Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHAN JACOB CRISTOPH - VON GRIMMELSHAUSEN
L'avventuroso Simplicissimus
A cura di Camilla Conigliani, pp. 583, UTET, Torino, 1952.

Se Simplicissimus è il titolo, tutt'altro che semplicissima è la natura di questo romanzo tedesco del Seicento, comunemente liquidato, semplicemente liquidato, come un epigono germanico della letteratura picaresca. Narrazione in forma autobiografica, cioè in prima persona, avventure furfantesche giramondo, fame, sete, povertà, servitù, legnate, pidocchi, furti, capestri: gli ingredienti, tutti gli ingredienti del romanzo picaresco, ci sono. Ma in Simplicissimus c'è molto di più, nel bene e nel male. C'è una visione moderna, quasi illuministica, della condizione umana, la critica cioè della tirannia, dell'assolutismo, della guerra come strumento politico e religioso, della sopraffazione dei più forte sul più debole, e c'è anche, tuttavia, come asimmetrico contrappunto, una visione medioevale del mondo, della cosmogonia, una religiosità retrograda frammista a credenze stregonesche, a superstizioni, a deliranti visioni di bieco oscurantismo...
E non basta: c'è da un lato (il lato migliore del romanzo) uno splendido realismo descrittivo che ci trasporta, anima e corpo, nel pieno della Guerra dei Trent'anni, dandocene un affresco straordinariamente vivo e bellissimo. Ma, parallelamente, ci sono interi capitoli di fantasie visionarie e surreali, con discesa agli inferi, incontri con elfi e silfi, salite all'Olimpo, episodi di magia, presenza di diavoli e angeli...

Grimmelshausen nacque nel 1625 e morì nel 1676: il suo romanzo fu pubblicato nel 1668. Siamo cioè molto avanti nel Seicento, nel resto dell'Europa siamo in piena letteratura da rinascimentale a barocca.
Il medioevo è lontano secoli e secoli e poche decine d'anni ci separano invece dall'avvento dell'epoca dei lumi: Grimmelshausen è una strana figura d'artista che da un lato pare ancora immersa nel medioevo, dall'altro pare anticipare il moderno pensiero illuminista.
Dante a una estremità, Montesquieu all'altra, in mezzo un romanzo picaresco, infarcito però, a differenza del picaresco classico, di un'abbondante (troppo abbondante per il lettore d'oggi) religiosità e di un continuo intento gnomico e moraleggiante.
Non paia troppo citare Dante: ai capitoli XV e XVI c'è una costruzione onirica che sembra un Inferno dantesco coi gironi alla rovescia, non in giù, sotto terra, ma in su, sopra gli alberi, a partire dalle radici, "formate da gente umile, artigiani, braccianti e soprattutto contadini" a salire verso i "rami più bassi" ove "gli uomini dovevano sopportare fatiche, tormenti e disagi anche più gravi" e su, su, verso i rami superiori ove stanno i soldati, la nobiltà, gli alti ufficiali, gli arricchiti. È una visione sistemica dell'umanità, con una scala di valori, come lo è quella dantesca dell'Inferno divisa per gironi o quella paradisiaca divisa per sfere. Ma torna ancora, Dante, in una delle parti più noiose del romanzo, là dove il protagonista scende nel Mummelsee, il lago senza fondo (V, 11 e seg.). Nel profondo delle viscere della terra vive una popolazione di silfi, esseri intermedi tra gli angeli e gli uomini, incaricati dal divino creatore di regolare il flusso delle acque in tutto il sistema idrico terrestre. Il nostro protagonista, guidato da una figura col ruolo di Virgilio, è invitato a visitare e esplorare questo mondo sotterraneo ed è ansiosamente interrogato sullo stato delle vicende terrene dal re dei silfi interessato a come "gli uomini delle diverse classi attendono alla loro missione...". Come nell'Inferno dantesco l'ansia di conoscere le cose terrene, mediatore il protagonista, di provenienza terrena, destinato a tornare sulla Terra...
Grimmelshausen ama molto infarcire le sue pagine di frequentissime citazioni letterarie colte che spaziano dalla Bibbia ai grandi classici greci e latini a Machiavelli e non cita mai, invece, Dante. Non per questo, tuttavia, c'è da credere che non lo conoscesse, almeno per sentito dire.

