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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LUIS DE CAMOES
I Lusiadi
A cura di Silvio Pellegrini, pp. 260, UTET, Torino, 1947.
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Più o meno ogni letteratura ha il proprio "poema". Noi abbiamo la Divina Commedia, i francesi hanno la Chanson de Roland, gli inglesi il Paradiso perduto, i tedeschi il I Nibelunghi, gli spagnoli il Cid e i portoghesi infine hanno il loro: è I Lusiadi, di Luis de Camoes (1525-1580), pubblicato nel 1572 in pieno Rinascimento, posteriore di qualche secolo ai grandi poemi medioevali, di mezzo secolo all'Orlando Furioso, contemporaneo della Gerusalemme Liberata e d'un secolo antecedente il poema di Milton. È un poema epico, quello di Camoes, epica vera nel senso più stretto del termine, perché è il racconto particolareggiato dell'impresa di Vasco de Gama, scopritore portoghese delle Indie. Racconto epico-celebrativo dell'espansionismo marittimo del Portogallo d'allora, potenza europea di prim'ordine fortemente proiettata verso la conquista di nuove terre a Occidente (nell'attuale Brasile) e a Oriente (in quella regione che definiamo Indocina).
Il poema è in endecasillabi, suddivisi in ottave e diviso in dieci canti, per un totale di 9000 versi. È un po' un'Odissea (il racconto d'un viaggio per mare) ed è un po', anzi, è molto, una Eneide, la celebrazione cioè, attraverso il racconto delle imprese d'un eroe, dei destini d'una nazione.

Che senso ha scrivere un'Eneide, un poema epico, in pieno Rinascimento e che senso ha leggerlo oggi? In pieno Rinascimento di poemi ne sono stati scritti tanti, basti pensare a Boiardo, Ariosto, Tasso padre e Tasso figlio... Erano bensì epici, ma fiabeschi, cioè di taglio, se vogliamo, più moderno: favole in versi, quindi proprio perché inverosimili, più credibili e più accettabili.
Eppure sì, aveva senso, per Camoes, scrivere una Eneide nel Cinquecento, per un fatto molto semplice: Camoes quell'Eneide l'ha interamente vissuta sulla sua pelle. È un racconto in qualche modo autobiografico il suo, fortemente ispirato, perché Camoes fece egli stesso il percorso in mare (un secolo dopo, s'intende) fatto da Vasco de Gama, visse per molti anni in India, navigò nel golfo Persico, si spinse a Macao, subì un naufragio...
Non solo: si documentò a lungo sull'avventura di Gama, leggendone i diari di bordo, i resoconti di viaggio, le relazioni. In sostanza: la materia epica di Camoes è materia vera, realistica, documentata, fortemente ispirata e sentita sul piano personale. Si aggiunga che Camoes era straordinariamente colto in letteratura classica, conosceva a menadito i poemi omerici e quello virgiliano e era dottissimo in mitologia greco-romana, non solo dotto, ma realmente appassionato. Ecco che il suo I Lusiadi non è un poema nato a tavolino, ma un'opera di poesia sentita, appassionata, ispirata: ciò che la rende valida per la sua epoca e che ne giustifica ancor oggi l'interesse e la bellezza.
Sì, la bellezza, perché I Lusiadi è un bel poema, godibile ancor oggi e godibile anche in traduzione. C'è qualche discontinuità nella tensione e nella ispirazione (fu composto dal 1545 al 1570: troppi venticinque anni per mantenere viva l'ispirazione di un progetto poetico unitario...) ma sostanzialmente, se si eccettua forse l'ultimo canto, è decisamente piacevole da leggersi, dal primo all'ultimo verso.
Lusiadi vuol dire Portoghesi: così chiamati per un mitico progenitore Luso da cui sarebbero discesi. Il poema è un'epopea che celebra la storia e la grandezza del Portogallo e Vasco de Gama ne è il pretesto, non il protagonista.
Nell'incipit delle due prime ottave, Camoes si ripromette di cantare "l'armi e i guerrieri insigni che attraverso mari sino allora mai percorsi edificarono fra popoli remoti un nuovo regno e parimente le imprese gloriose dei sovrani che andaron dilatando la fede e il regno e devastando le terre infedeli d'Africa e d'Asia..." (I, 1-2).
