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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ALEKSANDER N. OSTROVSKIJ
La fidanzata povera
Traduzione di Paola Cometti, pp. 124, UTET, Torino, 1951.

Non ci sono grandi profondità (alla Ibsen o alla Pirandello, per intenderci...) in Ostrovskij. Semmai è più vicino a Goldoni, il Goldoni pittore d'ambienti, il "realismo macchiaiolo" del migliore Goldoni.
E come Goldoni è stato l'iniziatore del teatro italiano, così Ostrovskij lo è stato, circa un secolo e mezzo dopo, di quello russo. Non quanto il Nostro, che di titoli ce ne ha lasciati oltre cento, ma comunque molto prolifico: 60 titoli, un patrimonio che finalmente diede alla Russia un proprio autoctono repertorio teatrale, prima dell'arrivo di Chekov, che il teatro russo addirittura riuscì a esportarlo, in tutta Europa.

Ostrovskij nacque a Mosca nel 1823 e morì, sessantatreenne, nel 1886, proprio quando aveva coronato un antico sogno, quello di diventare direttore dei Teatri Imperiali.
Per breve tempo studiò legge e frequentò gli ambienti giudiziari, in modo particolare le beghe legali della piccola borghesia commerciale. Ma si dette subito, e per sempre, all'attività letteraria teatrale. Una cinquantina di drammi d'ambiente più quattro storici e uno poetico-fiabesco che ha ispirato Caikovskij audemars piguet replica e Rimsky-Korsakov, La fanciulla di neve.
In Italia abbiamo avuto poche traduzioni. Reperibili oggi non più di tre o quattro. Averlo in scena è quasi impossibile: le scene italiane si può dire che, del teatro russo, conoscano solo Chekov . Peccato!
La fidanzata povera narra la storia d'una ragazza, povera appunto, che viene fatta, dalla madre, sposare controvoglia a un uomo non amato per salvare la situazione della famiglia e raggiungere il benessere economico.
La solita, vecchia, antica storia, in sostanza. Che Ostrovskij tratteggia in modo magistrale, creando due indimenticabili monumenti femminili, il monumento all'egoismo conformista, nella madre, Anna Petròvna, e quello alla remissiva e sottomessa generosità, nella figlia, Maria Andrèievna.
Lo possiamo, se vogliamo, definire un dramma sulla condizione femminile, un quadro perfetto, completo, realistico, di un'epoca, una cultura, una società. Un'ampia istantanea fotografica: così andavano le cose a quei tempi . Ci dirà Kundera nel suo L'arte del romanzo che il romanzo è un modo di far Storia: ecco, Ostrovskij, in questa sua commedia ci lascia una magistrale pagina di Storia. Dei costumi e della società della sua epoca.

