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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOAO BAPTISTA DE ALMEIDA GARRET
Un auto di Gil Vicente - Frate Louis de Sousa
Sta in Le Commedie, vol. I, a cura di Giuseppe Introduzione e traduzione di Enzio Di Poppa Vòlture, pp. 190, UTET, Torino, 1957.

Almeida Garret (1799-1854) è una delle grandi personalità della letteratura portoghese, fondatore di un teatro nazionale, massimo rappresentante del romanticismo lusitano. Ha la stessa importanza, nella letteratura portoghese, che ha Manzoni nella nostra. Fu poeta, fu romanziere, fu drammaturgo e fu, sostanzialmente, letterato. Ma fu importante anche, nel travagliato Portogallo della prima metà dell'Ottocento, come uomo politico, paladino di idee liberali che gli costarono lunghi periodi d'esilio e alterne vicende e fortune, sino a divenire ministro degli esteri.
La produzione artistica prevalente di Almeida Garret è di ispirazione nazional-letteraria, cioè auto-riferita alla storia e alla letteratura portoghese. Come se Manzoni avesse utilizzato come protagonisti delle sue opere letterarie le figure di Dante, Ariosto, Guicciardini...
Camoes, il grande poeta epico del Cinquecento portoghese, autore de I Lusiadi, è il titolo di un poema giovanile di Almeida Garret, purtroppo non tradotto in italiano. Ci dicono i manuali di letteratura che quel poema segna l'inizio del romanticismo in Portogallo.
Due belle traduzioni degli anni Cinquanta sono invece disponibili di due dei suoi capolavori teatrali: Un auto di Gil Vicente e Frate Louis De Sousa.
Veniamo al primo dei due drammi. Gil Vicente - lo ricordiamo - chiamato il Plauto lusitano, è considerato il massimo autore di teatro della letteratura portoghese, vissuto tra il 1465 e il 1536, contemporaneo del nostro Ariosto. Se comparato ai grandi suoi contemporanei delle altre letterature europee, il teatro di Gil Vicente è decisamente semplice e primitivo. Ma per il Portogallo Vicente è una pietra miliare. Ecco che Almeida Garret, tornato da anni di esilio in Francia, in Inghilterra, in Germania, durante il quale subì l'influenza e il fascino dello storicismo romantico di Byron, di Scott, di Goethe, costruisce un suo dramma teatrale, molto bello, intorno alla rappresentazione di un atto unico di Gil Vicente dell'anno 1521, Le corti di Giove, un pezzo molto cortigianesco scritto per celebrare le nozze dell'infanta Beatrice che andava sposa a un Savoia, Carlo III, e partiva in nave per raggiungere il suo designato sposo piemontese. Vicente nel suo breve dramma mobilita le divinità dell'Olimpo pagano e trasforma in pesci e figure mitologiche marine i personaggi della corte, pesci che nuotando scortano giù dal Tago, verso l'Oceano, la nave su cui viaggia l'infanta. In sostanza un pasticcio in versi molto fioriti e di maniera, oggi leggibile solo come documento di un'epoca e di un autore.
Ebbene, Garret, sull'onda dell'ispirazione romantica, costruisce un dramma teatrale intorno al giorno appunto in cui Vicente rappresenta il suo atto unico alla presenza dell'infanta e del padre, il re don Manuel I. Un'opera, quella di Almeida Garret, così bella
- e così drammatica - da restituire dignità e interesse persino a un mattone, privo di qualunque valore letterario, qual è Le corti di Giove.
Gil Vicente è uno dei personaggi del dramma, ma non solo Vicente: anche un altro poeta dell'epoca ne è personaggio, Bernardim Ribeiro, un lirico contemporaneo di Vicente che nella storia della letteratura portoghese ha un suo peso notevole come autore di alcune Egloghe e di un romanzo in versi e prosa, celeberrimo in Portogallo, dal titolo di Saudades, nostalgie, romanzo che ha fortemente influenzato un po' tutto il modo di sentire della successiva lirica portoghese.