Ecco quindi l'intento: il viaggio di Gama e l'apologia dei re portoghesi. E mantiene fede all'impegno: il poema dedica circa metà delle sue ottave all'impresa di Gama e l'altra metà alla storia dei re portoghesi e al seguito dell'impresa coloniale dopo Gama in quel tratto di secolo che separa l'epoca del navigatore dall'epoca del poeta stesso.

Proviamo a seguire il racconto, a grandi linee. Camoes crede fermamente (come Virgilio lo credeva fermamente per Roma) che il Portogallo sia chiamato da volontà divina e "dal fato eterno la cui alta legge non può essere violata" a grandi imprese, a "signoreggiare sui mari che vedono il vermiglio sorgere del sole" (I, 27). Il viaggio di Gama è colto non dall'inizio, ma dal momento in cui, doppiato il capo di Buona Speranza, inizia la risalita lungo l'inesplorata costa orientale dell'Africa.
Ma un buon poema epico non può essere tale se non si dà largo spazio ai giochi di potere degli dei nelle mani dei quali l'uomo non è che un burattino sbattuto dei venti.
Ecco allora che la narrazione inizia con un concilio degli dei convocato da Giove con l'intento di aiutare la spedizione: tutti gli dei sono favorevoli ai nostri, salvo Bacco, che avendo in tempi passati soggiogato l'India, non vuole ora che altri mettano piede su quella terra temendo che il proprio primato di conquistatore "venga seppellito nel nero vaso dell'acqua dell'oblio..." (I, 32).
Arrivano i nostri in Mozambico e poi a Mombasa in una notte bellissima: "i chiari raggi della luna luccicavano sovra l'onde argentee del mare e le stelle gremivano il cielo come un prato rivestito di margherite..." (I, 58), ma un re mussulmano infido, subornato dall'eterno nemico Bacco, dà loro del filo da torcere. Si salvano per miracolo e riprendono la navigazione sotto la protettiva benevolenza di Venere che, per ottenere l'appoggio del padre Giove, non esita ad usare l'arma della seduzione: "un collo più abbagliante della neve", "i palpitanti lattei seni" , "le lisce colonne delle gambe su cui salivano desideri che s'aggrappavano come l'edera..." (II, 36). Aiutati dagli dei, ora i navigli raggiungono Malindi (è il 15 aprile 1498, giorno di Pasqua) nell'attuale Kenia e sono accolti da un re amichevole e ospitale che svolge un po' lo stesso ruolo d'Alcinoo nel IX canto dell'Odissea: è la spalla che dà ascolto al lungo racconto del navigante. "Prima - dice il re di Malindi - esponici con cura e dovizia di particolari la posizione della tua patria, la regione del mondo ove abitate, l'origine della vostra stirpe, le leggi che regolano il vostro potente regno e le tante guerre da voi sostenute che, ancor prima di conoscerle, so che vi fanno onore, e poi raccontaci le tue lunghe peregrinazioni tra i rischi del mare e tra i barbari e strani costumi della nostra selvaggia Africa..." (II, 109-110).
Inizia così il lungo racconto di Gama che copre ben tre dei dieci canti dell'intero poema. È - a differenza di ciò che si può credere - un bellissimo e interessantissimo compendio di storia del Portogallo, sovrano dopo sovrano, battaglia dopo battaglia, vittoria dopo vittoria. Ti aspetteresti la monotonia delle Gesta dei re Danesi d'un Sassone Grammatico e invece il poeta, perché Camoes davvero è poeta, sa trascinarti sulle ali della passione, della fierezza, dell'orgoglio patriottico, della sincera commozione, tanto che i tre canti storici sono tra i più belli e ispirati del poema. Camoes tocca qui le tante corde della sua lira poetica. C'è tutta l'epica e se vogliamo anche tutta la retorica dei temi di battaglia: "I feriti lacerano il cielo di grida facendo del loro sangue un orrido lago in cui affogano i caduti dopo aver scampato le loro vite al ferro del nemico..." (III, 113).