Anna Petròvna Niesabùdkina è la vedova di un modesto impiegato. Vive, con mezzi limitatissimi, con la figlia Maria e una cameriera, Daria, in una casa in affitto. Da questa sua casa qualcuno sta per buttarla fuori, sfrattarla. La vicenda è già in discussione in tribunale e l'esito negativo per Anna è imminente. L'unica ricchezza, l'unica risorsa di Anna, è Maria, la figlia. Bella, colta, buona, intelligente, giovane. È povera, non ha dote, certo, tuttavia le sue qualità umane sono tali che si può sperare di sposarla ad un uomo benestante e con ciò risolvere, per sempre, i problemi esistenziali della famiglia, il sostentamento della vecchiaia della madre, il blocco dello sfratto. Ma Maria, no, non vuole sposarsi e rifiuta ogni partito propostole dalla madre o dalle mediatrici di matrimonio (anche questa è Storia) e dagli amici di famiglia che la madre ha incaricato.
"É colpa mia, forse, se non trovo nessuno che mi piaccia?" reclama la figlia, a cui la madre, sbalordita, replica " E come mai nessuno ti piace? Non ti capisco, Maria, hai solo dei capricci in testa... non siamo ricche, noi, non puoi permetterti di fare tanto la schizzinosa..." (I, 1).
Siamo di fronte a una madre vedova e a una figlia non sposata: e una casa "senza un uomo" è, nella mentalità di Anna Petrovna, inconcepibile. "Come fare senza un uomo?" (I, 1) reclama di continuo Anna. Lo pensa fra sé e sé e lo dichiara apertamente agli altri: "vivere senza uomini è proprio impossibile... come fare senza uomini...?" (II, 14).
L'unico uomo cui un pochino potersi appoggiare è un vecchio amico, un ex uomo di legge, incapace di dar soccorso ad Anna nella questione dello sfratto, ma utile tuttavia in quanto propone alle due donne un aspirante marito per la figlia, Benevolenski, impiegato statale di modesto livello e con un reddito appena dignitoso, ma che, per le condizioni di Anna e Maria, rappresenterebbe la ricchezza e la soluzione di tutti i problemi.
È un uomo privo di fascino, inferiore a Maria per cultura e intelligenza, ma potrebbe occuparsi della questione dello sfratto e risolverla, e poi accetterebbe una moglie come Maria, senza dote. Per Anna è una fortuna caduta dal cielo, da prendersi al volo. Quando Benevolenskij si risolve a chiederla in moglie, Maria, risoluta, "per nulla al mondo lo accetterei" (III, 7) risponde. Ed ecco la madre snocciolare tutto il repertorio classico di queste circostanze: "ma non vedi che non abbiamo via d'uscita?... Il tuo è solamente un capriccio, tanto per far il contrario di quanto desidera tua madre... Se non vuoi pensare a te, abbi almeno compassione di tua madre... mia figlia indifferente al mio dolore... ho il cuore debole, il cuore stanco di una povera vecchia... dovrei andare all'ospizio di carità, non è vero?... la donna è fatta per vivere col marito, occuparsi della casa, allevare dei figliuoli..." (III, 7) "per te tua madre conta meno di tutto il resto... tu non pensi a tua madre, non vuoi far nulla per lei... la mia sorte è proprio quella di soffrire, soffrire per sempre" (III, 10).

E mentre le mediatrici di matrimoni si aggirano per casa offrendo ciascuna la loro merce, cioè aspiranti mariti, mentre Maria rifiuta il partito voluto dalla madre, quel Benevolenskij che, scopriamo intanto, ha anche un po' il vizio del bere, mentre rifiuta il figlio di una conoscente, offendendone a morte la madre che a quel punto sbraita che suo figlio "col suo ingegno e la sua istruzione, troverà qualcosa di molto meglio" (III, 8), mentre tutto questo avviene intorno a sé, alla sua personcina discreta, misurata, remissiva, ecco che scopriamo che in realtà Maria è sì innamorata di un giovane, e lo vorrebbe sì per sposo, ed anzi i due, furtivamente, di nascosto dalla madre, si dichiarano l'un l'altro, si promettono affettuosamente, si baciano.
Si chiama Meric, il ragazzotto, e non è degno di lei. E' vanitoso, è vuoto, e corre dietro alle ragazze con l'unico proposito di collezionare conquiste, per potersene poi vantare in giro: di lui dice un amico che "era ancora un ragazzino e scriveva a se stesso lettere d'amore, per poi vantarsi coi compagni" (II, 6).
La delicatezza dell'amore di Maria per Meric, la sua attesa, il suo illudersi che Meric la tragga dalla situazione penosa in cui si trova, il suo sognare di poter conciliare ciò che agli occhi dei più pare a quei tempi inconciliabile -soprattutto per una ragazza senza dote- l'amore cioè da un lato e il matrimonio dall'altro, sono un momento di commovente e di delicata poesia e fanno di Maria una figura femminile molto dolce e molto bella.
Ma le cose vanno diversamente. Meric ben presto si rivela per quello che è, un farfallone inconsistente e irresponsabile e Maria, che aveva chiesto alla madre una tregua, una pausa di soli tre giorni, prima di dare una risposta a Benevolenskij, è costretta -abbandonata da Meric- a piegarsi al destino e a dare il consenso. Quei tre giorni passano inutilmente: Meric non è tornato, non si è fatto vivo, non l'ha chiesta in sposa. Maria aveva riposto in lui ogni suo sogno, ogni sua speranza, ogni sua attesa: e quando il farfallone si ripresenta, le risposte, le giustificazioni, sono di circostanza, da irresponsabile, da vigliacco. Per lei questa storia d'amore è stata la cosa più intensa e più bella della sua vita. Per lui è stata un gioco: "avevo creduto che i nostri rapporti non assumessero un carattere così serio" , dice Meric alla ragazza in lacrime, e "...non posso fare nulla per aiutarti, non posso sposarti, mio padre non lo permetterebbe..." (IV, 8)...
Maria piange e si vergogna di se stessa: "piango -dice la ragazza- perché sono stata un giocattolo nelle mani di un uomo dappoco" (IV, 10). Poi si riprende, si fa forza e umiliata e angosciata ha l'animo e la generosità di volersi fingere felice per non addolorare la madre: "...si vede che ho pianto? Voglio far credere a mammina che ho di buon grado deciso di maritarmi secondo il suo desiderio; voglio ch'ella sia serena e contenta, mi assumo tutta la responsabilità di questo passo... guardate un po': davvero non si vede che ho pianto?" (IV, 10).
"Mammina -grida alla madre atteggiando allegria, mentre si finge intenta a giocare disinvoltamente a carte- mammina, quand'è che rispondiamo a Maxìm Dorofèic? Ringraziatelo per la proposta e ditegli che accetto...! (IV, 10). E alle lacrime di soddisfazione della madre si mescolano le lacrime di autocommiserazione della figlia, che la madre, nell'egoismo che le è proprio, prende come segno d'ingratitudine: "quanti sacrifici ho fatto per tirarti su! Devo pur averne qualche compenso! Ora sì che mi dai la misura della tua riconoscenza...: ti ho trovato uno sposo che vale più dei tuoi meriti e tu, ingrata, piangi e ti disperi come se io volessi la tua rovina...!"