Ma torniamo alla parte migliore del lungo racconto (il Simplicissimus è una romanzo d'oltre 600 pagine suddiviso in cinque libri di circa venticinque capitoli ciascuno, più un libro finale di "continuazione e fine" e una "relazione" conclusiva), quello propriamente picaresco di tono realistico, quello, per intenderci, che può giustificare ancor oggi l'interesse per una lettura piacevole.
Il periodo storico è la Guerra dei Trent'anni (1618-1648) quella che sconvolse l'Europa a partire dalla cosiddetta defenestrazione di Praga e che fu combattuta fra gli Asburgo di Spagna e d'Austria, gli imperiali, da una parte, e Francia, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Svezia dall'altra, con alterne, sanguinosissime vicende. Una guerra politica (l'imperialismo degli Asburgo) e religiosa (cattolici contro protestanti) che ebbe la Germania, frammentata in principati ed elettorati, come campo di battaglia elettivo. Grimmelshausen era bambino (alla battaglia di Wittstock aveva undici anni) ma certamente vi partecipò, perché a quell'epoca i reggimenti erano pieni di giovanissimi arruolati, addetti ai più disparati compiti e anche ai combattimenti.
Una guerra che sconvolse la vita di mezza Europa per un'intera generazione e che lasciò dietro di sé distruzioni, rovine, sofferenze, atrocità inenarrabili.
Ecco, proprio queste atrocità inenarrabili ce le narra invece Grimmelshausen, come contorno storico, sociale, politico, ambientale nel suo Simplicissimus.
L'obiettivo dell'autore è ben altro che darci un romanzo storico: Grimmelshausen vuole raccontarci semplicemente le strane avventure del suo protagonista, ma poiché le avventure si svolsero in quei tempi e in quelle circostanze di guerra, ecco che "...la coerenza del mio racconto esige che io tramandi ai posteri il ricordo delle atrocità che vennero commesse un po' dappertutto in Germania durante questa nostra guerra..." (I, 4).
Il protagonista è un trovatello senza nome che vive presso genitori adottivi in una landa deserta dello Spessart. Non ha mai incontrato anima viva all'infuori dei suoi familiari, per cui ignora di avere un nome, una identità, un'anima e ignora persino che esistano altri esseri umani. Porta al pascolo le pecore e il suo gran timore è il lupo, che non conosce, e che identifica in tutto ciò che gli fa paura. L'arrivo di una banda di soldatacci che devasta la sua casa lo porta a fuggire. Viene raccolto da un vecchio pio eremita (al termine del romanzo scopriremo che era un nobile volontariamente ritiratosi dal mondo e scopriremo anche che era il padre del ragazzo) e con lui rimane un paio d'anni. L'eremita gli dà il nome di Simplicissimus, gli insegna a leggere e scrivere, gli dà una solida educazione morale e cristiana, gli dà un'anima e una consapevolezza di sé. Alla morte dell'eremita, Simplicissimus, "dominato dal desiderio di vedere il mondo" (I, 13), abbandona il suo romitaggio e nel vicino villaggio assiste alle prime delle tante atrocità della guerra: un contadino chiuso in una botte e sepolto vivo dopo che gli erano stati tagliati naso e orecchie, altri scorticati e segati lungo i fianchi finché non fu asportata loro la pelle e la carne fino all'osso, mentre "mandavano grida strazianti, ma per i soldati questo era solo un divertimento..." (I, 14).
Dopo varie peripezie il ragazzo finisce ad Hanau al servizio del governatore locale (che, molto più in là, scopriremo essere lo zio di Simplicissimus...) e data la sua estrema semplicità viene impiegato come buffone di corte.
