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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LEONE TOLSTOI
Guerra e pace
Traduzione e note a cura di Itala Pia Sbriziolo, introduzione di Leone Pacini Savoj, pp. 2060 (4 volumi), UTET Torino, 1958.
Guerra e pace è uno dei grandi, grandissimi romanzi delle nostre letterature occidentali, uno dei più grandi.
È, in campo letterario, qualcosa come il Colosseo o le piramidi sono in campo architettonico, o come l’Alleluia di Haendel o la Nona di Beethoven sono in campo musicale. È uno di quei romanzi che possiamo definire imprescindibili: non si può parlare compiutamente del genere romanzo, non si può tracciarne la storia e la fisionomia, non si può immaginarne una scala di valori, se non si tiene conto di Guerra e pace
di Tolstoi. Né si può immaginare uno, uno solo dei grandi romanzieri europei dell’Otto e del Novecento che non lo abbia letto, una volta almeno nella vita.
Perché? Perché è immenso.

È un’opera magniloquente e colossale, ha il respiro corale di un’intera nazione, o di più, di un continente, perché racconta, con un fascino narrativo senza eguali, un’epoca, un periodo storico (la Russia e l’Europa tutta negli anni cruciali delle campagne napoleoniche), con più dovizia di particolari, e meglio, di quanto potrebbero fare dieci o cento dotti manuali di Storia.

Gli storici possono descrivere un periodo storico, possono analizzarlo, forse spiegarlo. Ma non possono dargli vita. Tolstoi invece lo suscita, quel certo periodo storico, lo crea, lo rende vivo e reale, più reale della realtà.

Anna Karenina
, di una decina d’anni successivo, artisticamente e “poeticamente” è superiore a Guerra e pace. L’analisi psicologica dei protagonisti è più approfondita, la dimensione umana più intensa, il soggetto drammatico è emotivamente più coinvolgente. Tuttavia Guerra e pace è più “grande”. Perché Anna Karenina è circoscritto a una storia di individui, due, tre, quattro specifici individui, sia pure meravigliosamente approfonditi, mentre Guerra e pace descrive tutto un mondo complesso e articolato, frammentato e ricomposto, da mille diverse unità a un’unica grandiosa e corale collettività.
Attraverso storie individuali che si intrecciano tra loro con un numero piuttosto esteso di protagonisti, l’evolversi delle cui vite seguiamo per una quindicina d’anni, Tolstoi in Guerra e pace
ci dipinge una società, tutta, dai vertici (personaggi ben precisi del romanzo sono anche Napoleone e l’imperatore Alessandro) sino all’ultimo dei servi della gleba, l’ultimo dei soldati, laceri e affamati e frustati a morte, di quel primo quindicennio del diciannovesimo secolo.
Un affresco sterminato, per estensione e per profondità, e tuttavia riconducibile ad alcune linee narrative: sono sostanzialmente tre famiglie quelle che seguiamo, i Bolkonskij, i Rostov, i Besuchov.
È un romanzo molto esteso, qualcosa più di 2000 pagine, suddivise in quattro libri, ogni libro suddiviso in “parti” (da tre a cinque) e ogni “parte” suddivisa in un gran numero di capitoli di diversa lunghezza ciascuno, da un paio a una dozzina di pagine. L’ultimo libro, dopo le tre parti di cui è composto, è seguito da un “epilogo” di circa 150 pagine a sua volta diviso in prima e seconda parte. Un’architettura articolata che facilita la lettura scandendola in tante unità successive che ne alleggeriscono l’estensione.

Il titolo, Guerra e pace
, è estremamente veritiero: vi si narra la vita, le vite, delle famiglie protagoniste, in pace, e vi si narra la guerra di Napoleone contro la Russia di Alessandro I.
I capitoli di pace e quelli di guerra si intercalano gli uni con gli altri. Quelli di pace (più frequenti nei primi due libri) sono capitoli classici di un romanzo, di una saga famigliare. Quelli di guerra sono per lo più veri e propri capitoli di un libro di Storia, o di cronaca storica. Personaggi di fantasia quelli del racconto di pace, personaggi storici quelli del racconto di guerra. Molti sono i capitoli misti nei quali i protagonisti del racconto di pace sono inseriti nelle pagine del racconto storico.

