Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOSEPH ROTH
Giobbe. Romanzo di un uomo semplice.
Traduzione di Laura Terreni, pp. 156, sta in Opere, vol. II, Bompiani, Milano, 1987.

La leggendaria figura di Giobbe, tra le più conosciute e citate dell’antica letteratura ebraica, viene riproposta in versione “umana”, realistica ed attuale, da Roth in un breve, bellissimo romanzo, Giobbe appunto, del 1930, Romanzo di un uomo semplice.
Il Giobbe leggendario era tutt’altro che un uomo semplice: era un uomo potente, ricco, dotato, fortunato, colto, intelligente. All’improvviso il suo dio, nel quale credeva devotamente e le leggi del quale rispettava alla lettera, inizia ad infierire brutalmente contro di lui, mandandogli ogni sorta d’immeritate sventure e disgrazie.
Giobbe sopporta stoicamente ogni cosa perché la sua religiosità, profonda, totale, assoluta, glie lo impone. E poi, all’ennesima prova, si ribella e chiede conto alla divinità del perché di tanta incomprensibile ferocia. Nella mentalità ebraica c’è una sorta di parità contrattuale fra l’uomo e Dio: un “do ut des” istituzionalizzato che non permette nemmeno alla divinità, pur nella sua onnipotenza, di venir meno ai patti. Nella leggenda di Giobbe la divinità tradisce il patto e Giobbe, quando infine ne è certo, glie ne chiede conto. Il Giobbe ebraico può trattare con il suo dio da pari a pari, perché è un uomo superiore ed è consapevole della propria superiorità, della propria innocenza, dei propri diritti.
Il nostro Giobbe, invece, nel romanzo di Roth, è un uomo d’infimo livello, umile, povero, modesto, sfortunato, miserabile, consapevole della propria nullità. Un disperato ed un emarginato, l’opposto esatto del Giobbe leggendario. Perciò ci commuove e ci appassiona, ben più del Giobbe biblico, figura troppo lontana da noi e dal nostro sentire.