Qual è la storia che ci racconta Almeida Garret? La storia è questa: Vicente sta febbrilmente preparandosi alla messa in scena del suo pomposo atto unico nelle ore che precedono la partenza dell'infanta: c'è il re, c'è tutta la corte, quindi la tensione è alta. Una delle interpreti è ubriaca. Si offre di sostituirla il poeta Ribeiro. Non importa se non conosce la parte. Non importa se lui è uomo mentre la parte che dovrà interpretare è quella di una zingara. Vuole andare in scena e va in scena. E anziché recitare i versi del copione di Gil Vicente reciterà dei propri versi, improvvisando al momento, destinati all'infanta, la quale è seduta là fra il pubblico, anzi, al posto d'onore, e al dito della quale infilerà un anello che è simbolo e pegno d'amore. Perché, e qui sta il dramma, tra il poeta Ribeiro e l'infanta c'è davvero uno storia d'amore. Un amore ovviamente vietato e impossibile, lei essendo figlia di re e lui essendo uno spiantato poeta di corte, assegnatole dal re come insegnante di lettere.
La tensione che Almeida Garret riesce a costruire è altissima, anche perché introduce - nel dramma - le figure degli ambasciatori del duca di Savoia, lo sposo cui l'infanta è destinata, che hanno il compito poliziesco di verificare la virtù dell'infanta e che indagano malignamente e pericolosamente sulla figura sospetta del poeta Ribeiro. Guai se scoprissero la verità: costerebbe la vita a Ribeiro e potrebbe anche scoppiarne una guerra.
Il dramma di Vicente va in scena, con molti dei suoi versi originali - un bellissimo esempio di teatro nel teatro - e sul finale si rischia la tragedia a causa della spericolata azione di Ribeiro che consegna all'infanta l'anello recitandole un proprio messaggio d'amore che, per fortuna, solo in parte è compreso dall'uditorio.
Ora lo spettacolo, l'atto di Gil Vicente, è terminato: si è rischiata la tragedia, ma ci si è salvati. Nessuno, né il re, né gli ambasciatori del Savoia, si è reso conto del sentimento che lega reciprocamente l'infanta e il poeta. L'infanta va sulla nave e tristemente, con la morte nel cuore, si prepara a partire per sempre. Ma il poeta, pazzo d'amore, vuole ancora incontrarla un'ultima volta, per un ultimo addio. E lo ottiene, con grande pericolo, grazie all'aiuto di Paola, la figlia di Gil Vicente, che oltreché collaboratrice del padre, è anche amica dell'infanta ed è a sua volta - dramma nel dramma - segretamente e perdutamente innamorata di Ribeiro.
Si consuma sulla nave, nei momenti che precedono la partenza, la tragedia finale dei tre protagonisti.
La tragedia di Paola, che ama Ribeiro, ma deve tramare, e a rischio della vita, farlo incontrare con la propria rivale: "Lo amo e non è più possibile che ami altro uomo al posto di lui. Lo amo e sono coinvolta nel suo amore per un'altra donna, per una rivale che dovrei detestare e non detesto. Le voglio bene anzi, la servo e lascio calunniare il mio onore per salvare il suo... Ecco: egli è lì, nascosto e protetto da me, che conta i minuti della sua attesa. E non sono io quella che egli aspetta. Quasi quasi ne sento le pulsazioni impazienti del cuore che gli batte d'ansia. E non è per me che esso batte. La incontrerà e lo deve a me. Le giurerà l'eternità del suo amore e io sarò testimone del giuramento che distrugge tutte le mie speranze..." (III, 11).
La tragedia dell'infanta, fanciulla giovane, innamorata, perdutamente innamorata, ma costretta dal suo ruolo di principessa ad andare sposa ad un vecchio che nemmeno conosce, lontano dalla sua patria, dalla famiglia, dagli amici, fra gente estranea e ostile: "...chinata sul petto di uno straniero, poveretta, rabbrividirai alle odiate carezze di uno sposo indifferente, e il ribrezzo dei baci di un marito che non ami, che hai già tradito nel tuo cuore, ti farà rizzare i capelli, ti sconvolgerà lo stomaco quasi fosse un veleno..." (III, 13).
La tragedia del poeta, Bernardin Ribeiro, che pagherà col suicidio l'ultimo agognato incontro con l'infanta. Rimasto troppo a lungo nascosto sulla nave, volendo veder fino all'ultimo la fanciulla amata, per non essere scoperto e comprometterne l'onore dovrà gettarsi in mare e morire: "tu sei principessa e io un povero trovatore...: lasciami morire qui ai tuoi piedi, non ti chiedo se non di lasciarmi morire ai tuoi piedi... la tortora che ha perduto il compagno si lascia morir di fame sul ramo scheggiato dell'albero sul quale glie lo hanno ucciso..." (III, 13).

