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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
MIGUEL DE UNAMUNO
Commento alla vita di Don Chisciotte
Traduzione di Carlo Candida, pp. 300, TEA Editori Associati, Milano, 1988.

Miguel de Unamuno (1864-1936) fu romanziere, poeta, saggista, filosofo, rettore d'università, politico, esule, socialista, poliglotta, marito straordinariamente fedele e innamorato: fu la coscienza della Spagna della sua generazione, fu il più noto ai suoi anni rappresentante della cultura democratica e liberale del Paese.
In Italia Unamuno è poco noto. Ma, lo sappiamo, tutta la letteratura spagnola in Italia è poco nota...
La sua Vita di Don Chisciotte e Sancio fu tradotta una prima volta nel 1913 e una seconda volta da Carlo Candida nel 1926: opera, questa, che ancora viene talvolta ripubblicata oggi a beneficio dei pochi che conoscono Unamuno.
Unamuno non scrive un'opera su Cervantes, ma su Don Chisciotte. E la differenza non è poca.
Perché Unamuno non ama Cervantes, ama Don Chisciotte, il cui "maggior miracolo" fu quello di "aver fatto scrivere la storia della sua vita a un uomo, quale il Cervantes, che rivelò nelle altre sue opere la scarsezza del suo ingegno...". Concetto, che ci ripropone, poche righe più oltre, con un tono quasi lirico, visionario, poetico: "questo potente e splendido miracolo... che ci indusse a credere e a confessare che la storia fu vera e realissima e che lo stesso Don Chisciotte, nascondendosi in Cide Hamamete Benegeli, la dettò al Cervantes." (II, 74).
È un libro un po' tutto così, quello di Unamuno, tra il mistico, il visionario, il lirico, una sorta di vangelo ove Don Chisciotte sostituisce la figura di Gesù, mantenendone il carisma e l'intima essenza santificatrice, redentrice: "vieni, o pastore Chisciottisio, e sii tu il nostro pastore e cantaci i concenti che l'Amore ti detta..." (II, 67).
Nella sua esaltazione Unamuno critica coloro per i quali la religione non è che un genere letterario, ma di fatto è un errore in cui cade egli stesso, semplicemente invertendo i termini della questione, trasformando in religione un'opera d'arte, cioè la vita di Don Chisciotte...

Oggi il libro di Unamuno è più o meno illeggibile e tanto più per noi italiani, infarcito com'è di citazioni e rimandi al misticismo di Ignazio di Loyola, e di Teresa d'Avila che noi non conosciamo e non sentiamo. È un libro d'una Spagna che non c'è più, con anche, sia pure in piccola parte, qualche rivendicazione sociale e politica d'un progressista ante litteram che fu destituito, dalla dittatura di Primo de Rivera, dalla sua posizione di Rettore a Salamanca e spedito in esilio.
Tuttavia c'è ancora un modo per leggere La vita di Don Chisciotte e Sancio e anzi un modo piacevole di godersi quelle trecento pagine altrimenti inutilizzabili. Ed è quello di leggerlo capitolo dopo capitolo, parallelamente al capolavoro di Cervantes.
Un capitolo di Cervantes e - subito - il relativo capitolo di Unamuno.
È come bere un sorso di vino e poi fermarsi a gustarne a occhi chiusi il sapore che ne rimane in bocca. Un piccolo delizioso piacere che accompagna, commenta, sottolinea, evoca, dà risonanza, approfondisce, divaga, intervalla, asseconda, allarga, riecheggia, amplifica, pagina dopo pagina, la lettura di Cervantes. Una lunga, (spesso noiosa, ma la noia è scavalcata dalla relativa brevità dei capitoli) carezzevole affabulazione che prolunga il piacere della lettura cervantiana e lo dilata, lo diluisce, lo esalta.

Non era questo il fine, altisonante e ambizioso, dell'opera di Unamuno, opera più di filosofia che di commento letterario, tesa a fare della figura di Don Chisciotte il trionfo della fantasia, dell'irrazionalità, dell'immortalità, sulla miseria filistea e quotidiana del pensiero razionale. Tuttavia se una lettura diversa e più limitata, come la nostra, serve a prolungare la fruizione d'un libro altrimenti destinato all'oblio, ben venga questo modo, sia pure improprio e modesto, di leggerlo.
"...E io affermo - chiude così Unamuno il suo libro - che affinché il Cervantes narrasse la loro vita e io la illustrassi e commentassi, nacquero Don Chisciotte e Sancio; il Cervantes nacque per narrarla; per illustrarla e commentarla nacqui io". (II, 74).
Un buon modo per partecipare a questa catena deterministica (e trascendente, verso l'immortalità) è quello di esser nati noi per ascoltarne, insieme col racconto di Cervantes, il commento di Unamuno.

Milano, 10/3/03



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