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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
MIGUEL DE CERVANTES
Pedro de Urdemalas - Il vecchio geloso - Il geloso d'Estremadura
Sta in Tutte le Opere, a cura di Franco Meregalli, Mursia, Milano, 1972-78.

Se c'è un solo motivo per leggere oggi il teatro di Cervantes, questo è davvero uno solo: il fatto che omega replica watches di Cervantes si tratta. L'inventore del romanzo moderno, il creatore di un mondo universale e immortale, il Cervantes grandissimo del Don Chisciotte e il Cervantes grande delle Novelle Esemplari, si fa piccolo uomo di teatro nelle dieci commedie e negli otto intermezzi rimastici fra quanto scrisse per le scene. Parte in prosa, il più in versi: versi, a giudizio della critica spagnola, non particolarmente felici o curati. All'insuccesso del teatro di Cervantes probabilmente contribuì anche la contemporanea presenza (è di pochi anni più giovane di lui) di Lope de Vega che riempì di sé la storia e le fortune del teatro cartier replica watches in lingua castigliana.
Cervantes, nel romanzo, nelle novelle, è grande perché è un creatore: crea umanità, costruisce mondi di esseri umani, veri, credibili, immortali. Don Chisciotte è esistito e lo sono anche Rinconete e Cortadillo e così tanti comprimari e gregari e compagni loro: sono esistiti e esistono oggi, più vivi che mai, sono parte di noi, del nostro immaginario e del nostro vissuto. Don Chisciotte è l'anima, una delle anime, del grande Paese che lo ha generato, Rinconete e Cortadillo sono gli sfigati universali d'ogni tempo, i picari di tutte le letterature, certo, ma di tutte le esistenze raminghe d'ogni epoca e d'ogni latitudine.
No: non si può dire tutto questo né di Pedro de Urdemalas, né del vecchio Canizares de Il vecchio geloso, una delle dieci commedie la prima, uno degli otto intermezzi il secondo.

Cervantes è sempre sorridente, perché questo è il suo atteggiamento verso la vita e gli uomini. Nel teatro, secondo le sue intenzioni, il sorriso doveva forse trasformarsi in riso: il suo vuole essere teatro comico.
Pedro de Urdemalas, protagonista dell'omonima commedia, è un non personaggio. Per essere tanti non ne è nessuno. Racconta una sua vita da picaro ("mi adattai all'umile e basso mestiere ladresco del ragazzo di mercato, imparai anche a leggere e a scrivere, a rubare l'elemosine, a difendermi e a mentire...") ma del picaro gli manca tutto, soprattutto la rassegnata umanità dolente, quello che trasforma il picaro in una figura universale.
Pedro è un truffaldino, furbetto, sognatore. Più o meno è tutto questo, perché in realtà Cervantes non gli dà spessore umano, ma solo azione di scena e noi lo definiamo in base a ciò che fa e a ciò che dice, non in base a ciò che è.
Dapprima è l'astuto e scanzonato "consigliere" di un alcalde di fresca nomina, "la persona più stupida che si possa trovare dalle Fiandre alla Grecia, dall'Egitto alla Castiglia"... L'alcalde è una sorta di sindaco e di magistrato-giudice plenipotenziario. Il nostro, di cui Pedro è servo tuttofare, è un bestione ignorante che si è comprato il titolo. Pedro gli scrive tanti bigliettini ciascuno con una sentenza e il nostro alcalde trovandosi a dover giudicare estrae dal cappuccio un bigliettino e lo legge. Che azzecchi o non azzecchi la sentenza, un minimo di risatina per la platea è assicurata. La commedia abbandona l'alcalde e va avanti con l'incontro con un capotribù gitano a cui Pedro si affilia, non si sa bene perché. Forse perché gli piace una strana ragazza gitana con manie di grandezza. La commedia va ancora avanti con l'arrivo in scena di una spocchiosa avara e ricca vedova che Pedro si ripromette di derubare sfruttandone la bigotta creduloneria. E qui è forse l'unica parte piacevolmente comica e teatrale della commedia. Pedro si spaccia per un mistico veggente cieco e si fa pagare denaro contante per ridurre la permanenza in purgatorio d'ogni congiunto defunto della vedova, applicando precise tariffe per ciascuno, secondo una esilarante contabilità. Pedro è una sorta di alchimista benjonsonano: oltre a conoscere preghiere e tariffe per salvare le anime dal Purgatorio, conosce "la preghiera contro i geloni, quella per guarire l'itterizia e le scrofole, quella che tempera la cupidigia nei cuori avari e anche quella che guarisce la pena delle interne passioni...". Dopo aver ladrato il denaro alla vecchiaccia, tanto denaro, le promette che "in un batter d'occhio sarà superato il colle, sarà raggiunta Roma e di lì in un salto sarà subito giù nel Purgatorio" ove libererà tutte le anime care alla vecchia, parenti vicini e lontani, servitù compresa.
Ma la commedia va ancora avanti, con altri ingredienti tipici da commedia, buttati così, un po' a caso. Ci sono balletti e spettacoli (il teatro nel teatro?: non proprio, ma quasi) e c'è una classica agnizione: la zingara un po' superba che piaceva tanto a Pedro e per la quale lui si è fatto zingaro piace al re, ingelosisce la regina, ma all'ultimo è riconosciuta come nipote di re e regina, bimba abbandonata in culla quand'era colpevolmente nata da una sorella della regina e riconosciuta grazie al solito contrassegno inequivocabile lasciato sul neonato. Lieto fine per la zingara, nessun finale per tutti gli altri protagonisti e incontro e grande passione fra Pedro e una compagnia teatrale: ora farà l'attore, "convertito da gitano in attore famoso" perché, secondo Pedro, "il recitare è un'arte che, nella pratica deve solo mirare ad insegnare e a divertire". Così la pensa Pedro e così in qualche modo - chi sa? - forse la pensava Cervantes, senza riuscire tuttavia né nell'uno né nell'altro intento.

