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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ARISTOFANE
Le rane
Traduzione di Ettore Romagnoli, pp. 110, sta in "Le Commedie di Aristofane", Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1958.

Dioniso, dio del teatro, delle feste, del divertimento, era per sua natura un mattacchione.
In suo nome si tenevano spettacoli, in suo onore si facevano dei gran baccanali. Era un dio allegrone, amava far casino, come si direbbe oggi. E Aristofane, il padre indiscusso della comicità, il primo - e perciò il più grande - autore comico di tutta la nostra cultura, non era certo uno che ci andava per il sottile quanto a spettacolo, risate, comicità, irriverenza, iconoclastia.
  Non c'era santo che tenesse, se voleva strappare una risata, irridere qualcuno, mettere qualcun altro alla berlina, non ci pensava due volte, fosse un dio o un filosofo o un letterato o un dittatore.
Il tema de Le Rane è un giudizio di merito sul teatro tragico dell'epoca: chi era più  Eschilo o Euripide? Avevano due modi tra loro ben diversi di "far tragedia", i due grandi. Ebbene: meglio il modo di Eschilo, enfatico e altisonante, o quello di Euripide, più alla mano, più intimistico?
Le Rane è del 405 A.C.: l'anno prima, nel 406, era morto Euripide (e pochi mesi dopo era morto anche Sofocle, il vecchissimo Sofocle, novantenne...) mentre il grande, il mitico Eschilo, era scomparso da una cinquantina d'anni ormai, ma il ricordo suo, evidentemente, era ancora ben vivo.
Aristofane immagina un Dioniso, dio appunto del teatro, che, patito perso (fan, si direbbe oggi) di Euripide, non si dà per vinto d'averlo perso e decide d'andare giù agli inferi a riprenderselo e a riportarlo sulla Terra. Va, lo trova, assiste, anzi, partecipa come giudice, ad una gara, un agone, fra i due, fra Eschilo ed Euripide, per decidere chi dei due sia il più bravo, e il più bravo appunto si riporta sulla Terra, salvo che questi ora è Eschilo, non più Euripide, perché nella gara Eschilo risulta il migliore.
Tutto questo in tono ridanciano, con gran prese in giro di tutti, gran risate e tanta irriverenza verso tutto e tutti.
È bella la commedia, è divertente, è piacevole? Sì, molto. Certo però dev'essere stata tanto più divertente all'epoca, quando cioè gli argomenti e i personaggi erano di grande attualità e le tante citazioni (incipit, passi e battute delle tragedie d'Eschilo e d'Euripide, sbeffeggiati a larghe mani) erano noti e arcinoti, come potrebbero esserlo per noi oggi dei film, o delle trasmissioni televisive, o delle canzoni...

Oggi la commedia può essere letta in due modi. Un modo ridanciano, che è leggersela così com'è, e meglio anzi sarebbe non leggersela, ma vedersela in scena e godersela. E un modo invece "filologico", che è quello di dar peso e importanza ai giudizi critici sulla poetica dell'uno e dell'altro dei nostri due classici, Eschilo ed Euripide, e tener conto di questi ed elucubrare su questi.
Proviamo a seguirle entrambe, le due letture.
Eccolo qua Dioniso, con il servo Xantia, "on the road": sono in viaggio, nella prima metà della commedia sono perennemente in viaggio, dapprima da Atene alla casa di Ercole, poi da questa giù e giù verso gli inferi, ad incontrare i nostri. Perché va da Ercole? Perché Ercole c'è stato più volte, giù agli inferi, e quindi può insegnargli la strada. C'è stato a catturare Cerbero, il cane di Plutone, e c'è stato anche - proprio in un dramma d'Euripide - a riprendersi Alcesti, la dolcissima Alcesti, ma questa è un'altra storia...
Com'è vestito questo Dioniso in viaggio verso la casa di Ercole? È vestito da Ercole, con la pelle di leone sul dorso e la clava in spalla. È un cialtrone Dioniso, uno smargiassone, un Pirgopolinice: s'è travestito da Ercole per far paura a chi incontra, ma se la fa addosso, orribilmente imbrattando la sua veste, non appena qualcuno lo spaventa...!

