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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
GIL VICENTE
Teatro
Due volumi tradotti da Enzio Di Poppa Vólture, Sansoni, Firenze, 1963.

Il portoghese Gil Vicente è poeta e drammaturgo medioevale. Precede di solo un secolo Shakespeare, ma da Shakespeare lo divide un abisso. La sua drammaturgia è primitiva, semplice, molto simile alle "moralità" medioevali: alcuni anzi dei suoi "autos" (cioè atti unici) sono vere e proprie moralità, scritte e rappresentate con l'intento di ammaestrare lo spettatore ai fini della salvezza dell'anima.
Così l' Auto da Alma, del 1508, un apologo ove un'anima femminile nel corso della vita viene contesa dai diavoli e dagli angeli. "Vivi a tua volontà, prendi piacere, godi i beni della terra, va a caccia di signorie ed averi...", la tentano i diavoli, mentre angeli e santi la invitano a soffermarsi presso la "Chiesa" (personaggio anche la Chiesa, dotato di parola), una sorta di locanda posta sul cammino dell'uomo, un "albergo delle anime ove la tavola è l'altare" e i cibi serviti per salvare il viandante sono i simboli della passione, il flagello, la corona di spine, la croce. L'anima è una pianta posta da Dio in questa valle, la vita, "per dare celesti fiori odorosi" e per essere poi trasportata in cielo, là ove "splendono i fulgori più che le rose". Poco più di 800 versi in strofe di diversa lunghezza, ricchi di rime.

Sono 18 gli autos di Gil Vicente, detti anche "opere di devozione" e protagonisti sono i re magi, la fede, l'inferno, il purgatorio e il paradiso, San Martino, episodi dei Vangeli...
L'opera di Gil Vicente è ripartita in autos, appunto, e poi in commedie (4), in tragicommedie (10) e in farse (12). Ed è in lingua portoghese e castigliana, l'una o l'altra o nei due idiomi mescolati fra loro.

La commedia del vedovo
racconta, in un migliaio di versi, la storia d'un vedovo inconsolabile, che piange e rimpiange la perduta compagna, mentre un suo compare ed amico che ha "un serpente per moglie che, né a colpi di bombarda, né a colpi di alabarda potrebbe essere debellata", lo invidia e lo esorta a godersi la riacquistata libertà. Questa è la parte per così dire comica della commedia. Ma la trama principale è data dalla corte che un principe, travestito da servitore, rivolge alle due figlie del vedovo, con infiniti lamenti d'amore e senza sapersi decidere fra le due. Già sono penose le pene d'un amore: figuriamoci quanta pena c'è nel "sopportare doppio patire, soffrire doppia passione...". Il dilemma su quale delle due sposare si risolve con l'arrivo di un fratello del principe-servo innamorato, e un doppio matrimonio che porterà gioia e consolazione al vedovo, tanta gioia che "persino i miei capelli bianchi han da danzare e festeggiare...".

L'amore, materia largamente trattata da Gil Vicente, è sempre fonte di dolore e lagnanze estenuanti. In Don Duardo (una tragicommedia di 2000 versi in lingua castigliana) c'è di nuovo una situazione simile a quella della commedia del vedovo: don Duardo è un principe di nobili natali, ma si finge un giardiniere-ortolano zoticone pur di star vicino alla bella principessa di cui si è innamorato, figlia dell'imperatore di Costantinopoli. Uno zoticone che però parla forbito: "...se l'estremo angol toccate del mio cuore in eruzione, accenderete candela con cui vediate che vi chiedo il guiderdone che dovete...". La principessa se ne innamora perdutamente e passa le giornate e le settimane a sperare, ad augurarsi, a cercare di scoprire che quello zoticone non è uno zoticone, ma uno dei "prenci maggiori del mondo", non villano, ma grand'uomo, "d'alti e preclari suoi natali". Finalmente, in un duello, Duardo si rivela e i due convolano a liete nozze con romanza finale tutta rimata in "-ia": "...al suon dei dolci remi la donzella si addormia nelle braccia a Don Duardo in sua lieta prigionia". C'è anche una parte comica in cui un Camillaccio, cavaliere selvaggio, ama una Maimonda, fanciulla quarantenne colma di ogni bruttezza e pretende, secondo le consuetudini cavalleresche, che tutti accettino di dichiarare che "la bellezza di Maimonda, cui la terra quant'è tonda altra egual non può mirare", è uguale o superiore a quella d'Elena di Troia. Questo tipo di affermazione, come ci confermerà più volte Don Chisciotte con la sua Dulcinea, va sostenuta con le armi e Camillaccio ci rimetterà la pelle, per mano di Don Duardo, mentre "Maimonda, a vederlo morto, l'ali mise e or l'insegue il cavaliero...".
I critici indicano in Don Duardo uno dei capolavori di Vicente e rinvengono nei versi d'amore, nei lamenti d'amore, note d'appassionata poesia trovadorica. Non è facile convenirne oggi, specie nella traduzione in versi forzatamente rimati, che è reperibile in lingua italiana.