Siamo in Volinia (in Volinia era nato Roth) negli anni che precedono la prima guerra mondiale.
Il nostro uomo si chiama Mendel Singer. È un ebreo credente e praticante, trentenne circa, poverissimo, con moglie e tre figli. “A dodici scolari di sei anni egli insegnava a leggere e a imparare a memoria la Bibbia... Ciascuno dei dodici gli portava ogni venerdì venti copechi. Erano le uniche entrate di Mendel Singer.” (I).
Quando il rapporto tra i coniugi si stava ormai spegnendo per stanchezza, Deborah, la moglie, dà alla luce un quarto figlio, Menuchim, “ultimo fallito frutto del suo ventre” ormai “secco e sterile” (II).
Perché “fallito”? Perché Menuchim è idiota e semiparalitico. Il medico del posto, in occasione della vaccinazione antivaiolosa, si dichiara pronto a prendere con sé il bambino e curarlo, ma Mendel rifiuta: “Non c’è dottore che lo possa guarire se Dio non vuole. Deve forse crescere in mezzo a bambini russi? Mangiare carne e latte e polli fritti col burro, come li danno in ospedale? Noi siamo poveri, ma l’anima di Menuchin non la vendo per il solo fatto che la sua guarigione può essere gratuita!” (I). Tentano un’altra strada i due, più vicina alla loro fede e alle loro credenze: Deborah porta il bambino in città, dal “rabbi”, un santone, taumaturgo, capace di miracoli. E il rabbi così si esprime: “Menuchim, figlio di Mendel, guarirà. Pari a lui non ce ne saranno molti in Israele. Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte… Non temere, va a casa!”. La madre chiede disperata “Quando, quando guarirà?” e il rabbi risponde “Dopo lunghi anni… ma non chiedermi di più, io non so altro…” (I).
Passano gli anni. Deborah e Mendel invecchiano attaccandosi morbosamente al bambino infermo. Una sola volta Menuchim apre bocca e parla: dice “mamma”. E poi tace per sempre. Intanto gli altri tre figli, una femmina, Mirjam, e due maschi, Jonas e Schemarjah, si fanno grandi. La maledizione di Giobbe colpisce Mendel proprio attraverso loro. Lo Stato vuole i due ragazzi soldati e per Mendel e la moglie il servizio militare è sacrilego ed inaccettabile. Invocano Dio perché glie li faccia ammalare (così come invocavano Dio perché gli facesse guarire Menuchim) ma non ottengono la grazia ed entrambi sono giudicati abili al servizio militare. Ancora una volta, come all’epoca della visita al rabbino, Deborah parte per la città, questa volta per cercare di ottenere l’esenzione dei figli dall’obbligo militare. Si rivolge ad un faccendiere di nome Kapturak, una sorta di potente rabbino laico (il suo ufficio è in una taverna) cui la gente si affida per scrivere petizioni, lettere d’amore, vaglia postali e ancora per cavare i denti e tagliare i capelli.
Bellissima la trattativa per il viaggio alla città. Si fa portare da un carrettiere con un vecchio ronzino ed ottiene il passaggio offrendo, in cambio, il costo per far ferrare a nuovo il cavallo e far cerchiare una ruota. Kapturak chiede quanti soldi ha Deborah:
“- Ventiquattro rubli e settanta copechi. Un rublo l’ho già speso per venire da te…
- Dunque sono rimasti soltanto ventitre rubli e settanta copechi, troppo pochi per due figli… Contrattarono per una mezz’ora. Poi Kapturak si dichiarò soddisfatto di venticinque rubli per uno solo. - Per lo meno uno - pensò Deborah” e tornò a casa tormentandosi su “come poteva fare distinzioni tra i suoi figli - Jonas o Schemarjas - si chiedeva instancabilmente…” (IV). E mentre il suo cuore si lamentava, la ragione le diceva che era meglio che solo uno andasse soldato, piuttosto che tutti e due.
E’ Jonas che parte soldato, e sarà perso, forse perso per sempre. Mentre Schemarjah viene prelevato da emissari di Kapturak e fatto espatriare clandestinamente, con un fortunoso viaggio durante il quale c’è un addio alla sua Terra, alla sua patria, che suona commovente e bello come il celebre addio di Lucia ai suoi monti e al suo lago.
Senza i loro ragazzi per casa cominciarono i “giorni vuoti, giorni di pena. Una casa senza figli – pensava Deborah -. Tutti li ho partoriti, tutti li ho allattati, un soffio di vento li ha dispersi. Si guardava intorno in cerca di Mirjam, di rado trovava la figlia a casa. Menuchim soltanto era rimasto…” (V).
Dopo tanto tempo giunge un messaggero da parte di Schemarjas e porta una lettera e dei dollari. Il ragazzo è in America. Ha anche cambiato nome: ora è Sam. Manda del denaro perché vuole che la sua famiglia, al completo, lo raggiunga negli Stati Uniti. Ma Mendel e Deborah no, non potranno mai partire: Menuchim non può essere fatto viaggiare e mai e poi mai lo abbandonerebbero.
Una notte di luna Mendel si trattiene, solo con se stesso, in un campo, tra il grano ormai alto: medita, prega, pensa ai suoi figli lontani.
All’improvviso sente il rumore di qualcuno che sopraggiunge. Si nasconde stendendosi a terra. È una coppia, abbracciata in cerca di sesso, che viene nel campo per appartarsi nell’erba. “Ed ecco che le spighe si divisero, l’uomo sbucò per primo, un uomo in uniforme, un soldato col berretto blu scuro, con stivali e speroni, il metallo luccicava e tintinnava appena. Dietro a lui balenò uno scialle giallo, uno scialle giallo, uno scialle giallo. Risuonò una voce, la voce della ragazza…”.
È l’ennesima sventura di Giobbe che si abbatte su Mendel. Quello scialle giallo, ripetuto ossessivamente tre volte, è lo scialle di Mirjam: la ragazza si dà ai soldati. Peggio: ai cosacchi! L’indomani Mendel, dopo questa ennesima batosta, è costretto – per cercare di portare in salvo la sua Mirjam – a prendere una decisione che mai avrebbe voluto prendere. “Partiamo per l’America. Menuchim dovrà restare qui. Dobbiamo portare Mirjam con noi. Una sventura ci pende sulla testa se restiamo…Va con un cosacco!” (VI).
E per partire per l’America terzo viaggio in città… Dopo quello per il rabbi, dopo quello per il servizio militare dei figli, ora le pratiche, lunghe e difficili, per i documenti necessari per abbandonare il Paese ed emigrare negli Stati Uniti. È Mendel questa volta che va in città. E ci scontriamo con la burocrazia zarista, la corruzione, l’indolenza degli impiegati e dei funzionari. È di nuovo il faccendiere Kapturak che risolve ogni problema e consente a Mendel di venire a capo di qualcosa che mai, da solo, avrebbe saputo dipanare. Sulla via del ritorno il carro su cui viaggia Mendel scivola in un fossato e il timone e una ruota si sfasciano. Devono rimanere lì “tutta la notte. L’indomani si sarebbe visto il da farsi”. Gran stizza del carrettiere che per cinquanta copechi gli ha dato il passaggio. Come don Abbondio se la prende con quelli a cui salta per la testa il grillo di sposarsi e lo fanno per mettere nei guai i poveri parroci, così, negli stessi termini, il nostro cocchiere: “Ma anche voi, cosa viaggiate sempre per il mondo! È il diavolo che vi spinge da un posto all’altro. Noi altri si resta sempre dove si è nati…” (VII).
I documenti ora sono pronti. Menuchim sarà lasciato in affidamento ad una coppia cui si concederà l’uso gratuito della casa della famiglia Singer. Mirjam, innamorata del suo cosacco, corre una volta ancora nel folto delle coltivazioni di grano, prima che il grano sia tagliato e lei non sappia dove potersi nascondere nei suoi abbracci. Negli Stati Uniti, la ragazza, ben lo sa, in città, non ci saranno più campi di grano in cui celarsi…
Abbandonare Menuchim costa un sacrificio indicibile a Deborah e Mendel, che al bambino sono morbosamente attaccati. Mancano ancora due settimane alla partenza e se Dio in quelle due settimane facesse il miracolo di guarirlo… Si potrebbe andare dal rabbi - propone Deborah - e chiedergli il miracolo, ma Mendel non ci sta: “Tu sai che io non ci credo. Nessun ebreo ha bisogno di un intermediario col Signore…”. Ma i giorni passano e non succede nessun miracolo e arriva il giorno della partenza e del distacco da “Menuchim l’idiota”: “lacrime nude scorrono sul viso nudo” e il monotono rumore del treno che li porta lontano dalle loro radici sembra ripetere “incessantemente: non abbandonarlo, non abbandonarlo, non abbandonarlo!” (VIII).
Viaggiano tre giorni, cambiano treno due volte e raggiungono Brema dove si imbarcano sul piroscafo. Prima di essere spinti sull’interponte, a loro destinato, “fu loro concesso di dare un’occhiata alle sale da pranzo di prima e di seconda classe…”.
Quindici giorni dopo sbarcano in America. Ad accoglierli il figlio Schemarjah, ora Sam, e l’amico americano Mac.”Tutti gli altri vanno in quarantena. Voi no! Mac ha sistemato tutto. Ha due cugini che sono impiegati qua dentro…” (IX).
Pietosa nei loro confronti la burocrazia dell’immigrazione: solo quattro giorni rimangono chiusi in un recinto, poi Mac li libera. Durante il trasferimento Mendel sviene. Al risveglio, in quel mondo così diverso e così estraneo, Mendel si chiede: “Sono ancora Mendel Singer? Dov’è mio figlio Menuchim?Gli pareva d’essere stato cacciato fuori di se stesso, d’ora innanzi avrebbe dovuto vivere separato da se stesso… e il suo cuore cominciò lentamente a farsi di ghiaccio… Era già solo, Mendel Singer: era già in America…” (VIII).