Ci sono le classiche similitudini omeriche, spesso però nuove nei temi, caratterizzati da un colore tipicamente iberico: "Come, stimolato dalle grida e dagli incitamenti, un furente molosso investe nel bosco un toro selvaggio dal tremendo corno..." (III, 47). C'è lirica assolutamente sublime in molti episodi, tra cui quello famoso di Ines De Castro, eroina di tante romanze, fatta uccidere dal re affinché non sposasse il principe ereditario, di lei pazzo d'amore, "quella misera e sventurata che divenne regina quand'era già morta" (III, 118), "candida e leggiadra margherita troppo presto spiccata" (III, 134) ... "vivevi, o bella Ines, tranquillamente cogliendo il dolce frutto della tua età, in quell'incanto dell'anima, lieto e cieco, che il destino non lascia durar molto, e per le campagne di sogno del Mondego, sulle cui rive i tuoi graziosi occhi solevan versare nostalgiche lagrime, andavi insegnando ai monti e all'erbette il nome che portavi scritto in petto..." (III, 120). C'è il rimpianto bucolico per la bella terra portoghese carica di frutti (Camoes compose il suo poema mentr'era lontano dalla Patria nell'inospitale terra d'India...): "...era la calda stagione in che Cerere lascia sull'aie i suoi frutti ai contadini e in che Bacco spreme dall'uve il dolce succo, quando il sole entra nel segno della vergine, nel mese d'agosto..." (IV, 27). C'è il tema del timore, dell'ansia, del malinconico distacco il giorno della partenza dalla foce del Tago (era l'8 luglio 1497): "le navi son pronte e impazienti e par che, guardando all'ampia distesa dell'oceano, si ripromettano d'aver un giorno, come il vascello d'Argo, un posto in cielo fra le stelle" (IV, 87)... "oh re! Se rivedo con la mente l'istante in cui partii, pieno il cuore di dubbio e preoccupazione, t'assicuro che freno a stento le lacrime..." (IV, 87) ... "...le lacrime uguagliavano in numero i granelli della bianca arena su cui cadevano e sembrava che persino i monti intorno, mossi a pietà, partecipassero al dolore universale..." (IV, 92). E c'è infine la materia, del tutto replica watches uk nuova per un poeta epico, del realismo narrativo, del documentato resoconto d'una impresa che è storica e come tale va trattata.
Per esempio il racconto naturalistico d'una tromba marina paragonata a una sanguisuga che "a forza di succhiare ingrossa e cresce, s'empie e si dilata... una colonna drizzata fino al sommo del cielo, così sottile che sembrava della stessa materia delle nuvole... che va aumentando a poco a poco, fino a esser più larga d'un massiccio albero maestro e ora si restringe ora invece, quando tira su grandi sorsate d'acqua, si dilata..." (V, 19-20-21). Fino al crudo verismo dell'episodio dello scorbuto che colpisce l'equipaggio di Gama infliggendo macabre sofferenze e raccapriccianti rituali: "chi lo crederà se non l'ha visto? A chi n'era colpito si gonfiavan le gengive così mostruosamente in bocca che la carne ingrossava sempre più e insieme si putrefaceva con un fetido e disgustoso odore che appestava l'aria intorno... Non avevamo là un medico esperto né un abile chirurgo: ma chiunque avesse un po' d'abilità in quest'ufficio tagliava su di sé la carne già putrida, come fosse già morta, ed era bene, poiché moriva chi se la teneva..." (V, 81-82).
