativo per il figlio. Meglio passare per fessi, farselo spillare il denaro, fingendo di non accorgersene. "Per me - dice Menedemo - può prendere, sperperare, mandare in malora la mia casa: mi va bene tutto, ho deciso, purché mio figlio torni da me...". "Se hai deciso così - ribatte Cremete - è molto importante che lui non si accorga che sei tu a concedergli tutto... lascia che sia un altro, non tu, a dargli il denaro. Fingi di lasciarti raggirare dagli imbrogli di qualche servo... se il ragazzo capisce... che sei pronto a dare la vita e tutti i tuoi averi pur di non perderlo, povero te!..." (III, 465). Lo scrupolo, chiamiamolo pedagogico, di Cremete, accolto da Menedemo, è tanto più valido quanto più i due vecchi sanno che Bacchide, la supposta amichetta di Clinia, è viziosa e viziata, spendacciona e costosa e quindi per "sostenere le spese della sua bella" (III, 544) il ragazzo dovrà sperperarne parecchio, di denaro... Cremete, a questo punto, insiste con uno dei servi perché inventi qualche raggiro che consenta di spillar denaro al vecchio Menedemo affinché il figlio possa pagarsi il lusso di Bacchide, senza rendersi conto che invece si sta dando la zappa sui piedi, perché i lussi di Bacchide (essendo Bacchide la ragazza del proprio figlio e non del figlio di Menedemo) sarà lui a doverli pagare, in quanto il raggirato, inconsapevole, sarà proprio lui Cremete, non Menedemo...
Ecco Cremete dunque che convoca il suo astuto servo Siro e si scava la fossa con le sue mani: gli chiede se non è mai "capace di inventare qualche intrigo per il vecchio..." affinché il ragazzo possa "sostenere le spese della sua bella" (III, 543). "Se mi aiutassi, lo posso fare facilmente: sono esperto in questo genere di cose" (III, 547) risponde allegro il servo e fra sé e sé commenta "mai e poi mai avrei immaginato... di poter raggirare il mio padrone col suo permesso, e senza il minimo rischio!" (III, 559).
Colpo di scena, intanto!: la solita agnizione, il solito anello al dito che viene riconosciuto. Cosa si scopre? In casa di Cremete si scopre che la ragazza Antifila, quella di cui è innamorato Clinia (anche se tutti credono che Clinia sia interessato invece a Bacchide...) non è altri che una figlia di Cremete stesso, abbandonata da bambina, e ritrovata e riconosciuta ora grazie al riconoscimento d'un anello che la ragazza porta al dito.
Tutto volge per il meglio: esser figlia di Cremete significa avere alle spalle una onorata famiglia e disporre di una dote, quindi Clinia potrebbe sposarla senza più aver contro il proprio padre Menedemo.
Ma...! Ma tutti credono che Clinia sia interessato a Bacchide, perché così si è lasciato credere. E inoltre l'obiettivo dei giovani è spillar soldi ai padri, affinché Clitifone possa continuare a godersi la sua Bacchide. Cosa inventarsi allora? Si fa credere che Antifila, sino a che era ritenuta una orfanella di infime condizioni, era stata "comprata" da Bacchide e quindi, per riscattarla occorrono dei soldi. E chi li paga, questi soldi? Il neo-trovato papà Cremete, raggirato così dal servo Siro, secondo i piani che più o meno già conoscevamo.
Ora tutto è a posto. Viene resa pubblica la verità: Clinia ama Antifila e non Bacchide e la ottiene in sposa dal padre Cremete, con tanto di dote, Mentre Menedemo è felice e contento perché la nuora, ora, è di tutto gradimento. Rimane il doppio bidone ricevuto da Cremete, doppio perché gli sono stati estorti i soldi per il riscatto di Antifila e perché ha infine scoperto che la temutissima Bacchide, mangia-sostanza e rovina-famiglie, non di Clinia, ma di Clitifone è la donna. E Clitifone quindi merita, meriterebbe, tutte le ire, tutta la severità del padre. Ma proprio lui, Cremete, lui che rimproverava Menedemo per non saper comprendere i giovani, per esser stato troppo severo con il figlio, proprio lui può ora commettere gli stessi errori? Ecco invertite le parti: ecco ora Menedemo che esorta Cremete a comprendere e tollerare...
La conclusione, come sempre, è a lieto fine. Cremete fingerà di punire il figlio fingendo di diseredarlo. E poi si arriverà a un patteggiamento e a un compromesso: lo perdonerà se accetterà, e subito il bravo Clitifone accetta, di sposarsi con una degna fanciulla rinunciando a Bacchide e alla vita scapestrata e spendacciona.

Trama complessa, avviluppata, ingarbugliata, come sempre in Terenzio, e poi risolta con un "deus ex machina" virtuale, l'agnizione.
Qualche piacevole spunto di comicità, moderata, come sempre in Terenzio, nei giochi d'astuzia degli schiavi a danno dei padri, conservatori e moralisti, e a favore dei figli, innamorati e scapestrati.
E piacevolezza e sorriso che corre lungo l'arco di tutta la commedia, con garbo, senso della misura, simpatia.
Cos'è tutto questo? È quello che oggi chiamiamo "intrattenimento". Commedia d'intrattenimento.
Quando nei palinsesti delle televisioni, nelle recensioni teatrali e cinematografiche su quotidiani e riviste, troviamo questa magica parola, intrattenimento, ricordiamoci chi ne fu l'inventore. Pubblio Terenzio Afro, ventidue secoli orsono.

Milano, 03/06/06



 
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