Questa semplicità è un po' la chiave di volta della prima parte del romanzo: Simplicissimus è cresciuto come un animale selvatico, estraneo a tutte le ipocrisie del mondo, genuino, semplice, innocente, spontaneo, assolutamente incapace di fingere e di mentire e ogni cosa del mondo è per lui una scoperta inaspettata e sorprendente. Sul piano morale una tabula rasa specchiata e innocente che si stupisce dell'ipocrisia del genere umano: adulazione, cattivi costumi, malvagità, avidità, sono fenomeni che Simplicissimus osserva con l'occhio assolutamente vergine dell'alieno che proviene da un altro mondo e non riesce a capacitarsi di come gli uomini dicano una cosa e un'altra ne facciano... Un modo efficace per dare uno sconsolato affresco della perfidia umana osservandola da un'ottica "esterna", come farà Montesquieu nelle sue Lettere persiane...
Ma Simplicissimus è semplice sì, ma è anche estremamente intelligente, e grazie ai due anni spesi con l'eremita, molto colto: perciò nei panni del buffone di corte impara a destreggiarsi e a fingersi pazzo a proprio esclusivo vantaggio. Assume il ruolo di un vitello - finge cioè di credersi un vitello - e lui che è un buffone di fatto tratta da buffoni tutti coloro che lo circondano: "...il pazzo mondo vuol essere ingannato... feci tutto ciò per prendermi gioco di quelli che pretendevano di avermi per buffone... e con una finzione così abile e un'arte così sottile sapevo scivolare tra le maglie della rete che mi era stata tesa..." (II, 6-7).
Nelle vesti di buffone, anzi, di vitello, Simplicissimus può dire e pensare tutto ciò che vuole, perché ai pazzi anche la tirannide sempre concede libertà di parola. È il salvacondotto che consente all'autore di professare le proprie idee "illuministiche", in pieno Seicento quando ancora si bruciavano al rogo le streghe...
Contro la nobiltà: "proprio questo io sostengo, che le virtù non sempre passano in eredità ai figli e che perciò non sempre i figli meritano i titoli d'onore dei padri... io perciò apprezzo coloro che si rendono nobili con le loro virtù personali" (II, 9).
Contro la guerra: "...quale onore è mai quello ottenuto e conquistato con la strage di migliaia di uomini...?" (II, 9).
Contro l'egoismo delle classi agiate: "...e guardavo in silenzio come si sprecavano allegramente cibi e bevande senza pensare che avrebbero potuto recare ristoro a molte centinaia di profughi che avevano la fame scritta in volto e che cadevano sfiniti davanti alle nostre porte" (I, 29).
Contro la ricchezza e l'avidità: "...la tua ricchezza dovrai pur lasciarla in Terra, e di essa non porterai con te che il peccato con cui l'hai acquistata..." (II, 10).
Contro la dissolutezza dei costumi: "...mi accorsi che quegli invitati divoravano le vivande come porci, bevevano come vacche, si comportavano come asini e infine vomitavano senza ritegno..." (I, 29).
Contro la natura umana e i vizi: "...del resto mi ero già accorto da me che gli uomini possono essere più immondi dei porci, più feroci dei leoni, più lussuriosi dei capri, più gelosi dei cani, più rozzi degli asini, più astuti delle volpi, più voraci dei lupi, più velenosi dei serpenti..." (II, 6).
Ma la vita di buffone dura poco: Simplicissimus è rapito da una banda di soldati croati e poi di malandrini, dagli uni apprende l'uso delle armi, dagli altri l'arte del rubare. Di avventura in avventura si arruola soldato, si fa passare per donna, partecipa a una sanguinosa battaglia...
È la storica battaglia di Wittstock, del 4 ottobre 1636 – di cui leggiamo l'asettico racconto nei libri di storia – e che qui viviamo invece dall'interno, con i piedi infangati nella terra e con tutta la pietà umana di un grande scrittore: "...la terra che è solita coprire i morti era invece allora coperta di morti... teste che avevano perduto i loro padroni e corpi mancanti della testa... ad alcuni si vedevano con raccapriccio uscire le viscere, ad altri il cervello schizzava fuori dalla testa spaccata..., delle braccia giacevano staccate dal busto e le dita si muovevano ancora, come se volessero tornare alla mischia... delle gambe stroncate, benché avessero perduto il peso del corpo che sostenevano, erano diventate molto più pesanti di prima..." (II, 26).
