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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PUBLIO TERENZIO AFRO
La suocera
Traduzione di Mario Scandola, pp. 50, BUR Rizzoli, Milano, 1951.

C'è (ovvero: c'è stata) una bella storia d'amore (è giusto chiamarla così, anche se si tratta d'amore mercenario...) fra una cortigiana, Bacchide, e un giovane per bene, di nome Panfilo. E ora Panfilo, dimentico della sua Bacchide, si è sposato! "Non avrei mai creduto che, finché ella, Bacchide, fosse stata viva, egli potesse arrivare a prender moglie..." (I, 2) commenta con amarezza un'amica di Bacchide, deprecando, fra altre cortigiane, l'infedeltà degli uomini... Ed interroga Parmenone, lo schiavo di Panfilo, per capire come e perché questo ragazzo, così a modo e così affezionato alla sua Bacchide, abbia potuto dimenticarla al punto di prender moglie...
E la verità vien subito a galla: è il padre, Lachete, che lo ha costretto a sposarsi, contro la sua volontà, "con quei discorsi che son comuni a tutti i padri: che lui è vecchio e che d'altra parte ha un figlio solo, e che vuole un sostegno per la sua vecchiaia... e a furia d'insistere lo rese titubante... Doveva obbedire più al rispetto verso il padre o all'amore per Bacchide?... e piagnucolando il vecchio alla fine ci riuscì: lo fidanzò con la figlia del vicino di casa... e quando Panfilo s'accorse che tutto era pronto e non gli si offriva più alcun pretesto per rimandare il matrimonio... dovette proprio sposarsi, ma ne soffrì a tal punto che la stessa Bacchide, se fosse stata presente, avrebbe avuto pietà di lui..." (I, 2).
Si commuovono, le ragazze, le compagne di professione di Bacchide, al racconto. Ma c'è ben altro da scoprire, dal ciarliero Parmenone, qualcosa di molto segreto che solo lui sa, e nessun altro, in famiglia, oltre ai diretti interessati. E il fatto, sconcertante, è questo: che Panfilo, appunto, si sposa, "si tira in casa la moglie e per quella notte, la prima notte di nozze, non toccò la fanciulla, la notte seguente né più né meno... e racconta come, per parte sua, la fanciulla sia ancora intatta..." e che spera "che sia lei, quando si sarà resa conto che non può rimanere, che finisca per andarsene..." (I, 2). Intanto...
Intanto succede che Panfilo ha dovuto partire, per qualche tempo, e la ragazza, la moglie, il cui nome è Filomena (particolare curioso, Filomena è personaggio assente, nella commedia: intorno a lei gira tutto l'intreccio, ma lei non comparirà mai in scena...) se ne è tornata, durante l'assenza del marito, a casa propria, da padre e madre (precisamente: Fidippo e Mirrina).
La suocera Sostrata (la miglior suocera, probabilmente, che mai abbia, nella storia del teatro, calcato scena: l'opposto esatto dello stereotipo-suocera di teatro, di narrativa, di vita quotidiana...) è stata a casa dei consuoceri, per cercare di incontrare la nuora, ma è stata respinta. E ne è ferita e dispiaciuta, ma non per amor proprio o per orgoglio, no, no, ferita perché ad incontrare la nuora lei ci teneva davvero: le vuole bene, non sa starne lontana, è preoccupata, vuole sue notizie...!
Le suocere però, si sa, "sono tutte perverse" (II, 3) per cui è facile supporre che la colpevole di questo strano comportamento di Filomena sia lei, Sostrata. Anche perché la ragazza non parla, non spiega i motivi per cui non vuole tornare a casa propria.
Si incontrano i due consuoceri, Lachete e Fidippo, a discutere della salute e dello stato d'animo della giovane sposina, ed erroneamente concludono che sì, è proprio "il caratterino" della suocera, "più di ogni altra cosa, la sua malattia..." (II, 1).
Ma ecco che, nel terzo atto, si chiariscono i misteri: Panfilo, intanto ritornato a casa, scopre che la moglie è incinta, anzi, sul punto di partorire, incinta già da prima del matrimonio...! È la madre di Filomena che rivela in segreto a Panfilo tutto l'arcano: la ragazza, poco prima del matrimonio, era stata violentata!... "Oh, caro Panfilo, tu vedi per qual motivo ella ha lasciato la tua casa... un giorno alla giovane è stata usata violenza da non so qual miserabile... Ora si è rifugiata qui, per nascondere a te e agli altri il suo parto..." (III, 3).