Storia d'un amore impossibile, quello fra l'infanta e Ribeiro, storia d'un amore non corrisposto, quello fra Paola Vicente e Ribeiro, storia del sacrificio d'una fanciulla sull'altare del dovere di Stato, e insieme pagina affascinante di tante e straordinarie reminescenze letterarie, rivisitazione intelligente, credibile, stimolante, di figure storiche del passato riportate in scena nei rispettivi ruoli in cui la Storia li ha cristallizzati, ma riproposti vivi e umani, eroici e meschini, patetici e grandi...
Oggi è davvero ardua impresa leggersi Le corti di Giove di Gil Vicente. Nella terza scena del primo atto del dramma di Almeida Garret, Ribeiro dirà: " Mi domando dove questo sciagurato di Gil Vicente poteva andare a scovare una solfa più catarrosa di questa per una celebrazione di nozze... e nozze reali!" Ebbene: lo straordinario merito di Almeida Garret, oltre a quello di averci dato un dramma molto bello, è anche quello di riavvicinarci a Gil Vicente. Alle sue "catarrose solfe", un po' meno solfe e un po' meno catarrose, così come Garret ce le ripresenta e ce le riporta a dimensione umana. Peccato!: noi non abbiamo avuto un Manzoni capace di imbastirci una storia teatrale piacevole e commovente sugli amori fra Laura e Francesco o Fiammetta e Giovanni. Chi sa? Avremmo letto più volentieri, ancor oggi, canzoni e novelle dei nostri due monumenti letterari. Perché anche i monumenti, se gli dai voce, diventano più umani.