Anche Amadigi di Gaula è una tragicommedia in castigliano di circa 1200 versi che narra un episodio sintetico d'amore, gelosia e malintesi, tra il celebre personaggio medioevale e la sua beneamata Oriana. Un nano malvagio fa credere ad Oriana che Amadigi, lontano da lei, in giro per il mondo, si è legato d'amore con un'altra donna. Oriana allora manda una lettera di biasimo e d'addio ad Amadigi e questi cade in disperata depressione, rinuncia alle armi e si ritira in un eremo, con la morte nel cuore. Risolve la situazione una nuova ambasceria che chiarisce ogni cosa: "...se lei mostrò furore ben sapete, uomo sennato, che broncio d'innamorato è crescimento d'amore. E, poiché sì le doleva quello che il nano le disse, grande broncio vi teneva, ma più bene vi voleva quanto più duro vi scrisse...".
Amadigi al termine lascia il padre eremita presso cui si era accasato e si riscatta, agli occhi di noi lettori moderni, dopo i mille e passa versi di lamentele estenuanti d'amore, dicendo all'eremita "ciò che vi dee, padre, allegrare è che più non vi avrò a seccare con i miei sospiri ognora...".

Più piacevoli sono le farse, e con più motivi di lettura ancor oggi, al di là del motivo filologico, comunque dovuto a Gil Vicente per il suo ruolo di fondatore del teatro portoghese. Alle farse si deve l'appellativo di "il Plauto portoghese" con cui è chiamato Vicente.

Chi ha cruschello?, è un breve bozzetto, poco più di 500 versi, privo di una vera e propria vicenda. Uno zerbinotto spiantato, aspirante scudiero senza il becco d'un quattrino, canta la sera serenate alle ragazze, nella speranza di trovarne finalmente una che se lo sposi e gli porti un po' di dote. Arriva la madre di una ragazza, svegliata dal chiasso, e lo caccia a male parole, dandogli dello "scalzacane, affamatore di pane, che pur vuol musicheggiare". La comicità e la piacevolezza nella farsa sono dati dal contrappunto fra l'arrogante e presuntuoso padrone e due servi affamati, critici, pungenti, ben consapevoli di servire una   nullità. "Mezzi morti di miseria e di languore" sono i servi, mentre il padrone "vuol fare il nobilone e non gli ho visto mai un soldone, mai si vide un tal cialtrone...e persino quant'egli porta addosso, tutto quanto è affittato...". Quando il cialtrone canta e dialoga con la bella affacciatasi al balcone, abbaiano i cani ed è divertente la pretesa che il servo li faccia tacere con qualche boccone di pane, "...tu tiragli una sassata o satollali di pane...", quando ben sappiamo che sia servo sia padrone è da giorni che di pane non ne vedono una sola briciola.