Nessuno sa della violenza subita, nessuno sa che è incinta, nessuno sa che sta per partorire e Mirrina, madre di Filomena, supplica il genero, Panfilo, di mantenere il segreto: "entrambe ti scongiuriamo... che le sue sventure siano, per parte tua, tenute nascoste e segrete agli occhi di tutti... Se mai ti sei accorto ch'ella ha avuto per te dell'affetto, Panfilo mio, ella ora ti chiede in cambio che tu le accordi questa grazia, che non ti costa nulla... Quello che soprattutto io vorrei... è che il parto avvenga all'insaputa del padre, anzi di tutti... ma se è impossibile evitare che se ne accorgano, dirò che è stato un aborto... so che a nessuno verrà di sospettare altrimenti, non potranno che pensare, il che è verosimile, che il figlio sia proprio tuo... Quando poi riprendere Filomena a vivere con te, regolati come ti conviene... (III, 3).
Che può fare, ora, Panfilo? Già lo sappiamo il matrimonio è stato controvoglia. La moglie, per giunta, sta partorendo un figlio non suo. Non gli resta che separarsi. Ma come giustificarlo, in famiglia, con i propri genitori e con il suocero, non potendo, perché l'ha promesso, raccontare la verità sul pancione della moglie? Prende a scusa il supposto dissidio tra moglie e suocera e annuncia la propria volontà di separarsi: "...dal momento che non è dignitoso per lei sottomettersi a mia madre e tollerarne i modi con spirito d'adattamento e dal momento che è impossibile ch'esse abbiano a riconciliarsi, io devo separarmi, o da mia madre, o da Filomena. Ora la pietà filiale mi consiglia di prender piuttosto le parti di mia madre..." (III, 5).
Intanto tra le mura di casa di Filomena scoppia un altro dramma e un altro malinteso. Filomena partorisce, ma il padre, cui lo si voleva tenere nascosto, lo scopre. Il bambino sta per essere "esposto", cioé abbandonato, e Fidippo ritiene che sia la propria moglie, Mirrina, ad aver architettato il tutto, cioé ad aver nascosto la gravidanza e il parto e aver deciso d'abbandonare il bambino, per impedire che quella creatura potesse rinsaldare il vincolo del matrimonio. Insomma: da una parte e dall'altra si addossano alle suocere tutte le responsabilità di questo matrimonio in crisi. Proprio alle suocere, che invece sono due paste di donne come non ce n'è altre al mondo...! E perché, secondo Fidippo, la propria moglie vorrebbe la rottura del matrimonio? Perché avrebbe scoperto la relazione che Panfilo, a quanto dicono le malelingue, continuava a intrattenere con Bacchide: "Forse hai sentito dire da qualcuno che l'aveva visto mentre usciva o entrava nella casa della sua amante! E con questo? Se l'ha fatto con discrezione, e una volta tanto, non è forse più umano far finta di nulla, piuttosto che sforzarsi di scoprirlo per poi farci odiare? Ed anzi, se fosse capace di strapparsi repentinamente da una donna con cui è stato in rapporti per tanti anni, non lo riterrei, né come uomo, né come marito, abbastanza affidabile per mia figlia!" (IV, 1).
E chi non li vorrebbe ancor oggi, duemila e passa anni dopo Terenzio, suoceri così moderni, e di larghe vedute, e tolleranti, e di buon senso...?
Ma c'è di più: ora entra in scena Sostrata, madre di Panfilo, suocera di Filomena, quella suocera che dà il titolo alla commedia e che tutto è fuorché una "suocera". Lei l'ha bevuta la storia che Panfilo si separa per risolvere il dissidio (dissidio che non c'è mai stato) tra lei e la nuora. E in un ammirevole gara di generosità ecco che s'offre di abbandonare lei la casa, per lasciarla interamente agli sposi. "Mio Panfilo - dice al figlio - ho fermamente deciso di ritirarmi in campagna assieme a tuo padre, perché la mia presenza non vi sia d'ostacolo e perché non rimanga più alcun motivo che impedisca a Filomena di tornare da te..." (IV, 2). E Lachete, padre di Panfilo, marito di Sostrata, non è da meno: "la nostra - dice - è un'età antipatica per i giovani: conviene che ci togliamo di mezzo..." (IV, 3). Ma Panfilo no, non cede, insiste nel volersi separare.