È la dura vita del soldato: la fame, il freddo, le sofferenze, le mutilazioni, le torture inflitte e subite, le malattie, i parassiti: "...i pidocchi mi tormentavano scavando delle gallerie così profonde che temevo prendessero dimora tra carne e pelle..." (II, 28).
Ma le vicende della errabbonda vita di Simplicissimus sono alterne, perché a questo mondo, per il nostro Autore, nulla è più stabile dell'instabilità...
Ora gli tocca la fortuna di una lunga stagione in un convento di suore, ove si riveste di abiti nuovi, mangia a piacimento e impara l'arte della caccia e poi, di seguito, torna al suo reggimento e si distingue e cresce nella considerazione dei suoi superiori sino a diventare, per amici e nemici, una sorta di mito, il mito de "il cacciatore", l'invincibile soldato vestito di verde che supera qualunque prova, vince tutte le battaglie, compie con successo tutte le missioni più pericolose, inventa tattiche e costruisce macchine da guerra straordinarie, conosce alla perfezione il terreno e le sue insidie, compie razzie lucrose, si arricchisce a dismisura con i bottini di guerra, è idolatrato dai suoi compagni, dai superiori, persino dai nemici, è sulla bocca di tutti gli eserciti, compie imprese e beffe che lo rendono famoso e leggendario. Ed infine, ricco, pur essendo ancora giovanissimo, e celebre, si gode un bel periodo di vita borghese con servitù, agi e amene letture. In questo periodo scopre il sesso femminile, per lui cosa del tutto nuova. Rende incinte un buon numero di ragazze e tanto va la gatta al lardo che rimane incastrato con la bella figlia di un colonnello ed è costretto a sposarla, sotto la minaccia della paterna pistola.
Ma la ruota della fortuna gira continuamente. Il commerciante banchiere che gli custodiva il patrimonio fallisce: Simplicissimus abbandona la famiglia per recarsi a Colonia a tentare il recupero del suo denaro, di lì a Parigi ove ha successo persino a corte e diventa attore-cantore, fino a che una dose eccessiva di legnate, "più di quanto non si usi fare in una finzione scenica" (IV, 3) lo persuade ad abbandonare il teatro. Lascia Parigi, si rimette in viaggio, s'ammala di vaiolo, rimasto senza un soldo si trasforma in medico ambulante venditore di false panacee che lui stesso prepara: "una pomata verde con la quale si potevano guarire tutte le ferite e anche le scorticature dei cavalli... una polvere per sbiancare i denti, un'acqua azzurra contro lo scorbuto, il mal di denti e il mal d'occhi..." (IV,6).
E proseguono e proseguono le avventure. Prigioniero. Moschettiere. Una caduta nelle acque del Reno ove rischia di annegare. Il ritrovamento di un amico che lo salva. L'incontro-scontro con un antico commilitone ora trasformatosi in feroce assassino e rapinatore di strada. Con lui condivide alcune rapine, senza raggiungere la brutalità del compagno e, dopo la morte di questi, e il possesso del suo tesoro, è di nuovo la ricchezza. Con l'altro amico, quello che lo aveva salvato e che è l'unico vero amico della sua vita, un lungo pellegrinaggio verso Einsiedeln, in Svizzera, ove c'è un santuario celebre. Bellissimo, dai toni poetici, l'arrivo in Svizzera, il contrasto tra la vita in pace e serenità di quelle genti, non toccate dalla guerra e la vita infernale, invece, lasciata in Germania: "vedevo la gente andare, venire, attendere in pace ai propri affari, le stalle erano piene di bestiame, sulle aie correvano i polli, le anatre, le oche, le strade si offrivano sicure ai viandanti, le osterie erano gremite di gente allegra e spensierata, nessuna paura del nemico, nessuna preoccupazione di essere derubati e spogliati, nessun timore di perdere averi e vita..." (V, 1).

Qui, a Einsiedeln, Simplicissimus incontra il diavolo (sì, il diavolo, e l'aveva già incontrato altre e altre volte, insieme alle streghe e ad altri residui della non sopita cultura medievale di Grimmelshausen...) e si converte, più che ad una vita pia, a pie intenzioni. La vita poi sarà quel che sarà, a seconda di come girerà
 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1 2

1 2