A modo loro sono commedie migliori le commedie brevi che Cervantes chiama intermezzi: un solo atto, quindi un'azione più serrata e un'ispirazione più concisa e diretta allo scopo.
Il vecchio geloso deriva da una delle Novelle Esemplari, Il geloso d'Estremadura. Deriva, ma non è la stessa cosa (in Verga e in Pirandello, per esempio, quasi non riusciamo a distinguere fra racconto e teatro, qui invece si tratta di analoga trama, ma di ispirazione e trattamento ben diversi...).
Il racconto è molto boccaccesco o bandelliano: costruzione scrupolosa e particolareggiata, verisimiglianza, attenzione ai dettagli, intenzione cronachistica. Un vecchio arricchitosi nel nuovo mondo torna in Spagna e decide di dare un senso alla sua ricchezza sposandosi, nell'intento di "aver qualcuno a cui lasciare le sue sostanze dopo la fine dei suoi giorni". Ma "per natura era l'uomo più geloso che mai si fosse visto, né si possa ancor vedere". Sposa Isabela, una quindicenne con cui "si gode, per quel che può, i frutti del matrimonio che per Isabela non erano né gustosi né scipiti, dato che non ne aveva avuto esperienza d'altri...".
Trasforma la casa in una specie di fortino blindato o convento di clausura, con tanto di servitù, di agi, di abbondanza, di superfluo. La giovane e la sua piccola corte si godono quella loro gabbia dorata per un anno ed oltre sino a che, con uno stratagemma, s'introduce nella casa uno sfaccendato cacciatore di femmine che riesce, addormentando il marito, a godersi una notte l'inesperta Isabela. Scoperto l'intrigo il vecchio (e ricordiamo un famoso dramma elisabettiano: Una donna uccisa con la bontà, di Thomas Heywood) rinuncia a "lavare con una daga il suo onore nel sangue dei suoi nemici" e punisce sua moglie con la bontà e il perdono. Muore di crepacuore e la lascia erede di tanta sostanza, ma anche e soprattutto di tanto rimorso. "Isabela rimase piangente vedova e ricca e dopo una settimana si fece monaca in uno dei monasteri più rigidi di tutta la città". Quanto al suo ignobile amante andò in guerra e "si seppe poi, da notizia certa, che egli fu ucciso da un archibugio che gli scoppiò tra le mani, e fu questo il castigo per la sua vita sregolata...".

Una novella piacevole, come tutte le Novelle Esemplari e una novella "esemplare" come Cervantes volle.
L'intermezzo teatrale che ne deriva non è e non vuole essere "esemplare". È una breve pochade ove una moglie sgualdrinesca con una nipotina sgualdrinetta anch'essa e con l'aiuto di una vicina di casa, compiacente ruffiana, introduce in casa - pagandolo - un "amoroso", fa con lui i suoi comodi, lo fa uscire, il tutto davanti agli occhi del marito reso cieco e scemo con stratagemmi molto farseschi, e alle scenate di gelosia e di sospetto del cornuto tutto finisce a tarallucci e vino con i musici che sentendo grida e chiasso s'introducono in casa a ballare, a cantare, a suonare...
Scopo della commedia? Qualche buona risata, una facile misoginia, un facile bersaglio nel marito vecchio e geloso, il classico uomo "che si trascina dietro la corda che l'impiccherà".
Mezz'ora di avanspettacolo e di facili risate che nulla ha a che vedere col sorriso bonario e ricco di splendida umanità delle mille avventure, spesso anche umoristiche, del nostro hidalgo della Mancia.

Diciamo in qualche modo che non c'è un Cervantes maggiore, quello del capolavoro e delle Novelle Esemplari, e un Cervantes minore, quello del teatro. C'è un solo Cervantes, quello grande, quello universale.
E poi, per uno dei tanti casi della vita e dell'arte, un altro Cervantes, che tentò, senza riuscirci, di fare del teatro e che sarebbe scomparso dai sacri testi della letteratura se non fosse stato l'omonimo (o il raccomandato di ferro) di uno dei maggiori scrittori europei. Diciamo così e voltiamo pagina, senza scandali e senza drammi. Anche il nostro Manzoni tentò il teatro, anche Alfieri tentò la commedia, anche Svevo tentò gli atti unici, anche Foscolo si cimentò nella tragedia. E non tutti i grandi artisti danno il meglio di se stessi in tutti i generi. Forse nemmeno Mozart avrebbe raggiunto la grandezza di Duke Ellington se avesse tentato il jazz.

Milano, 7/3/02

 
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