Siamo al giorno delle nozze. Maria si è sacrificata per la madre. Ha rinunciato a sognare l'amore. Ha accettato di sposare un uomo a lei inferiore, "grossolano, venale, ignorante" (V, 5). Ha la forza di reincontrare quel giorno il suo Meric, e ha la forza di non provare la minima emozione, si controlla, è e rimane se stessa, sa che lei cercava l'amore, ma lui solo "un'avventura, una vittoria" (V, 5). Tutti la festeggiano, si complimentano, si rallegrano. Solo un amico ubriaco capisce quale dramma quella ragazza ha vissuto e vive, quanto eroico sia il suo sacrificio rivolto alla salvezza della madre, della casa, della famiglia. Eppure questa figura femminile, già così intensa e bella, Ostrovskij sa rendercela ancora più bella, eroica, meritevole. Sa innalzarla a un livello superiore a quello della generosità e del sacrificio, sa nobilitarla dandole uno scopo che trascende la miseria delle motivazioni che l'hanno costretta al matrimonio. Maria si prefigge un fine, quello di redimere dalla sua grossolanità, dalla sua ignoranza, l'uomo che va a sposare: "può darsi che tutti questi difetti provengano dal fatto che egli non ha mai avuto vicino a sé una persona dabbene, una vera donna. Si dice che una moglie possa fare molto, volendolo. Eccolo il mio compito e sento di possedere la forza che occorre per attuarlo. E saprò farmi amare, rispettare, obbedire... e voglio essere felice a qualunque costo, per quanto sgradevoli possano essere le circostanze..." (V, 5).
"Non preoccupatevi mammina -conclude Maria durante la cerimonia riferendosi al marito- mi piace, sapete... non fateci caso se piango,   è l'emozione. E sono certa che sarò felice" (V, 11).

E all'uscita dalla chiesa le ultime battute della commedia sono di due vecchie popolane che parlano tra loro: "è quella la sposa?... Sì, è quella... guarda come piange, poverina... Già mia cara: lei è povera, e lui la sposa perché è bella!" (V, 11).

Milano 4/9/07

 
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