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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
HARTMANN VON AUE
Gregorio - Il povero Enrico
A cura di Laura Mancinelli, pp. 290, Einaudi Editore, Torino, 1989.

Nel medioevo si scriveva per lodare Dio. E si dipingeva per lodare Dio e si faceva musica per lodare Dio. Anzi, diciamola tutta sino in fondo: si viveva per lodare Dio e per guadagnare la vita eterna. Musica sacra, pittura sacra, letteratura e poesia d'argomento sacro. Poi, a latere, in tono minore, c'era qualcosa d'argomento laico. Che si chiamava profano. Per esempio c'era chi scriveva d'amor profano. In realtà era amore e basta. Ma poiché l'amore poteva esser dato solo a Dio, ecco che "l'amore e basta" diventava l'amor profano.
Di tanta letteratura ispirata al buon Dio, molto era ciarpame, privo d'ogni spessore e d'ogni passione. Letteratura puramente bigotta. Mentre era più facile che qualcosa di buono vi fosse nella letteratura profana. Perché gli argomenti profani sono di ispirazione umana, il che vuol dire chiamare in causa il sentimento. E il più delle volte dal sentimento nasce la poesia. Quella che rimane.
È chiaro tuttavia che anche dalla letteratura di ispirazione religiosa, se alle spalle c'era un poeta, poteva nascere della poesia. E magari della grande poesia, come il Parzival o la Divina Commedia.
Tra le mille belle cose che la poesia religiosa medioevale ci ha lasciato leggiamoci Gregorio e Il povero Enrico di Hartmann von Aue.

Siamo nella Germania d'un secolo prima di Dante. È l'epoca del "minnesang", il dolcestilnuovo tedesco, e anche Hartmann è un minnesanger. Di lui si sa poco: forse è un "ministeriale", ha cioè un incarico impiegatizio in qualche corte. Certamente è stato in una crociata. Scrive d'amore e scrive di cose religiose mescolandole insieme. E questa è una gran fortuna per noi, perché se avesse scritto di cose religiose e basta, poco o nulla sarebbe forse giunto sino a noi. E certamente non proveremmo oggi quel gran piacere che proviamo a leggere la sua poesia.
Gregorio e Il povero Enrico sono due romanzi in versi. Breve il primo (4000 versi) brevissimo il secondo (1500 versi).
Il più "religioso" dei due è Gregorio, perché parte da un preciso assunto religioso: dimostrare che non c'è peccato, per quanto grave, che non possa, con un sincero pentimento esser cancellato: "Non esiste alcun peccato / da cui con la penitenza / non si possa tornar puri / nuovi, belli e immacolati, / tranne la disperazione".
La storia è scabrosa, perché è una storia tutta di incesti, la storia di Edipo riportata in ambiente cristiano. Scabrosa e affascinante: la riprenderà, proprio perché affascinato, Thomas Mann riscrivendola in prosa nel suo romanzo omonimo.
Un fratello e una sorella principini fanciulli d'un regno in Aquitania rimangono orfani. Sono legatissimi fra loro e si vogliono un gran bene. Ma il demonio ci mette lo zampino e "cerca di trasformare / in sventura la lor gioia".
E "spinge il giovane signore / ad amare la sorella oltre debita misura / ...fin che prese a meditare / di dormir con la sorella".