L'altro dei due drammi citati, Frei Louis de Sousa, è, se vogliamo, ancor più campione di romanticismo. In Portogallo è considerato il pezzo di teatro più bello nella storia della loro letteratura.
Ancora una pagina di storia nazionale, ancora personaggi i cui nomi sono riportati nelle enciclopedie, ancora un salto indietro nell'epopea, nelle leggende, nella letteratura e nella storia del Paese.
Siamo al termine del Cinquecento: sono passati vent'anni dalla battaglia (celebre in Portogallo) di Alcacer Kebir. Molti dei nobili partiti per quella battaglia non sono tornati. Sono state fatte ricerche, si sono offerti riscatti. Niente, nessuna notizia. Donna Maddalena de Vilhena, nobile, virtuosissima, dopo sette anni di inutili ricerche del marito scomparso, il nobile don Giovanni, si è risposata, con Manuel de Sousa Coutinho, uomo di lettere, di insigne nobiltà e virtù, splendido eroe e splendido patriota e insieme reale figura della storia letteraria portoghese: uno storico vissuto tra il 1555 e il 1632. Hanno avuto una bambina, Maria, che ora è adolescente, è all'oscuro del precedente matrimonio della madre, e che ha per aio, a lei affezionatissimo, don Telmo, vecchio scudiero appartenente ancora alla casa di don Giovanni e mai rassegnato alla scomparsa dell'antico padrone.
Il dramma è tutto giocato su una sorta di fatale, angoscioso presentimento che costantemente incombe sulla casa, sulle persone, sulle anime: il presentimento che don Giovanni non sia morto, che possa un giorno tornare, rendere illegittimo il matrimonio dei due, rendere figlia del peccato e dell'adulterio l'angelica e inconsapevole bambina.
Lo spera, in un certo senso, il vecchio scudiero Telmo, che era attaccatissimo al suo padrone, ma anche lo teme, perché ora ama la bambina con tutto il suo cuore, con tutta la dolcezza di un vecchio nonno tenero e affezionato e ne paventa la rovina che ne deriverebbe.
Si intrecciano pagine di storia nazionale: il nuovo marito, il padre della bambina, don Manuel, si comporta da eroe sublime e bellissimo. Si oppone a una congiura. Rischia. Perde la sua casa e le sue ricchezze, ma salva l'onore, la fedeltà alla patria. Insomma: i due adulteri, perché adulteri sono, sono eroi splendidamente positivi, allorché ecco tornare dalla Palestina un vecchio pellegrino, irriconoscibile a tutti, che si dice portatore d'un messaggio per Donna Maddalena.
L'angosciosa premonizione si è avverata. Don Giovanni è tornato. E mentre si consuma il dramma del ritorno, la bambina cade gravemente malata. È moribonda.
Ai genitori, scopertisi loro malgrado peccatori, non resta che murarsi vivi in due separati conventi di clausura. La bambina muore nell'ultima penosa scena, invocando mamma e papà, che tali sono per lei, legittimi e santi per lei, non peccatori dannati da Dio. Telmo, che per vent'anni ha sognato di vedersi riapparire il suo amato signore, ora che questi torna, per amore della bambina quasi sarebbe disposto a rinnegarlo. E lui, Don Giovanni, il primo marito, dopo vent'anni di martirio, di schiavitù, di prigionia, ritornando ora a casa, rendendosi conto di quale terribile prezzo sia chiamata la nuova famiglia, e la bambina soprattutto, a pagare, ecco che è disposto a rinunciare alla propria identità, a farsi passare per un impostore, a far credere che davvero Don Giovanni sia morto. Ma la tragedia, ormai, è consumata.
"Che Dio è quello che sta su quell'altare, che vuole rubare il padre e la madre alla loro figlia?" grida la bambina moribonda in preda al delirio e alla febbre. "Mamma, mamma, io lo sapevo bene... io mai te l'ho detto, ma lo sapevo: me l'aveva detto quell'angelo terribile che mi appariva tutte le notti per non lasciarmi dormire... questa figlia è la figlia del delitto e del peccato... No! Non lo sono: dillo padre mio che non lo sono... che importa a me di quell'altro, che sia o non sia morto, che rimanga nella sua tomba o che resusciti ora e ritorni... Mi uccida, mi uccida se vuole, ma mi lasci questo mio padre, questa mia madre, che sono miei...!" (III, 11).

È un dramma profondo e bellissimo questo Frei Louis de Sousa, splendidamente raccontato su figure di grande e intensa umanità, scavato nella psicologia dei protagonisti con la pietosa, l'attenta, la religiosa sensibilità di un poeta.
Del tutto sconosciuto in Italia, il dramma non conosce traduzioni da oltre mezzo secolo. Eppure fake rolex kaufen è alla pari con altri drammi di scuola romantica (pensiamo a Kleist, per esempio) che sono popolari in Italia e tornano ripetutamente sui nostri cartelloni teatrali.

Ma si sa: le letterature iberiche in Italia non sono popolari. Anzi: sono del tutto ignorate. Forse un italiano su mille sa citare tre
- leggasi tre - autori letterari portoghesi. Uno dei quali è Pessoa, l'eccezione che conferma la regola.

Sestri Levante, 16/8/04

 
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