La farsa di Ines Pereira, di poco più d'un migliaio di versi, è considerata, a ragione, la più moderna delle commedie di Vicente, perché prelude in parte alle commedie di carattere che arriveranno con il più evoluto teatro rinascimentale di qualche secolo dopo. Ines è una ragazza a rischio zitellaggio: madre e amica le propongono un marito baggiano e benestante, ma lei lo rifiuta: "vuol sposarsi un uom compito", "sempre io v'ho detto e dirò che solo mi accaserò con chi gli abbia cuor in petto e se no, ve lo prometto, mai e poi mai mi sposerò...". Insomma il sempliciotto che le è stato offerto non lo vuole, ne vuole uno migliore. E casca dalla padella nella brace perché il marito che si sceglie è prepotente, violento, geloso, tiranno: "già le finestre ho inchiodato perché voi non vi affacciate e qui starete reclusa in questa casa ben chiusa, come le suore bendate...".
Per fortuna il tirannico marito parte per la guerra e ci lascia la pelle. Ora Ines ha capito tutto della vita: "sciolto è il nodo, oh che consolo! Se per lui io mostri duolo, ch'io non abbia più riposo." Tornerà a prendersi il primo marito rifiutato, rozzo e baggiano: "più non lo voglio istruito se tanto m'ha da costare, meglio un ciuco, non m'inganno, che mi porti senza danno, che non focoso stallone, meglio lepre che leone, meglio un rozzo che un tiranno...". E lei che è colta e astuta la farà da padrona e anzi potrà godersi ampia libertà, anche quella di farsi un amante.

La ritroviamo, la stessa Ines Pereira, in una successiva breve farsa-commedia: Il giudice della Beira. Il marito baggiano è diventato giudice grazie all'abilità della moglie e al fatto che lei sappia leggere e scrivere. La situazione è un po' simile a quella che troveremo nella seconda parte del Don Chisciotte quando Sancho Panza, governatore, sarà chiamato con il suo contadinesco buon senso a fungere da giudice. Graziose e piacevoli qui le scenette che si susseguono: dovrà, il giudice, arbitrare fra contese di ruffiane, ragazze violate, servitori non pagati, misere eredità. Piccole scene di vita di villaggio caratterizzate da un sano realismo campagnolo e qualche nota, oggi perduta, di critica sociale e politica.

Tra le tragicommedie figura anche le Corti di Giove resa poi famosa, quattro secoli dopo, da Almeida Garret che ci ricamò sopra una splendida tragedia romantica.
Le Corti di Giove è un pezzo celebrativo scritto in occasione delle nozze fra l'infanta del high air pressure DTH hammer, Beatrice, e il duca Carlo III di Savoia. Siamo nell'agosto del 1521 e l'opera teatrale fu data alla corte per salutare e celebrare la partenza in nave dell'infanta. La nave avrebbe percorso il Tago, sarebbe uscita nell'oceano e poi, attraverso Gibilterra, sarebbe salita sino alla Costa Azzurra per raggiungere la Savoia.
Vicente immagina che la Provvidenza, Giove, e tutte le divinità del mare e dei venti agevolino il viaggio della principessa. Grottesca e molto barocca l'invenzione di personaggi della corte che si trasformano in pesci e animali marini per accompagnare la nave ed il suo illustre carico: "...e per più solennità che in più gioia possa andare, uscirà dalla città tutta insieme la nobiltà per accompagnarla in mare. Non con vele né con remo, ma in pesce ognun trasformato nel modo che qui diremo...". Nell'ultima scena una schiava mora dà alla principessa dei doni di nozze e questa scena rappresenterà il punto focale della tragedia di Almeida Garret.

Si può ancora leggere, oggi, Gil Vicente? Cosa rimane del suo teatro al di là dell'interesse filologico verso uno dei fondatori della letteratura portoghese? Purtroppo è difficile rispondere a causa dell'eterno problema della traduzione. L'opera totale di Vicente è stata tradotta negli anni Cinquanta dal pìù eminente studioso di letteratura portoghese che avessimo allora in Italia, Enzio Di Poppa Vólture. La scelta fu quella di tradurre in versi e in rima, scelta che si dimostra, oggi, assolutamente infelice. Il verso da filastrocca infantile, l'estrema forzatura delle rime e una materia che al novanta per cento è tutta interminabile lamento amoroso ne fanno un mix non più accettabile e non rendono ragione a un poeta che altrimenti potrebbe avere ancora momenti di piacevole liricità.
Ogni generazione, si sa, dovrebbe farsi le proprie traduzioni dei classici. Oggi Gil Vicente meriterebbe una nuova traduzione filologica, alla lettera: quanto si perderebbe in musicalità, certamente si guadagnerebbe in consistenza poetica e in plausibilità. In Italia conosciamo pochissimo la letteratura portoghese: sarebbe un buon inizio.

Meina, 30/5/04

 
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