Eccolo, ora è giunto alla casa di Ercole e bussa alla porta.
Col fragore e la veemenza d'un centauro e, travestito da Ercole, crede di far paura ad Ercole stesso : "non ti sei accorto che po' po' di paura ha avuto per me?..." (p. 824).
E lo apostrofa con aria di superiorità: "accostati, brav'uomo, t'ho da chiedere un favore..." (p. 825), vantando eroismi e vittorie navali che esistono solo nella sua fantasia.
Ercole, ovviamente, se la ride di un tal fesso ("non so proprio tenermi al vedere una pelle di leone su una mantellina..." p. 825) e, richiesto d'indicargli la strada per raggiunger gli inferi, dapprima lo sbeffeggia, "ed oserai discendere laggiù, tapino?..." (p. 830), e gli consiglia la via più breve, quella d'impiccarsi: "c'è la via della corda e lo sgabello: appiccati" (p. 830). E poi si decide a descrivergli il percorso che dovrà compiere e gli incontri che farà, lungo la strada. Caronte per traghettarlo gli chiederà del denaro: "Per due oboli un vecchio barcaiolo, in una barchettina grossa tanto, ti traghetterà..." (p. 832) con la stupita indignazione di Dioniso per il fatto che anche là, nell'altro mondo, sia la venalità a farla da padrona: "Capperi, quei due oboli, che influenza han dappertutto! Anche là, sono giunti? E come?" (p. 832). Segue la descrizione del viaggio, attraverso la palude, i dannati, gli iniziati...
Si mette in viaggio, il nostro Dioniso, incontra un morto, un morto vero, portato dai becchini, e gli chiede se, visto che sta anche lui andando agli inferi, non sia disposto a portargli il suo bagaglio, ed ecco che anche questi, il morto, s'è fatto venale e vuole due dramme, altrimenti il bagaglio no, non lo porterà proprio... Niente mancia, niente bagaglio: continuerà a portarselo Xantia, il servo di Dioniso, il bagaglio, come ha fatto finora, lamentandosi per il peso, per l'ingombro, per la fatica. D'altra parte che servo sarebbe, se non si lamentasse?
Giungono alla palude dove c'è Caronte, il vecchio barcaiolo dei due oboli, il quale, Dioniso sì, lo imbarca, ma Xantia no, perché è un servo e lui i servi non li trasporta. Che se la faccia a piedi, aggirando la palude e aspettando il suo padrone di là, dall'altra parte.
A proposito di palude, perché mai si intitola Le Rane questa strana commedia che parla di teatro tragico? È qui nella palude, la risposta. Perché mentre Caronte e Dioniso (riottoso e pelandrone, che vorrebbe farsi traghettare senza dar di remo...) remano, ecco che dalle acque della palude si sente un coretto di rane canterine che inneggiano a Dioniso e gli rendono onore: "... che a onorar Dioniso figlio di Giove cantare usiam nelle paludi, brechechechè, coà, coà...!" (p. 840). Tutto qui. E di rane non si parlerà più per tutta la commedia.
Eccoci giunti di là della palude, nel luogo ove Ercole ha detto che si incontreranno "belve spaventose" : e sino a che le belve son di là da venire il nostro Dioniso vestito da Ercole farà il coraggioso... "Io son pronto a pagarlo, un brutto incontro, qualche avventura degna del viaggio... piantava carote per mettermi paura, perché si ingelosì nel vedermi così spericolato, già, già, non ce n'è di più fanfaroni d'Ercole..." si vanta il nostro cagasotto Dioniso, il quale davvero, di lì a un momento, non appena si presenta l'Empusa, una mostruosa figura della superstizione popolare, che è "tremenda, e assume tutte le forme, ora è bove, ora è mulo, ora è donna bellissima... e non è mica più donna, ora è cagna, e tutta la faccia sua spruzza faville..." (p. 845), davvero se la fa addosso dalla paura e scappa, sbiancato in volto e con la veste che, per la paura, "s'è fatta gialla" e per quel giallo che possiamo immaginar giallo di cosa "d'attorno spira un odor di fiaccole assai mistiche...!" (p. 847).