Ed una sera ecco che "cominciò ad accarezzarla / più di come far soleva / al cospetto della gente". Ed avviene l'irreparabile: la ragazza "fu in quella stessa notte / dal fratello messa incinta".
Ed è subito poesia, bella, intensa, credibile. Non c'è alcuna morbosità nel racconto, né la cupezza dell'incesto. C'è tenerezza, ingenuità, freschezza di sentimenti, spontaneità d'adolescenti, grande generosità.
Resisi conto della tragedia i due decidono di espiare. Lui partirà per la Terra Santa (e morirà subito di dolore per essersi separato dalla sorella) e lei partorirà il bambino, lo affiderà alle acque, come Mosè, e condurrà poi una vita in povertà, castità, devozione.
La separazione è una pagina di poesia: "uno scambio allor fu fatto / tra di loro al separarsi: / il suo cuor seguì la donna, / quel di lei restò con l'uomo...".
La fanciulla madre, in lacrime, dota il figlio, prima d'abbandonarlo su una scialuppa, di cospicue ricchezze, di vesti e di gioielli e soprattutto d'una tavoletta su cui ne scrive la storia.
Il bambino viene trovato da un pio abate, battezzato col nome di Gregorio, allevato, istruito. È superdotato di intelligenza e capacità. Studia legge, teologia, grammatica ed è destinato a sostituire l'abate alla sua morte in convento. Ma scopre purtroppo la sua storia tristissima e il peccato della sua origine. Si fa allora benedire cavaliere e parte per il mondo alla ricerca delle sue origini. Caso vuole (anzi: demonio vuole) che approdi proprio nel Paese suo d'origine ove sua madre (la quale lo aveva partorito che era ancora fanciulla e quindi è ancora donna giovane e piacente) vive timorata di Dio, casta e dedita al bene dei suoi sudditi. Ma è nei guai politici perché un re vicino, volendola contro la volontà di lei sposare, le ha fatto guerra e la sta assediando nel suo castello. Gregorio è diventato un valido cavaliere. Sconfigge il nemico, riconquista tutte le terre che la giovane regina aveva perdute e infine, innamoratosene, la sposa. È di nuovo una bellissima storia d'amore: amore di quello vero, fatto di generosità, sensibilità, altruismo, rispetto. Ma anche questo amore è incestuoso, edipico, terribile nella sua non voluta colpevolezza, perché "si compì il volere del diavolo, / era il figlio suo, Gregorio / e ben presto egli divenne / il marito di sua madre".
Dopo breve tempo la spaventosa verità viene fuori: la madre scopre e riconosce gli oggetti in possesso di Gregorio che ne documentano l'origine, quelli lasciati col neonato... E all'istante "della gioia sua il sole / si coprì di mortal notte". "Se voi siete – disse – l'uomo / di cui qui è stato scritto, / il volere del demonio / ci ha sommessi anima e corpo:/ vostra madre sono e sposa".
Ed è subito, di nuovo, grande poesia. C'è, inevitabile, la disperazione per il mortale peccato compiuto insieme, ma c'è, non si cancella, anzi si rafforza nell'imminenza della separazione, l'amore reciproco che l'atroce scoperta non ha distrutto, ma anzi ha rafforzato. I due sono amanti, ma sono anche madre e figlio che, datisi per dispersi, qui si ritrovano.
Ora si separeranno di nuovo. Per sempre. E c'è tutto il dolore della separazione che si assomma al dolore per l'atrocità della scoperta. "Mia signora, madre mia, / sono l'ultime parole / che a voi avrò rivolto. / Ora noi dobbiamo agire / sì che Dio ci accolga un giorno / nel suo regno ancora insieme. / Io mai più vi rivedrò."
Si lasciano i due amanti e i due consanguinei e la loro promessa non può essere che una: rivedersi un giorno, mondi dei loro peccati, al cospetto di Dio. Estrema, pietosa, lancinante, ma dolcissima, ultima consolazione. Gregorio se ne va eremita su uno scoglio in mezzo a un lago, incatenato e affamato. Vi rimane diciassette anni e solo Dio lo mantiene in vita. Intanto a Roma muore il papa e il concistoro non riesce a eleggerne un altro. La voce di Dio annuncia ai cardinali che papa dovrà essere un santo eremita da ricercarsi su uno scoglio in Aquitania. E così sarà. Riluttante, perché umile, modesto e santo, Gregorio viene strappato dalla sua solitaria prigionia, portato a Roma e incoronato papa mentre per un ulteriore miracolo tutte le campane della città sacra suonano da sole e simultaneamente.
E qui sarebbe terminato il compito del poeta-teologo-agiografo. L'assunto d'inizio è stato dimostrato. Col pentimento e il timor di Dio anche il più orribile dei peccati può essere cancellato al punto che il pentito peccatore può ascendere al trono pontificio.
Ma se il poeta-teologo ha terminato, non ha terminato invece il minnesanger, il poeta-poeta. Ed ecco un finale commovente, di grande poesia e, perché no?, anche, insieme, di grande carità cristiana.
La madre di lui, ormai invecchiata e ancora in penitenza, udita la fama di quel papa così santo, si reca a Roma per averne la benedizione e l'assoluzione. Si confessa raccontando la sua storia. Gregorio la riconosce (lei è per lui "sua madre, sposa e zia"...) "e felice fu che a lui / quella gioia in fin toccasse / di vederla ancora in vita / e di averla accanto a sé / nella tarda sua vecchiaia, / consigliere essere di lei / per la sua salvezza eterna." Alla madre che ancora nulla sa, chiede cosa proverebbe a reincontrare il marito e figlio: "Non potrei in questa vita / aver mai gioia più grande / che di rivederlo ancora". Al che finalmente rivelandosi: "Cara madre, mi guardate / sono il figlio e sposo vostro: / Dio ha tutto cancellato / e da Dio questo potere / consegnato è in mano mia".
Si chiude bene la fiaba, come tutte le belle fiabe. Si chiude bene in Terra, ove "visser quindi inseparati / fino a che entrambi morirono" e si chiude bene in Cielo ove madre e figlio si ricongiungono al padre e fratello morto giovane, ma anch'egli riscattato alla grazia di Dio dal proprio pentimento e dalle preghiere del figlio papa.
Doveva essere una favola teologica e invece è una DTH hammer, bellissima favola d'amore. Indimenticabile. Era dall'epoca di Sofocle che non si scriveva poesia su di un incesto. Solo un grande poeta può far crescere dei fiori sul terreno dell'incesto: succederà ancora, qualche secolo dopo, nella splendida tragedia di Ford Peccato che sia una sgualdrina...