E poiché la notizia del bambino appena nato, che doveva esser celata a tutti, è invece trapelata, e ora tutti lo sanno, ecco che Panfilo, che, per non danneggiare la reputazione della moglie, non vuole rivelare che il figlio non è suo, si aggrappa al nuovo pretesto, per giustificare la sua volontà di separarsi, il pretesto appunto che gli avevano tenuta nascosta la gravidanza. E il padre, che crede che altre siano le ragioni del figlio, e che in parte si sente colpevole per averlo forzato al matrimonio con Filomena, cerca di riportarlo a ragione: "Prima, quando hai addotto questo pretesto, che non potevi a causa di tua madre tenere in casa tua moglie, ella promise di andarsene; adesso, siccome vedi che anche questo pretesto è venuto a cadere, ne hai trovato un altro: che la nascita del bambino ti è stata tenuta nascosta... Sbagli se credi che io ignori i tuoi sentimenti... Inventi falsi motivi per una separazione allo scopo di poter vivere con quella donna..." (IV, 4).
Come risolverlo il problema, indurre i due sposi a tornare a vivere insieme, indurli a tenersi il bambino?
I due suoceri prendono una decisione, quella classica in questi casi: "io penso si debba andare a trovare quella cortigiana: preghiamola, accusiamola, facciamole minacce di una certa gravità, se davvero ella ha ancora una relazione con lui..." (IV,4).
Ed ecco il vecchio padre che se ne va dalla supposta amante del figlio a suggerirle, con buona diplomazia, di cercarsene un altro d'amante, perché il figlio ora è sposato...
Ma Bacchide, cortigiana sì, ma, come tutte le cortigiane di Terenzio, cortigiana molto a modo, giura, e i suoi toni sono sinceri, che la relazione no, non c'è più: "da quando s'è sposato - dice - io ho allontanato Panfilo da me..." (V, 1). Ed è disposta, anche, ad andarlo a testimoniare di persona alla moglie e alla suocera del suo ex amante.
Con gran pena in cuor suo, perché, momento di delicata poesia frequente in Terenzio quando ci dipinge la sensibilità dell'animo femminile, ella si vergogna, ella che è cortigiana, a doversi presentare a donne di costumi corretti, legittime spose, legittime madri, sia pur presentandosi per far loro del bene. "La sposa è nemica della cortigiana - dice - quando è separata dal marito! Maledizione, mi vergogno davanti a Filomena!" (V, 2).
Ed ecco, e si risolvono sempre così, per stone paint, i nodi intricati delle sue commedie, ecco nel ruolo di "deus ex machina" un anello, un semplice anello che Bacchide ha al dito quando si presenta, umile e vergognosa, alle due donne. Ma lasciamo che sia Bacchide stessa a raccontarlo, riferendosi a una notte con Panfilo, prima che questi si sposasse: "...ricordo che circa dieci mesi fa, sul far della notte, egli si rifugiò da me, a casa mia, agitato, ebbro di vino, con quest'anello... Di grazia, gli dico, perché sei senza fiato, e dove hai trovato quest'anello?... Ed egli confessa che per la strada ha usato violenza a una donna, non so chi, e aggiunge che, mentre lei si dibatteva, le ha sottratto l'anello... Mirrina, poco fa, l'ha riconosciuto... mi chiede come l'ho, le racconto tutta la storia... da qui la scoperta che è Filomena la donna da lui violentata e che questo figlio è dunque suo!..." (V, 3).
Lieto fine, dunque, anche in questa commedia. C'è sempre un lieto fine in Terenzio, c'è sempre un lieto fine in ogni commedia, ché altrimenti che commedia sarebbe se si concludesse amaramente? Con un ulteriore tocco di poesia nella figura generosa rolex replica uhren e altruista di Bacchide felice di staccarsi per sempre da un amante se questo distacco comporta la serenità di una coppia, il rinascere di una famiglia. Ora che Bacchide, la cortigiana, ha conosciuto, la moglie, "avevi ragione, Panfilo, - confessa al suo ex-amante - avevi ragione di essere innamorato di tua moglie. Prima d'oggi non l'avevo mai vista coi miei occhi abbastanza bene per conoscerla: mi è sembrata davvero garbata..." (V, 4).

Siamo duecento anni prima di Cristo: dovremo aspettare due millenni ed oltre perché compaia nel mondo della poesia un'altra Bacchide, la Margherita Gautier di Dumas, in pieno Romanticismo.

Solcio, 01/06/06

 
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