Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CLARIN
Il suo unico figlio
Traduzione di Giovanna Arese, a cura di Angela Morino, pp. 280, Sellerio Editore, Palermo, 1993.

I tre maggiori romanzieri spagnoli dell'Ottocento, quasi contemporanei tra loro, sono Benito Pérez Galdós (1843-1920), scrittore prolifico quasi quanto Balzac, Antonio Palacio Valdés (1853-1938) narratore e critico e Clarín (1852-1901), il cui vero nome è Leopoldo Alas, autore di due soli romanzi, La presidentessa e Il suo unico figlio, più una serie di racconti.
L'ignoranza di noi italiani per la letteratura spagnola è sterminata. Perché? Perché mentre sappiamo tutto delle letterature francese, inglese, tedesca (e in parte anche russa) non sappiamo nulla di quella spagnola? Provare per credere. Chiediamo a un italiano mediamente colto di citarci qualche autore classico spagnolo. Al di là di Cervantes (da pochi letto) praticamente non vien fuori un solo nome. La generazione del Sessantotto può forse citare García Lorca. Chi frequenta il teatro può forse citare Calderon o Lope. Non si va oltre.
Probabilmente le ragioni vanno ricercate in un complesso di inferiorità di noi italiani: ciò che è settentrionale è nobile, ciò che è meridionale è povero e modesto. E la Spagna, con la sua letteratura, la consideriamo meridionale. E ricordandoci la nostra meridionalità preferiamo rimuovere quella spagnola. Punto due, c'è forse una ragione politica. La cultura italiana degli ultimi cinquant'anni è stata una cultura di sinistra. La Spagna era franchista, cioè fascista. Facendo di ogni erba un fascio, perché ignoranza e pregiudizio non conoscono confini, tutto ciò che era spagnolo era fascista. Anche Quevedo, Gongora o Unamuno. Se ora possiamo presumere che ci sarà un risveglio di interesse verso la letteratura spagnola, lo si deve, curiosamente, a quella di ritorno dell'America latina. Ove gli autori che sono emersi sul piano internazionale sono politicamente classificabili come "dissidenti", cioè voci di sinistra in ambienti di destra. Le vie del Signore sono infinite, anche in letteratura. Ben venga l'Allende se aiuta a scoprire García Ordonez de Montalvo. Ben venga Neruda se lascia un po' di spazio al Romancero o al Cantare del Cid.
Sulla scarsa, scarsissima, fortuna che ha avuto in Italia il romanzo spagnolo dell'Ottocento forse pesano anche particolari esigui e minimalisti. Il più bel romanzo di Palacio Valdés s'intitola Suor San Sulpicio. È un romanzo di gran fascino, pieno di ottimismo, di realismo, e anche di garbato umorismo. Ma con un titolo così poco accattivante come può far fortuna? Tra gli innumerevoli romanzi di Pérez Galdós il più famoso, e forse il più bello, si intitola Misericordia. È un romanzo che piacerebbe molto alla cultura di sinistra (eroica protagonista ne è una vecchia serva che si accompagna a un "extra-comunitario" mendicante e cieco) ma con un titolo così, chi mai sarà così misericordioso da andarlo a leggere? Non fa pensare a fede, speranza e carità? Infine Clarín. Chi sa? Forse se avesse mantenuto il suo nome, Leopoldo Alas, qualcuno si sarebbe accorto in Italia di questa sorta di Flaubert spagnolo. Ma forse anche per lo pseudonimo che si è scelto, ecco che per mezzo secolo e più è stato del tutto ignorato nel nostro Paese. Nella collana dei grandi classici stranieri diretta da Farinelli e poi da Amoretti, della Utet, fu tradotto nel '60 La presidentessa. Nessuna eco. Per il secondo ed ultimo suo romanzo, Il suo unico figlio, si è dovuto aspettare il 1993, quasi un secolo dalla morte, per averne un'edizione in Italia. Di Sellerio, quindi coi contributi dello Stato, e per giunta subito miseramente finita nel dimenticatoio dei remainders. Edizione molto bella, su una bellissima carta vergata, e impeccabilmente tradotta (Giovanna Arese).

