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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
MIGUEL DE CERVANTES
Don Chisciotte della Mancia
Seconda parte. Traduzione di Gherardo Marone, pp. 716, UTET, Torino, 1954.

Perché il Don Chisciotte è un capolavoro universale? Perché è considerato, da sempre, uno dei grandi monumenti delle letterature europee, alla pari delle opere di Shakespeare o della Commedia di Dante?
È difficile "dare" una risposta, ma è molto facile "sentire" la risposta. Basta leggerlo, e si capirà, si "sentirà" il capolavoro: è un libro bellissimo. Di quei libri che, quando arrivi all'ultima pagina, provi un acuto senso di dolore, come il congedo da un amico, come la partenza da un luogo che ti è caro.
È un romanzo lungo, lunghissimo, il Don Chisciotte, 52 capitoli la prima parte, 74 la seconda, ben più di un migliaio di pagine, ed è uno di quei romanzi pacati, lenti, non passionali e travolgenti come lo saranno i romanzi del periodo romantico. Per cui lo leggi lentamente, a piccole dosi, centellinandolo poco per volta, come un liquore pregiato. E così succede che col Don Chisciotte ti ritrovi a convivere per qualche mese, e diventi amico del protagonista, di lui, l'hidalgo, il cavaliere dalla triste figura. Amico e parente, intimo. Ne diventi, qualunque età tu lettore abbia, il padre, o il fratello maggiore. Perché don Chisciotte, per quanto cinquantenne, ha l'ingenuità e la freschezza di un bambino. È un sognatore: il suo idealismo siamo malinconicamente portati a definirlo infantile, perché invecchiando, la vita, res severa, ci irrigidisce, ci indurisce, e quei sogni, i sogni di Don Chisciotte, li sentiamo appartenuti a un'epoca, a un'età, la nostra di quando eravamo giovani, che è passata per sempre.
Abbiamo detto: malinconicamente.
Ecco: la malinconia è la cifra di lettura di tutto il romanzo, più che l'umorismo. Una sottile malinconia che ci accompagna dalla prima all'ultima pagina e che costantemente ci ricorda, malinconicamente appunto, che un uomo come Don Chisciotte è destinato a soccombere, sempre. I suoi sogni, i suoi ideali, le sue fantasie, i suoi progetti, la sua ingenua generosità, il suo sconsiderato coraggio. Non c'è posto a questo mondo per il cavaliere dalla triste figura. Il suo idealismo si scontra con l'egoismo, l'arroganza, la falsità, l'interesse. Si scontra con "il reale". E il reale, come un macigno, schiaccia e opprime e distrugge la delicata figura di sogno che è il nostro hidalgo. Non c'è posto per lui nella vita reale.
E infatti Cervantes, che molto amava Don Chisciotte, congedandosi al termine del libro, nelle sue intenzioni non ce lo lascia: lo fa morire. Per Cervantes Don Chisciotte se ne va con quel libro che gli ha dato vita e realtà, in un originale gioco di specchi per cui (all'inizio della seconda parte) scopre d'essere divenuto personaggio letterario, d'essere diventato protagonista d'un romanzo di successo e quest'idea originalissima, tra i tanti meriti di Cervantes, genera e rafforza quell'impressione straordinaria per cui un romanzo di fantasia si trasforma in una biografia reale, così reale che altri (Miguel De Unamuno), ne scriveranno un commento, un commento alla vita di Don Chisciotte, non un commento all'opera di Cervantes.

Tra il primo Don Chisciotte (1605) e il secondo (1615) passano dieci anni. In questi dieci anni il libro ha un successo travolgente in tutta Europa. Se ne stampano decine di migliaia di copie. Se ne fa un sequel apocrifo, quello di Avellaneda, che vende e stravende. Queste circostanze straordinarie inducono Cervantes a riprendere la penna in mano e a scrivere il seguito, cioè la seconda parte. Ma, idea originale, Cervantes inserisce nel romanzo la fortuna del romanzo precedente: Don Chisciotte apprende, e Sancio con lui, d'essere diventato così famoso, per le sue avventure, che un libro è stato scritto su di lui. Quale libro? Il Don Chisciotte! Ecco quindi che la realtà letteraria del personaggio si materializza, l'invenzione diventa biografia, il personaggio scopre di essere un personaggio, don Chisciotte incontra don Chisciotte.