Potremmo separarli i due “racconti” ? Sì, potremmo separarli e la parte romanzo, cioè la parte pace, non ne soffrirebbe più di tanto. L’eliminazione, in una edizione “alleggerita” di qualche centinaio di pagine di racconto di battaglie, di movimenti di truppe, di conflitti negli Stati Maggiori o attorno alla figura di Napoleone o di Alessandro, renderebbe più godibile la lettura del romanzo ad un pubblico più vasto e ne esalterebbe la qualità di grande opera di poesia.

Ma c’è infine “un terzo libro”, ulteriore, in Guerra e pace
, che nuovamente si intercala fra gli altri due, ed è un libro di filosofia della Storia. Pagine e pagine, e sono molte, sicuramente più di duecento, di considerazioni, peraltro piuttosto ripetitive, su cosa sia il fine ultimo della Storia, come la si debba intendere, interpretare, giudicare, narrare, criticare. In questo vero e proprio “trattato di filosofia della Storia” che si insinua nel romanzo, l’autore è polemico, aggressivo, acido, critico. Un Tolstoi “bastian contrario” che dà dell’incompetente a tutti gli storici che l’hanno preceduto e che polemizza con tutto e tutti.
La Storia, ci dice e ci ripete Tolstoi in queste pagine, non la fanno gli imperatori, i re, i generali, i ministri. Le battaglie e le guerre, ci dice, non le vincono i condottieri , i piani, le strategie, le volontà dei generali. Sono le migliaia e i milioni di uomini che costituiscono i popoli che con le loro azioni, minuto per minuto, e con la casualità delle circostanze, determinano i grandi eventi storici.

Questo trattatello di filosofia della Storia, che corre ininterrottamente lungo tutto il romanzo, sì, lo potremmo tagliare di netto e non ne avremmo, letterariamente parlando, che dei vantaggi. Sempre rivolgendoci a un pubblico di lettori decisamente allargato e poco incline ad affrontare un classico per quello che è o può essere: luci sì, ma anche ombre…

Le ultime 60 pagine, cioè “l’epilogo parte seconda”, sono interamente dedicate alla filosofia della Storia e sconfinano anzi nella cosmologia, nella filosofia del diritto, nella teologia. Un congedo che lascia la bocca amara e che mette a dura prova la pazienza anche del più diligente dei lettori.

L’accanimento di Tolstoi, in questo suo trattato di filosofia della Storia, è piuttosto ossessivo e in queste pagine la cifra di scrittura non è più quella del romanziere (e men che meno del poeta) bensì quella dello scienziato trattatista che arriva a sconfinare nel fisico-matematico là dove si spinge, verso il termine del romanzo, sino a proporre delle formule matematiche e delle equazioni: “La forza (energia in
movimento) è il prodotto della massa per la volontà. In guerra la forza delle truppe è pari al prodotto della massa per un qualche altro elemento, per un’incognita x… Questa x è il morale delle truppe… Il morale dell’esercito è il moltiplicatore della massa che dà come prodotto la forza… Da cui x:y =… Quest’equazione non dà il valore dell’incognita, ma dà il rapporto fra le due incognite…” (IV, 3, II).
Per fortuna, nostra, più ancora che di Tolstoi, la massa poetica del romanzo è tale, in termini quantitativi e qualitativi, che Guerra e pace
è e rimane, nonostante tutto, uno splendido romanzo, uno tra i più belli che ci sia dato leggere.