È un bel romanzo? È un romanzo interessante, sotto certi aspetti inquietante, ricco di stimoli. Se anziché in lingua spagnola fosse stato scritto in lingua tedesca, magari in area asburgico mitteleuropea, probabilmente sarebbe stato osannato. Come sottile romanzo psicologico. Oppure come racconto tematico incentrato sul finire di un periodo storico, l'avvento di una nuova generazione affaristica sulle ceneri dei privilegi d'una classe sociale destinata all'estinzione. Ma è un romanzo spagnolo e quindi è passato semplicemente inosservato.
Tra l'altro è un romanzo spagnolo che di stereotipi spagnoli ne ha pochi o punti. Il suo unico figlio è del 1891. Il filone, ma molto alla lontana, è anche qui, come già nella Presidentessa, quello dell'adulterio. Quindi lo stesso filone di Madame Bovary (1856), di Anna Karenina (1878), di Effie Briest (1895). Molto alla lontana. Perché sia in Flaubert, sia in Tolstoi, sia in Fontane, l'adulterio, seguito, costruito, consumato, pagato ed espiato è l'oggetto del romanzo. Non così in Clarín. Al punto che in Clarín l'adulterio, quello di lei (quello di lui è certo) è addirittura dubbio, fino all'ultima riga del romanzo. E non ne è protagonista.

Vediamo la storia. È la storia del degrado economico d'una famiglia, del fallimento d'un uomo, del sogno (fallito) di riscattarsi con un figlio, ed è infine un ritratto vivo, insolito, originale ed efficace della bassezza morale e fisica d'una donna, quintessenza dell'egoismo, dell'inutilità, della tirannia, del vuoto assoluto.
Siamo in una cittadina di provincia spagnola del Nord, in campagna, vicino al mare, forse nei primi anni dell'Ottocento. Non una sola riga, su 280 pagine, per descriverci la città da un punto di vista fisico. Abbiamo una moglie e un marito. Emma la moglie, Bonifacio il marito. Emma è figlia di un avvocato molto ricco che morendo l'ha lasciata unica erede. Si è, contro la volontà dei parenti, sposata con Bonifacio, un sognatore debole, pantofolaio e nullatenente, per realizzare un capriccio che le aveva impedito il padre quando era ragazza. Ma non ne è innamorata: "il suo Bonifacio non era che un ornamento per lei". Vivono come parassiti nella loro casa altri parenti di Emmma e la derubano  , tra cui lo zio Juan Nepomuceno, amministratore plenipotenziario della nipote, un "lupo incrociato con una volpe". Emma sa che lo zio la deruba a piene mani giorno per giorno, ma crede inesauribili le proprie ricchezze, per cui "lo lasciava fare, lo lasciava rubare, e si riservava vagamente il diritto di vendicarsi in seguito nel modo più crudele e raffinato, non sapeva come e quando, ma un giorno o l'altro...". Bonifacio chi è? "Un cencio per i pavimenti di casa di sua moglie".