Purtroppo, però, la seconda parte è inferiore alla prima, di molto inferiore, anche se la più accreditata critica invariabilmente afferma il contrario. E fra le due parti ci sono rilevanti differenze.
Sono passati dieci anni. Il nostro Cervantes è invecchiato. Aveva scritto la prima parte per ispirazione. Scrive la seconda per necessità commerciale, per marketing si direbbe oggi. È un "sequel", dettato da esigenze di marketing appunto, non dalla volontà di scrivere. Deve farlo perché se non lo facesse perderebbe opportunità commerciali. Deve farlo perché la gente sta già comprando e sta già leggendo un sequel, ma è un apocrifo. E così è costretto a riprendere la storia e a pubblicare altre settecento pagine.
E i dieci anni che son passati li sentiamo tutti nel secondo dei libri di Cervantes.
È un libro più costruito, il secondo, più scritto con l'intelletto e meno con il cuore. Strutturalmente, per esempio, ha meno dispersioni: non ha novelle digressive come ne aveva il primo. E questo è certamente un vantaggio. Ma le vere grandi differenze non sono strutturali, ma nello spirito del libro.
Sancio Panza balza al ruolo, incontestabile, di coprotagonista. Se nella prima parte pesava il dieci per cento, qui, nella seconda, pesa il cinquanta per cento. Ed è un altro Sancio. Da sempliciotto che era nella prima parte, qui diventa un vero e proprio saggio, un magnifico personaggio di grande spessore umano, di profonda intelligenza, di raro equilibrio.
L'autore trasforma Sancio probabilmente per ragioni di marketing. Il personaggio ha avuto successo, è diventato una celebrità: Cervantes è per così dire costretto a investire letterariamente su di lui, per non lasciare inevasa una risorsa. Sancio originariamente era un sempliciotto di buon senso. Dove agire, nel sequel? Sul lato della sua semplicioneria o su quello del suo buon senso? Cervantes opta per la seconda strada e ci consegna un Sancio d'una tal saggezza da renderlo quasi irriconoscibile. E, se vogliamo, meno "vero". Il Sancio governatore ha la saggezza di Socrate e di Salomone messi insieme. Il che fa un po' a pugni con il Sancio ancora ottuso che si beve la storia delle tremilatrecento scudisciate e continua a sentire il dovere di darsele, per tener fede alla promessa fatta. Lo salva, concilia cioè in parte le due anime contraddittorie del povero scudiero, la devozione per il padrone, che è, tra l'altro, una delle note più poetiche e più belle dell'intero romanzo, prima e seconda parte.
Il gioco comunque di Cervantes è professionalmente sopraffino: è sempre un gioco di specchi, specchi che si rispecchiano in specchi. Come dire che Borges, alcuni secoli dopo, infine non ha fatto altro che ispirarsi a Cervantes.
Infatti delle "distonie" di Sancio, Cervantes ne fa addirittura materia narrativa: è Cervantes stesso che utilizzando la controfigura di Cide Hamete Benegeli rileva che "Sancio parla in un altro stile da quello che poteva permettere il suo corto ingegno e dice cose così acute da non sembrar possibile che egli le sapesse..." (II, 5). E spinge il suo gioco sino in fondo definendo apocrife certe parti del romanzo...!
Fatta questa premessa, all'inizio della seconda parte, ecco che l'autore ha ora man salva nel modificare a proprio piacimento il personaggio di Sancio elevandolo, da scudiero che era, a vera e propria figura comprimaria come, si deduce, supponeva Cervantes che il pubblico volesse.
Ma anche Don Chisciotte è diverso nella seconda parte. È invecchiato, si è imborghesito. Non è invecchiato del solo mese del tempo narrativo, peraltro erroneo, perché ancora d'estate siamo, ma piuttosto dei dieci anni di cui è invecchiato nel frattempo Cervantes.
