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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
HUGO VON HOFMANNSTHAL
La donna senz'ombra
Sta in Narrazioni e poesie, traduzione di Gabriella Bemporad, pp. 120, I Meridiani Mondadori, Milano, 1984.

"Si tratta anzitutto di un'opera di grande fattura nella quale Strauss impiega tutti i modi della scrittura espressionista della quale condivide i termini linguistici senza aderire alla posizione moralistica che era implicita nella lezione dei Viennesi".
Questo, stralciando da un articolo di critica teatrale musicale sul Corriere della Sera dell'8 marzo 1986 a firma di Duilio Courir. La sera prima ero stato alla Scala a vedermi La donna senz'ombra di R. Strauss, su libretto di Hofmannsthal. Non ci capii niente. L'articolo sul Corriere avrebbe dovuto aiutarmi a capire l'opera. Non solo non capii l'opera, ma men che meno l'articolo. E poco o nulla capii leggendo le quasi cento pagine del libretto d'opera e dei vari commenti contenuti nel piccolo pregiato volume comprato la sera scaligera.
A più di 15 anni di distanza leggo il racconto di Hofmannsthal nell'edizione originale da cui il poeta trasse poi l'adattamento in versi per il libretto Straussiano. È un racconto lungo (o un romanzo breve?) di 120 pagine fitte fitte. E confermo: di nuovo non ci capisco niente.
È una fiaba ove il sovrannaturale e l'umano si incontrano e si misurano l'uno con l'altro.
Sovrannaturali sono un imperatore e una imperatrice.
Lui è innamorato di lei e lei forse non lo è di lui.
Lei non può avere figli, ma lui li desidera.
Per aver figli (e così salvare il marito imperatore che altrimenti è destinato a pietrificarsi) lei deve procurarsi un'ombra, che non ha. Evidentemente l'ombra è simbolo di carnalità (di opacità corporea in un mondo di luce?). L'imperatrice, coadiuvata da una nutrice-maga, scende sulla Terra tra la povera gente e va ad abitare sotto le mentite spoglie di una serva nella casa di un plebeo operaio (un tintore) che ha una bellissima moglie. Anche questa moglie non ha figli e non ama il marito.
Per ottenere l'ombra si deve fare una sorta di patto faustiano, promettendo in cambio, alla donna, peccaminosi piaceri e grandi ricchezze. Dopo infinite peripezie tutte simboliche, esoteriche, incomprensibili, tra cui la presenza dei fanciulli che a piè di nota si scoprono essere "i figli mai nati", finalmente il patto infernale si sta per fare.
L'imperatrice può prendersi l'ombra e raggiungere il suo scopo (avere dei figli, guadagnarsi la serenità, salvare la vita al marito imperatore, amarlo ed esserne amata) ma proprio in quell'attimo fatale scopre di provare pietà per la donna e per il povero e buono marito di lei. Salvando se stessa rovinerebbe loro. E in quell'attimo rinuncia, dice "non voglio".
Lieto fine: il beau geste salva tutto e tutti. Si ameranno felici e contente, e avranno figli, entrambe le coppie.
Questa è la fiaba. Ciascuno la interpreta come vuole. Nel '40, in pieno periodo fascista, fu addirittura interpretata, politicamente e banalmente, come un inno alla fecondità: la fertilità, la procreazione, consacrano e santificano il matrimonio.

Non tutto Hofmannsthal è così difficile. Il Cavaliere della rosa, Elettra, sono comprensibili. I racconti anche. Le poesie meno, anzi, ben poco. Diciamo che è fuori di dubbio un Grande, ma è anche un difficile. La donna senz'ombra è sicuramente la sua opera più difficile e incomprensibile. Più di Andrea e i ricongiunti. Ma non è faticosa da leggersi: tutt'altro. Se mai è noiosa, come tutto ciò che è incomprensibile.
Il racconto è una prosa pulita, lineare, semplice nell'espressione. Ed è attento, preciso, minuzioso, particolareggiato sino all'esasperazione. Cioè scritto con la stessa meticolosa precisione con cui si scrive un racconto "iper-realista" ove la precisione di un particolare è indispensabile alla comprensione. Il fascino del racconto (perché è indubbio che ha fascino) consiste appunto in tutta questa stupefacente, doviziosa, minuziosa, precisione di particolari, su una materia fiabesca e incomprensibile che assolutamente potrebbe farne a meno.
Apriamo una pagina qualunque:
"Vide davanti a sé la nutrice che si voltava a cercarla, volle raggiungerla, fu quasi sommersa in un groviglio d'uomini, a un tratto si trovò davanti agli zoccoli di un grosso mulo, lo sguardo mite e saggio dell'animale incontrò il suo e la rianimò. L'uomo che lo montava colpì alla testa, col bastone, il mulo che esitava a calpestare la donna tremante...".
E poche righe più oltre:
"Vide la nutrice ferma presso una bettola, una baracca all'aperto, che l'attendeva. V'erano dei bei pesciolini rosei e dorati, tra i cui corpi affondavano le mani d'un negro...".
Ecco: tutto è preciso. Nulla è lasciato al caso. Il mulo non è solo un mulo, è un grosso mulo. Lo sguardo è mite e anche saggio. C'è un percorso di sguardi, un incontro, una reazione (si rinfranca).
La bettola è puntualizzata nella sua topografia: è una baracca all'aperto. La mano che fruga tra i pesciolini ha una sua connotazione etnografica, non è una mano qualunque.
Il curioso, il fascino di tutto questo, è che se anziché lo sguardo di un grosso mulo l'imperatrice avesse incrociato lo sguardo di un piccolo coniglietto a macchie nere, non sarebbe cambiato proprio niente. E tra i pesci anziché la mano di un negro avrebbe potuto esserci un nastro di seta rossa con luminescenti striature verticali color oro. Queste osservazioni non sono un DTH hammer gioco al massacro (che ovviamente potrebbe essere condotto ovunque). Sono lo stupore affascinato del lettore per un realismo descrittivo cui non corrisponde alcuna necessità di contenuto. E cosa ci ricorda tutto questo se non l'impianto tipico d'una esperienza onirica? Non è forse nell'incomprensibilità fiabesca e complessa dei sogni che viviamo episodicamente esperienze descrittive altrettanto curiose, precise, particolareggiate, puntualizzate?

Se lo accettiamo come un sogno, un tessuto cioè misto di fantastico e incomprensibile, tutto puntualizzato da particolari invece precisi, realistici, concretissimi, ecco che il racconto di Hofmannsthal diventa, se non comprensibile, almeno "giustificato". E quindi interessante. Estremamente interessante e affascinante.
Ognuno di noi vive i propri sogni. Hofmannsthal, con una maestria suprema di narrazione, ci invita a seguire un suo sogno. E ce lo racconta in modo perfettamente strutturato, completo, esaustivo, regalandoci anche, in sovrapprezzo, un lieto fine.
Non è poca cosa. Certamente è il sogno più ricco, più completo, più circonstanziato, più bello, cui ci toccherà mai di partecipare.
E poi, quando l'avremo fatto nostro, sarà Richard Strauss a farci un ulteriore regalo. Immenso.
Musicherà per noi il nostro sogno. Con momenti di bellezza suprema. Centottantamila note (sono 180.000: qualcuno le ha contate) armoniose e bellissime per dare un ulteriore spessore poetico a questo strano e incomprensibile (ma poetico) sogno di Hugo von Hofmannsthal.

Milano, aprile/maggio 2001

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
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