Col sesto canto termina il racconto di Gama al re di Malindi e riprende la navigazione, questa volta avendo a bordo un fedele e abile pilota arabo che conosce le rotte e che farà da interprete all'arrivo in India. Ma il resoconto del viaggio qui impone una terribile tempesta, evidentemente un tifone tipico dell'Oceano Indiano. Tempesta che il poeta attribuisce all'ostilità di Bacco il quale suborna Nettuno a chiamare a raccolta e a scatenare contro i Lusiadi tutte le divinità del mare e dei venti. Siamo nel Rinascimento, e chi scrive è un poeta cristiano credente e praticante (se non lo eri, a quei tempi finivi sul rogo...): eppure è singolare e stupefacente come nelle tematiche mitologiche sulle olimpiche divinità Camoes dimostri una sincera, profonda, sentita, ispirazione. È ispirato nei momenti, molto scarsi, in cui invoca la protezione e la benevolenza delle divinità cristiane ed è altrettanto ispirato nei frequenti momenti in cui muove e descrive le divinità dell'Olimpo greco-romano: "da un'altra via vien la soave sposa di Nettuno, figlia di Celo e Vesta, dolce e ridente in volto e così bella che l'onde si arrestano di meraviglia: indosso porta una tunica preziosa di sottile tessuto, da cui il corpo cristallino traspare, ché tanta bellezza non è bene nascondere..." (VI, 21). Il terribile tifone tropicale si leva improvviso di notte durante una tranquilla navigazione mentre i marinai di guardia si tengon svegli ai loro turni raccontandosi leggende lusitane: è "il potente Eolo che libera dal chiuso carcere i suoi furiosi sudditi" (VI, 37). E "ora l'ondate furibonde sollevano i nostri sopra le nuvole, ora par ch'essi scendano a veder l'ombre degli abissi sottomarini" (VI, 76) in un mare "ch'ora si spalancava sino all'inferno, ora con nuova furia saliva fino al cielo..." (VI, 80)...
E dopo tante traversie e danni gravissimi ecco che arriva finalmente Venere e placa la bufera salvando i nostri che giungono così a Calicut, sulla costa indiana, compiendo la missione per cui erano partiti. Qui compare un tema nuovo in un poema epico: diplomazia e politica commerciale internazionale. Vediamo il nostro Vasco de Gama qui venuto "a seminar la parola di Cristo e a dar nuove leggi e nuovo re" (VII, 15) trattare col sovrano locale e i suoi ministri offrendo, in nome del re, amicizia, alleanza militare e proponendo che "le terre tue e le sue si scambino il sovrappiù dei loro prodotti affinché le rendite e gli agi, massima aspirazione della gente, crescano nel tuo e nel suo regno..." (VII, 62).
Ma per quanti sforzi Gama faccia per convincere il sovrano locale ad accettare un trattato d'amicizia col Portogallo, le cose non vanno per il meglio, ed anzi volgerebbero allo scontro armato se Gama non riuscisse, con uno stratagemma, a riportarsi a bordo tutti i suoi uomini e a ripartire per il viaggio di ritorno.

L'impresa è compiuta, la rotta per le Indie è trovata. E qui, sulla via del ritorno, un'altra reminescenza omerica: un'isola fatata organizzata da Venere per procacciare ai provati marinai, "in guiderdone di tutti i mali sofferti, un po' d'allegria, un po' di quiete, nella pace di un mare limpido e calmo" (IX, 19). È l'isola dell'amore ove le ninfe del mare, guidate da Venere, attendono gli stanchi marinai "bruciando di amore, per concedere loro di sé stesse quanto i loro occhi possan bramare" (IX, 41).
C'è frutta, c'è selvaggina, ci sono uccelli che cantano soavemente, ci sono le ninfe "che prendono il bagno ignude entro l'onde trasparenti" (IX, 65) e c'è "un ricco palazzo tutto di cristallo e d'oro puro" (IX, 87) ove anche l'ammiraglio Gama può godersi delle ninfe la più bella, la divina Tetide.
Si compiace a lungo Camoes in questa descrizione dell'isola dell'amore, un po' bucolica, un po' mitologica, un po' lirica, molto pittorica e intensamente barocca e poi tira i remi in barca e torna al realismo di fondo del suo poema giustificando l'invenzione dell'isola come metafora della gloria e dell'immortalità che l'uomo può procacciarsi con le grandi e le eroiche imprese.
Nel decimo e ultimo canto, una delle ninfe, durante il banchetto finale sull'isola dell'amore, prima del congedo, canta ai marinai profetizzando le future gesta portoghesi in quei mari appena esplorati. Tra Camoes e l'impresa di Gama è trascorso quasi
 
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