In pochi episodi il Don Chisciotte della seconda parte è balordo e squinternato come lo è nei molti episodi della prima: forse nell'episodio dello scontro con il baccelliere Carrasco, finto cavaliere errante, certamente nell'episodio dei leoni, certamente quando si piazza a un crocevia con l'intento, per due giorni consecutivi, di imporre a qualunque viandante di riconoscere la bellezza delle fanciulle arcadiche, ma...
Ma mai e poi mai il Don Chisciotte della prima parte avrebbe accettato situazioni borghesi come l'ospitalità in casa di don Diego de Miranda, le chiacchiere salottiere, la banale normalità delle conversazioni tra lui e don Lorenzo. È un don Chisciotte inedito
- per il lettore emerso dalla prima parte - quello che per quattro giorni se ne sta ospite in una casa borghese e amabilmente chiacchiera, sì, certo, anche di errante cavalleria, ma chiacchiera di poesia, di critica e di premi letterari, e si lava la testa, e siede a tavola con i suoi ospiti, e si comporta affabilmente e assennatamente e appropriatamente.
Ed è ancora un Don Chisciotte tutto sommato borghese quello che, subito dopo, partecipa alla festa per le nozze di Camaccio e Quiteria, in un contesto, tra l'altro, molto "barocco" ove l'inizio dell'avventura è segnato da un passo insolito per Cervantes: "Quando la bianca aurora aveva dato tempo a che lo splendente Febo le asciugasse coi suoi raggi caldi le liquide perle dei suoi capelli d'oro..." (II, 20), un passo che sembra tolto di netto dal nostro Basile, suo contemporaneo... È un borghese padre di famiglia il Don Chisciotte che (II, 22) predica saggi consigli matrimoniali al giovane Basilio discorrendo di onestà e di virtù femminili, di fedeltà, di bellezza, dell'esser ammogliati e dell'esser scapoli...
Ritorna la follia nell'episodio della grotta di Montesino, ma subito dopo eccoci di nuovo un Don Chisciotte borghese che arriva "a un'osteria sul far della notte e non senza piacere di Sancio che vide il suo signore chiamarla semplicemente osteria e non già castello come soleva..." (II, 24). E non è prova di grande borghesia il pagare i danni al burattinaio dopo avergli distrutto il teatrino dei pupi quando, in un improvviso accesso di follia, confonde finzione scenica e realtà e si avventa contro i burattini? Non solo Don Chisciotte paga i danni al burattinaio, ma paga anche il conto dell'osteria, come un qualunque viaggiatore farebbe, ma come mai avrebbe fatto un Don Chisciotte della prima parte del romanzo.
L'età di Cervantes, evidentemente, ha addomesticato e resa più giudiziosa la figura dello sciroccato cavaliere errante, insegnandogli persino la normale prudenza: quando nell'avventura dei ragli d'asino Don Chisciotte s'avventa lancia in resta contro la moltitudine armata e s'avvede che i nemici non solo tirano pietre, ma anche sparano con gli archibugi, ecco che - come mai Amadigi avrebbe fatto - si dà velocemente alla fuga "raccomandandosi di tutto cuore a Dio che da quei pericoli lo liberasse, temendo a ogni passo che una palla gli entrasse dalle spalle per uscirgli dal petto..." (II, 27). "Il coraggio che non si fonda sulla base della prudenza si chiama temerarietà..." afferma (II, 28) il nostro cavaliere e così facendo nega in un certo qual modo l'intero mito di Don Chisciotte, che è il mito appunto della temerarietà del tutto avulsa da prudenza e senso della realtà.
Così anche nella successiva avventura, quella della barca che trascinata dalla corrente del fiume porta i nostri due verso le pale del mulino e si rovescia, salvandoli in extremis da sicura morte, abbiamo un Don Chisciotte arrendevole e rassegnato che rinuncia a compiere l'impresa alla quale si sente chiamato e paga in contanti i danni causati dalla sua follia. Quando mai, nel primo Don Chisciotte, il nostro hidalgo avrebbe rinunciato a un'impresa? Quando mai avrebbe pagato i danni a chicchessia?