La storia di Guerra e pace inizia nel luglio del 1805, a Pietroburgo.
Le prime parole del più grande romanzo in lingua russa, proprio l’incipit, non sono in russo, sono in francese. Siamo in un salotto e la conversazione è continuamente intercalata da battute in francese. Saranno frequentissime in tutto il romanzo, nelle conversazioni mondane, ma anche in quelle intime in famiglia, e anche sui campi di battaglia, tra gli ufficiali superiori e negli Stati Maggiori, impegnati, guarda caso, proprio a combattere i francesi.
Il romanzo ha inizio in un salotto mondano, uno dei tanti che incontreremo nel corso del lungo racconto. Siamo a Pietroburgo, luglio 1805, ma ci sposteremo a Mosca e torneremo di continuo a Pietroburgo e poi di nuovo a Mosca e, talvolta, andremo in campagna, nelle grandi ed eleganti residenze lontane dalla città in cui qualche originale (il padre di Andrej, per esempio) ama vivere, pur avendo palazzi sontuosi in città.
Il salotto iniziale è l’occasione per conoscere una buona parte di protagonisti del romanzo. Pierre: figlio illegittimo del vecchio moribondo conte Bezuchov, l’uomo forse più ricco di Russia. Pierre è “un giovane grosso, massiccio, con la testa rapata, gli occhiali, i pantaloni chiari alla moda del tempo, un alto jabot e un frac color cammello…”
(I, 1, II). Insieme con Natascia sarà il protagonista del romanzo.
Pierre è rimasto a lungo all’estero, è tornato con idee (ma molto confuse…) liberali e progressiste, è timido, impacciato, definito, dagli amici, un “orso”.
Profondamente buono, idealista, altruista, generoso, dal carattere molto debole, facilmente manipolabile da chiunque.
Poi c’è Andrej, il principe Andrej Bolkonskij. Uomo superiore in tutto e rispetto a tutti. Un intelletuale un po’ altero e distaccato, nobile nell’animo, consapevole della propria superiorità morale e intellettuale, schivo e riservato, poco amante della mondanità. È sposato (non felicemente) e la moglie sta per partorire. Suo padre, il vecchio principe Bolkonskij, vive isolato in campagna, a Lisyja Gory, con la figlia Maria, vittima, martire e succuba della tirannia paterna. Maria non è bella, ma è così buona, remissiva, generosa, altruista, che può parer bellissima. Alla spietata tirannia paterna risponde con una profonda religiosità che rasenta la bigotteria. Si vede destinata allo zitellaggio e si è rifugiata nell’obbedienza e nella devozione al padre, nella preghiera e in opere di bene, rivolte, come lei dice, ai “poveri di Dio”
.
Un altro dei personaggi che incontriamo nel salotto delle pagine d’apertura è il principe Vasìlij Kuragin, un uomo d’una sessantina d’anni, privo di scrupoli, opportunista, avido. Una figura negativa che ci accompagnerà nel romanzo in quanto padre di Anatòl ed Elèna. Anatòl è uno scapestrato, dissipatore di sostanze paterne, dedito all’alcool, sciupafemmine, irresponsabile. La sorella Elèna è una donna bellissima, ambiziosa, avida, amorale. L’uno e l’altra (Anatòl perché farà perdere la testa a Natascia e le farà rompere il fidanzamento con Andrej, Elèna perché sposerà rovinosamente il debole Pierre) avranno ruoli negativi di primo piano nello sviluppo del romanzo.
E abbiamo così conosciuto Pierre, i Bolkoskij e i Kuragin. Ora spostiamoci a Mosca, dove abitualmente vivono, e conosciamo i conti Rostov, l’altra grande famiglia protagonista i cui destini si incroceranno con quelli di Pierre e di Andrej.
Pensano e agiscono come fossero ricchi, ricchissimi. Ma la loro ricchezza è in via di esaurimento, anzi, in pieno dissesto, ma di questo nessuno si preoccupa. Buoni, generosi, aperti, amichevoli, ospitali. Sono il conte Rostov e la contessa e poi, tra i figli, Nikolàj, Natascia e il piccolo Petja. A loro si aggiunge la cuginetta Sonja, orfana, priva di mezzi, che vive da sempre in famiglia Rostov come una figlia, innamorata (ricambiata) del cugino Nikolàj. Anche i Rostov li incontriamo in una situazione salottiera: c’è una gran festa in casa per l’onomastico, insieme, della contessa e della piccola Natascia.
Ed eccola Natascia, la grande protagonista del romanzo: “fanciulla quindicenne… non era bella, ma era vivace: occhi neri, bocca ampia, spalle strette ed infantili… si trovava in quella bella età in cui non si è più bambina e non si è ancora fanciulla…”
(I,1, VIII).
C’è un gran pranzo, nei giorni successivi, in casa Rostov e vi partecipa anche Pierre, giunto da Pietroburgo per essere vicino al padre moribondo. Durante il pranzo gli adulti ballano e, segno premonitore di ciò che ci sarà un giorno tra i due, Natascia balla con Pierre. È una bambina che per la prima volta, in pubblico, balla con un adulto. Si rivolge a Pierre: “la mamma mi ha detto di invitarvi a ballare!”…” Temo di confondere le figure -disse Pierre- tuttavia se volete essere la mia maestra… E offrì il suo grosso braccio, abbassandolo molto, alla esile fanciulla… Natascia era al colmo della felicità: ballare con un grande, con uno arrivato dall’estero…”
(I, 1, XVII). Ma Natascia è ancora bambina e lo constatiamo subito quando, al termine della cena, il suo entusiasmo esplode ancora, sì, ma per il dessert: “Mamma, che dolce ci sarà? -gridò arditamente Natascia con voce allegra e capricciosa- …che gelato?…a me quello di crema non piace… che gelato, lo voglio sapere!” (I, 1, XVI).