Dopo l'Empusa, la paurosa Empusa, ecco (e tutto era stato già preannunciato da Ercole, Ercole quello vero, nel descrivere il percorso...) l'incontro con "gli iniziati", un coro di fanatici di Iacco, che intonano un canto e un ballo mistico-rituale invocando il loro dio, Iacco appunto, che poi non è cosa del tutto diversa dal dio Dioniso dalle mille facce.
E finalmente Dioniso-falso-Ercole e il suo spiritoso e simpatico servo Xantia son qua, giunti a destinazione, proprio davanti alla dimora di Plutone, il gran dio degli inferi: "Sapreste di Plutone dirmi ov'è la magione? Ignari siam del loco - giunti qui siam da poco. ... È proprio qui vicino: ch'io ti indichi il cammino non serve, giusto appunto all'uscio tu sei giunto..." (p. 853).
Bussa alla casa, il nostro Dioniso, e giù, a cascata, un gran motivo di fragorosa comicità (queste situazioni bisogna immaginarsele su scena, con azione, costumi, mimica, urla, bastonate...) dovuta al fatto che il portinaio di Plutone apre e chi si trova - lui crede, dato il travestimento - lì davanti? Si trova Ercole, quello "sfrontato, temerario, canaglia, fior di canaglia, gran pezzo di canaglia..." che, tempo prima, se ne venne qui a casa di Plutone, bussò, proprio come ora, e si rubò Cerbero, il cane di casa, e poi "se l'è svignata, se l'è data a gambe, tirandolo per il collo..." (p. 855). Insomma il nostro Dioniso finora se ne è andato in giro facendosi bello nelle vesti d'Ercole ed ora, qui dove Ercole davvero c'è stato, e ne ha fatte una più di Bertoldo, preso per Ercole quello vero, deve fare i conti per tutte le mascalzonate che quello s'è lasciato dietro le spalle...
Se la fa addosso, il nostro cuor di leone, se la fa addosso di nuovo dalla paura, alle urla del portinaio, come già se l'era fatta poc'anzi, poi si riassetta, si ripulisce con una spugna e, furbastro e vigliacco com'è, impone a Xantia, il servo, di scambiarsi le vesti e i ruoli "E allora, giacché tu sei tanto bravo, e tanto prode, tu diventa me, piglia randello e pelle di leone, giacché hai tanto fegato, e io sarò il tuo porta fagotti..." (p. 857).
Pronto, un attimo dopo, l'infingardo, a rimangiarsi tutto, perché è comparsa una piacente servotta, una fantesca di Persefone che, visto Ercole, gli fa gran festa, lo invita in casa, sembra offrirgli una piacevole e allettante accoglienza. "Oh, che sul serio l'hai presa, che io per celia t'ho vestito da Ercole? Non fare la burletta, Xantia, piglia daccapo il tuo fagotto... grulli, scemi s'ha da essere, per pensare che tu, mortale e servo, sia figliuolo d'Alcmena..." (p. 859). Lo sfrontato, l'ingrato, supponendo un galante incontro con la servetta e magari qualche leccornia, si riveste di nuovo da Ercole, figlio appunto d'Alcmena, e mal gliene incoglie, perché ecco che subito si ritrova oggetto di furia vendicativa da parte d'una ostessa e le sue ancelle, un'ostessa assatanata di rifarsi su un Ercole che s'era mangiato a sbafo pagnotte e bollito e aglio e caciotte e salsiccia e trippe, e poi, saccheggiate tutte le provviste della taverna, s'era rifiutato di pagare e "sguainò la spada come un pazzo furioso... si prese pure le stuoie e poi spiccò un salto e via..." (p. 862). La minaccia è grave, l'ostessa manda a chiamare i suoi sgherri, non rimane, a Dioniso, che di nuovo imporre a Xantia di indossare i suoi abiti d'Ercole...