Con l'avventura della barca praticamente si conclude - centinaia di pagine prima del termine - l'epopea del nostro cavaliere errante: si conclude con l'incontro dei duchi e l'inizio delle burle che questi organizzano ai danni di Don Chisciotte e Sancio, vera negazione dello spirito del romanzo.

Chi è Don Chisciotte? È un pazzo sognatore che muovendosi in una dimensione assolutamente reale vive in una propria dimensione del tutto irreale. L'essenza del romanzo è nello scontro tra le fantasie creatrici del protagonista e l'oggettivo realismo dell'ambiente e della società circostanti che negano quelle fantasie.
Le beffe dei duchi alterano completamente questo stupendo gioco letterario inventato dal Cervantes nella prima parte: non è più Don Chisciotte che scambia un mulino a vento per un gigante, ma c'è un'intera città che gioca a porre falsi giganti sul percorso di Don Chisciotte, per divertirsi a vederne le reazioni, per sghignazzare alle spalle del classico scemo del villaggio.
Questa è un'altra storia, non è la storia di Don Chisciotte. Viene a cadere la ragione d'essere del romanzo e insieme tutta la sua bellezza. Alla malinconia, che è il filo conduttore di tutta la prima parte, si sostituisce una faticosa e ricercata comicità. L'ideale che si scontra con il materiale e il reale: questo è il nostro Don Chisciotte e da questo scontro si genera una malinconica poesia che accompagna tutta la prima parte. Qui no. Qui, nella seconda parte, e soprattutto dopo l'incontro coi duchi, uno dei due termini dialettici viene a mancare. Il termine del reale. C'è la burla. E Don Chisciotte diventa una sorta di Calandrino. Il cavallo Clavilegno che porta Don Chisciotte e Sancio Panza in cielo a folle velocità verso l'oriente è identico alla pietra elitropia che rende invisibile Calandrino. L'unica differenza è che Calandrino è una figura comica, mentre Don Chisciotte - che è una figura essenzialmente tragica - non riesce e non riuscirà mai ad esserlo. Quella di Clavilegno è definita da Unamuno "la più volgare e turpe beffa che mai sia stata ordita", ma Unamuno assolve tuttavia Don Chisciotte affermando che "la sua grandezza e il suo eroismo erano tali che convertivano in realtà sublimi le burle più turpi e volgari". Unamuno è magnanimo: e se le burle dei duchi assolvono Don Chisciotte non assolvono purtroppo l'ispirazione di Cervantes che le ha ordite. No: il vero Don Chisciotte, quello immortale, ci ha lasciati due o trecento pagine prima e tutto sommato avremmo preferito non conoscesse l'onta del parer simile a Calandrino.

Il romanzo, dall'incontro dei duchi in poi, si trascina stentoreo e fondamentalmente noioso. Rivelando la sua natura di "sequel", scritto, come si diceva, non per ispirazione, ma per esigenze di marketing.
L'abbandono, il congedo, è lento, lentissimo. Andiamo con Don Chisciotte a Barcellona e qui il nostro hidalgo si trasforma in un borghese turista. La visita alla stamperia serve solo, a Cervantes, per effettuare l'ennesimo (ce n'è ad ogni piè sospinto) attacco contro l'apocrifo Avellaneda.
La breve battaglia navale, un po' burla, un po' realtà, ci porta in un mondo (con considerazioni socio-politiche cervantine sul tema dell'espulsione dei mori cristiani) che riguarda Cervantes e il suo tempo, non Don Chisciotte.
Il ritorno alla casa dei duchi, con l'ennesima beffa, è troppo. Ormai Don Chisciotte è vinto: "Spingi, cavaliere, la lancia e toglimi la vita perché mi hai tolto l'onore" (II, 64)... Il cavaliere dalla bianca luna lo ha umiliato, dovrà rinunciare per un intero anno alle armi e alla cavalleria, sogna un'arcadia tutta sua in cui dedicarsi a musica e madrigali, e non è più lui: è un vinto. Le armi affastellate su un mulo, e tanto varrebbe abbandonarle in un bosco... L'hidalgo che se ne va in abito da viaggio, come un qualunque pedone da strada... La mano che passa a Sancio "rispondi pur
 
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