Un infermiere che passa ore ogni giorno a ungerla e massaggiarla assecondando la sua ipocondria. Un comodino da notte su cui appoggiare le sue medicine. Un subordinato. E come è considerato, Bonifacio, dagli altri membri della famiglia?
"I cortigiani di quella sultana capricciosa e dal carattere violento e mutevole, si vendicavano della loro umiliazione inevitabile disprezzando Bonifacio senza alcun tipo di dissimulazione". Emma se ne sta quasi sempre a letto a fare l'ammalata. Bonifacio "tace e unge" di balsami la moglie. Se ritarda un minuto, se sbaglia una frizione, la moglie lo schiaffeggia.
Arriva in città una compagnia di cantanti d'opera. Bonifacio casca nella rete dell'impresario che lo lusinga chiedendogli un prestito. Attinge denaro dalla moglie con la compiacenza interessata dello zio amministratore. Si innamora perdutamente della soprano. È un amore tutto spirituale quello di Bonifacio, ma finisce col diventarne l'amante. Quando una sera rientra a casa dopo una cena in compagnia dei cantanti, la moglie sente sul corpo del marito odor di cipria. Bonifacio teme la tragedia: "Emma annusò molto da vicino il collo del marito e questi credette che lo volesse annusare con i denti invece che col naso. Temette un inganno da quella gatta; temette, Dio lo salvasse, un tremendo morso alla , un salasso inarrestabile...". E invece nella moglie si risveglia la carne: un gemito, un attrarlo con le braccia nel proprio letto a lui proibito, ed ecco improvvisa "la rinascita di un'iniziativa coniugale da lungo tempo disertata... prima che quella notte fosse finita udì sua moglie nel delirio dell'amore... l'amore della cantante aveva contagiato sua moglie...".
Inizia un nuovo periodo della vita di Emma. Rinasce la carne. Si sveglia dal suo sopore ipocondriaco. Torna a vivere. Spese pazze per vestiti e capricci. Si dà anche lei a frequentare il teatro. Anche lei diventa amica dei cantanti. La casa è aperta a tutta la compagnia, anche a Serafina, la soprano amante del marito. Emma a sua volta si invaghisce di un giovane baritono, Minghetti, gran donnaiolo dal torbido passato. Con la scusa di lezioni di piano se lo porta frequentemente in casa.
Un bel giorno Emma è incinta. È già vicina ai quaranta ed è d'un egoismo sovrumano. Rifiuta, non accetta, sbraita, è terrorizzata, è furibonda. Ma tant'è: dovrà partorire.
Bonifacio in questa gravidanza della moglie vede un segno divino. Per lui è come un'annunciazione. Si sente madre, si sente padre, si sente Abramo che dalla vecchia e sterile Sara sta per avere Isacco. Qui la storia diventa perfidamente ambigua, l'autore non ci dice se il figlio è di Bonifacio o di Minghetti, e lascia il lettore nel dubbio costante, tormentoso, sino all'ultima riga. Emma partorisce. È un maschio. C'è un richiamo a Gesù, al ruolo di Giuseppe marito di Maria, ma non padre di quell'unico suo figlio. C'è lo scherno feroce di tutti e il disprezzo verso Bonifacio, tutti convinti che il figlio non sia suo. Ma c'è una sorta di nuovo e insolito rispetto di Minghetti verso Bonifacio: "effettivamente, lo avevano sorpreso spesso a contemplare il marito di Emma con strana curiosità, con più rispetto che mai, con un'espressione singolare in cui nessuno poteva indovinare nemmeno un cenno di burla...".
La nascita del figlio coincide con l'aggravarsi della situazione economica della famiglia: tra spese e ruberie siamo ormai al fallimento. Dopo una "vita di cane legato ai piedi del letto di una pazza" Bonifacio tenta di diventar uomo, chiede i conti allo zio ("pare che quell'imbecille voglia informarsi") e si prende un ennesimo calcio nei denti. Ma è padre. Sente realizzata la "catena della vita", scopre il significato della metempsicosi, del sopravvivere delle anime da un corpo all'altro, ritrova (solo dentro di sé, per gli altri continua ad essere nessuno, persino il giorno del sontuoso battesimo) l'orgoglio della sua identità e delle sue radici. Ritorna al proprio paese d'origine ove va a cercare una balia per suo figlio, perché non sia nutrito col latte di Emma "ma con il latte della sua razza, con sangue del suo sangue". E all'amante soprano che gli dice "Bonifacio, sei sempre stato un imbecille, tuo figlio non è tuo figlio" risponde, e così si conclude il romanzo, "ricordati quello che ti dico: Bonifacio Reyes crede fermamente che Antonio Reyes è figlio suo. È il suo unico figlio. Lo capisci? Il suo unico figlio!".


In questa certezza incrollabile, a dispetto di ogni evidenza, di ogni profezia, di ogni sospetto, c'è il riscatto finale del protagonista, Bonifacio, topolino docile e remissivo tra le grinfie di gatti, volpi, lupi, tigri.

È un romanzo insolito perché non ha eroi, non ha figure positive e non ha nemmeno orologi falsi svizzeri italia eroi negativi. Sono tutti negativi i personaggi, i protagonisti, ma nessuno è "grande" nella sua negatività. Per cui è una storia che lascia la bocca amara.

È un pregevole romanzo letterario, non un'opera di poesia. Alta letteratura, in sostanza, senza momenti di commozione. Con momenti tuttavia di grande bravura descrittiva, soprattutto nel ritratto dell'ineffabile Emma, l'essere più insulso - saresti portato a dire - che autore abbia mai creato. Un essere fatto di niente, privo di sentimenti, privo di umanità, di emozioni, di passioni, di pensieri, di interessi, di stimoli, di idealità: carne, solo carne in disfacimento, creme, frizioni, belletti, cattivi odori, unguenti ed egoismo forsennato, furibondo, inesauribile. Cioè vuoto assoluto.
È inquietante scoprire quanta maestria sia necessaria per costruire il vuoto umano. La letteratura ha lasciato un numero sterminato di monumentali figure femminili. Ma forse solo Clarín ha saputo costruire un monumento al vuoto, alla nullità.

Sestri Levante, 1/9/01

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1
1