Xantia è costretto ad accettare, deve travestirsi da Ercole, ma quando gli sgherri dell'ostessa stanno per iniziare a randellarlo, ha un'idea geniale e malvagia insieme: giura di non aver mai derubato l'ostessa e se non gli si crede, si metta a tortura il suo servo, lo si faccia parlare: "prendi questo servo e mettilo alla prova, e se tu trovi che t'ho nociuto mai, pigliami e ammazzami..." (p. 867). A tortura il suo servo? Ma chi è il suo servo se non Dioniso che da servo si è travestito, scambiando con Xantia i propri abiti...?
"Guai a chi s'accosta! Chi mi tocca la paga: io sono un dio!" (p. 867) protesta Dioniso e "... e tanto più bisogna frustarlo, dunque! È un dio? Non sentirà..." rincara la dose Xantia, di rimando. Davvero, pensano gli sgherri, se uno è un dio, non può sentir le botte, e allora bastoniamoli entrambi e vediamo chi dei due sarà il primo a lamentarsi. E la scena, farsesca, dei due malcapitati che si prendono una randellata uno, una randellata l'altro, di seguito, a turno, e son costretti, uno più dell'altro, a fingersi assolutamente indifferenti ai colpi, anzi, a fingere di non accorgersi nemmeno di riceverli, mentre invece li sentono, e come li sentono, è spassosa, tra le più spassose dell'intera commedia.

A questo punto c'è un enfatico coro che esalta i bei tempi antichi d'Atene e condanna i mala tempora d'oggi. Come buona parte dei cori del teatro greco l'argomento del coro poco o nulla ha a che vedere con l'argomento della commedia. La funzione è comunque quella di spezzare in due il racconto: il viaggio, il viaggio farsesco, di Dioniso e Xantia dalla Terra agli inferi qui termina e entriamo nel vivo dell'argomento de Le Rane: l'incontro-scontro dei due personaggi Eschilo ed Euripide e l'esame-confronto del loro modo di poetare.
Qui negli inferi il migliore dei poeti tragici ha il diritto di sedere su un trono: "c'è un regolamento quaggiù, per l'arti liberali e belle, che quando alcuno eccelle sui colleghi... ottiene un trono accanto a quello di Plutone... sin che arrivi uno più bravo di lui nell'arte: allora deve cedergli il posto..." (p. 877). E cos'è successo? È successo che "Eschilo sul trono sedea della tragedia come il più grande autore... ed Euripide, appena sceso qui, chiede una recita... e rizzata la testa si piantò sul trono ove sedeva Eschilo..." (p. 878). E "Plutone che vuol fare?... Una gara indire subito dell'arte loro e far prova e giudizio...".
Eccoci nel vivo de Le Rane. Se fossero state solo una commedia di farse erculeo-dionisiache non sarebbero diventate famose come famose sono, né sarebbero considerate, come lo sono, il capolavoro di Aristofane.
Si entra dunque nel vivo e se ne ha, se si vuole, un'altra lettura, una lettura filologica tutta incentrata sui temi della poetica tragica, ciò che, appunto, ha reso così celebre questa commedia sopra ogni altra di Aristofane. Il bello è però che, per quanto la, chiamiamola così, critica filologica, sia tutta condotta in chiave satirico ridanciana, i concetti base di tale critica, e i temi, e i modi di poetare che rendono così diversi tra loro Eschilo ed Euripide, sono davvero quello che sono, si tratta, in sostanza, d'una analisi critica condivisibile. Certo: noi lettori moderni non condividiamo la tesi che la tragedia "debba" essere educativa, debba migliorare, moralmente, l'uditorio. Ma che la tragedia d'Eschilo sia, rispetto a quella d'Euripide, portatrice d'influssi morali, è innegabile. Che Eschilo esaltasse eroi positivi e Euripide, invece, desse spazio anche a eroi negativi, è altrettanto innegabile.
Comunque vediamocela da vicino - ora - questa lettura "filologica".
La poetica d'Eschilo ha un fine, lo dichiara il personaggio Eschilo - personaggio della commedia - , un fine gnomico, educativo: "un poeta lo deve nascondere il male, non
 
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