L'altro poemetto di Hartmann è Il povero Enrico.
La critica unanimemente lo giudica il suo capolavoro e lo addita come un piccolo delizioso poemetto d'amore. Ma forse non è proprio così. Forse, come Gregorio che doveva essere un poema religioso è invece un poema d'amore, così, all'inverso Il povero Enrico, comunemente ritenuto un delizioso poemetto d'amore, è invece un delizioso poemetto di alta religiosità.
Vediamone la storia, peraltro arcinota.

Enrico è un principe giovane ricco e bello. Timorato di Dio, ma, evidentemente, non quanto basta. Fatto sta che s'ammala di lebbra (e ricordiamoci che nel medioevo la lebbra relojes de imitacion era Dio che la mandava, per punire). Non c'è rimedio e dovrà morire. Disperato si spoglia allora di ogni suo bene e va a vivere presso una famigliola di suoi contadini ove c'è una figliolina bambina che, anziché aborrirlo per la peste che si porta addosso, teneramente gli si attacca e lo serve e lo accudisce con affetto e dolcezza. La malattia di Enrico è inguaribile con ogni cura salvo che - a detta di un sapiente medico - si possa cospargere il suo corpo col sangue estratto dal cuore ancora caldo di una vergine disposta spontaneamente a immolarsi per lui: "... dovrei trovare / giovinetta da marito / che per suo volere libero / di morir per me accettasse, / si lasciasse aprire il cuore, / poiché nulla può salvarmi / tranne il sangue del suo cuore...".
"Ella udì le sue parole / e nel cuore le fissò..." "Son fanciulla, ed ho deciso / che piuttosto che egli muoia / io darò per lui la vita...".
La bimba cioè viene a saperlo e si replicas rolex offre al sacrificio. Perché lo fa? Perché se ne è innamorata? Così più o meno dicono le storie della letteratura. Ma così non è. La bimba è una schietta figlia del medioevo ed è ispirata dallo Spirito Santo. Scopo di questa vita, unico scopo, è guadagnarsi la vita eterna. Quale migliore occasione di quella che Dio le offre per guadagnarsi subito il paradiso?
"Al signore io sono grata / che in età ancor sì giovane / l'intelletto mi ha donato / di nutrire gran disprezzo / per codesta breve vita: / così pura come sono / voglio a Dio abbandonarmi...".
La fanciulla sa che sacrificandosi "per salvare me e il mio sire" salverà appunto se stessa e in più assicurerà (per la gratitudine del suo principe) sostentamento e benessere alla propria famiglia.
Non sente ragioni. A nulla valgono le proteste dei genitori e quelle del principe. Non le possono togliere questa certezza di paradiso. E così, quando capiscono che "ciò che lei deciso aveva / ispirato era da Dio" accettano: "voglio quindi questa morte / per un dolce mio motivo". Ora la fanciulla è nuda sul tavolo chirurgico del medico, pronta a farsi estrarre il cuore. Nel togliersi le vesti e offrirsi al sacrificio è impaziente e felice: "La fanciulla ne fu lieta: / e strappò le cuciture. Ed apparve senza vesti, / e rimase tutta nuda: / né provò vergogna alcuna...". Il principe è rimasto fuori dalla sala chirurgica. Sente affilare il coltello. L'angoscia lo attanaglia: "cercò allora di vedere / e tastando la parete / trovò alfine un foro aperto, / e la vide alla fessura, / nuda e ben legata al tavolo. / Amoroso era il suo corpo. / Guardò lei, guardò se stesso, / e ne ebbe un cuore nuovo."
Che miracolo avviene in quel momento nel cuore del principe? Un miracolo tutto cristiano: l'accettazione rassegnata del male mandatogli da Dio. Non più ribellione, disperazione, ma cristiana accettazione. "Quel che Dio ti ha destinato / lascia dunque che si avveri. Non vedrò la morte sua" dice il principe a se stesso e interrompe il macabro sacrificio.
Finisce anche questa favola, con un lieto fine. Dio misericordioso premia la conquistata rassegnazione del principe restituendogli la salute. Ed il principe premia la generosa e santa fanciulla, che era pronta a dar la sua vita per lui, sposandola.

Hartmann è grande poeta d'amore: è minnesanger sempre e comunque. Anche quando l'ispirazione è tipica da uomo del medioevo: la religione sopra ogni altra cosa. E fa poesia d'amore quando parla di religione e fa poesia di religione quando parla d'amore. Forse non è facile capire dove finisce l'amore e dove inizia l'ispirazione religiosa. E viceversa. Ma è molto facile capire dove finisce la teologia e dove inizia la poesia. La grande poesia di un grande minnesanger.

Rimasco Valsesia, maggio 2000

 
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