Tra le caratteristiche di Guerra e pace c’è una splendida e agile modernità di “montaggio”: le tante situazioni narrative dei diversi protagonisti vengono portate avanti in un racconto parallelo con stacchi netti nella successione dei capitoli. In un capitolo o un gruppo di capitoli si narra dei Rostov, nel successivo di Pierre, poi, nel successivo, si riprende il racconto dei Rostov là dove era stato interrotto e nel capitolo seguente si riparte, dal punto in cui si era arrivati, con il racconto dei Bolkonskj o dei Kuràgin o delle vicende di guerra. Una sorta di splendida e maestosa sceneggiatura fatta di improvvisi cambi di scena, di stacchi, di dissolvenze e talvolta, sia pur raramente, di flash back o di anticipazioni. Un grande racconto multiplo, corale, portato avanti sui tanti fronti con una regia di insieme che, considerate le dimensioni quantitative del romanzo, ha del prodigioso in termini d’equilibrio, d’armonia, di fluidità, di completezza, di scorrevolezza.

Ora il grande avvenimento è la morte del conte Bezuchov, vecchio e malato, ex play-boy con tanti figli illegittimi e nessuno legittimo, ricchezze stratosferiche, parenti vicini e lontani (tra cui l’immancabile avidissimo Kuragin) in agguato per mettere le mani su qualche porzione, almeno, dell’immensa eredità, Tutti intorno al moribondo, salvo Pierre, l’uomo più indifferente del mondo, del tutto abulico e a tutto disinteressato. Ed è proprio Pierre che, a sorpresa, ne diventa l’erede universale e, riconosciuto figlio legittimo, diventa, egli, il conte Bezuchov. Pierre è ora l’uomo, anzi, lo scapolo, più ricco di Russia. Kuragin, che ha tentato di tutto pur di mettere le mani sulle ricchezze del vecchio Bezuchov, passa al piano alternativo: piazzare in moglie a Pierre la propria figlia, la bellissima Elèna.
Tolstoi dedica ai maneggi di Kuragin una ventina di pagine. “…il principe Vasìlij procurò a Pierre la nomina di gentiluomo di camera, che, a quei tempi, corrispondeva al grado di consigliere di Stato e insistette perché il giovane lo accompagnasse a Pietroburgo e perché fosse suo ospite… Con l’assoluta certezza che le cose sarebbero andate così, il principe Vasìlij faceva tutto il necessario perché Pierre sposasse la figlia…”.
(I, 3, I). Pierre in cuor suo sente di sbagliare, ma è debole e a poco a poco si lascia prendere nella rete dell’inevitabile. “Gli sembrava che in quel matrimonio vi sarebbe stato qualcosa di sporco, di contro natura, di disonesto…”(I, 3, I). “…Passava intere giornate a casa del principe Vasìlij, presso cui viveva… e con terrore si accorgeva che, agli occhi della gente, ogni giorno di più si legava a lei… che, pur convinto che sarebbe stata una cosa
 
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