Siamo a New York. È la parte seconda del romanzo. Mendel è un altro uomo: il suo cuore è a casa, con Menuchim, il suo corpo è qui, staccato dalla sua anima. Questa spersonalizzazione gli consente di adattarsi perfettamente a tutto. Non un gesto, non un pensiero di ribellione. Assuefatto alle sofferenze e alle disgrazie, non le teme più. Non è Giobbe: non chiede al suo dio ragione delle proprie sofferenze. Le ha accettate, ha accettato tutto, è indifferente a tutto. E proprio ora incomincia, sembra cominciare, il suo riscatto. Sam si sta arricchendo, è un boss, nel suo lavoro. “Mirjam era una signorina distinta, col cappello e le calze di seta. S’era fatta brava. Anche lei guadagnava dei soldi: Mac se la intendeva con lei, meglio Mac che i cosacchi, era il migliore amico di Schemarjah…” (X). Da Jonas arrivano finalmente, dopo tanto tempo, notizie. E sono buone. È ancora soldato, è felice del suo stato. Ha deciso che resterà soldato anche dopo la fine del servizio militare. Ma la notizia più sorprendente arriva da casa e riguarda Menuchim. Così dice la lettera della famiglia che lo ha in affido:
Il dottor Solysiuk lo ha visto. Non poteva crederci. Vogliono mandare Menuchim a Pietroburgo, i grandi dottori vogliono rompercisi la testa. Un giorno, era un giovedì pomeriggio, era solo a casa e c’era la stufa accesa come ogni giovedì, è caduto fuori un pezzo di legno ardente, ora tutto il pavimento è bruciato e le pareti bisogna pitturarle. Costa un bel po’ di denaro. Menuchim è corso in strada, ormai sa anche correre benissimo, e ha gridato: Il fuoco! E da allora dice qualche parola” (X).

Ma dura ben poco la stagione del riscatto e della felicità. Ben lo sa Mendel che rifiuta di cambiare replicas de relojes suizos quartiere e andare a vivere in una zona di New York più dignitosa. “La contentezza – Mendel – la portava come un vestito altrui preso a prestito.

Suo figlio traslocava nella zona dei ricchi, Mendel restava nella sua viuzza, nella sua casa, con le lampade a petrolio azzurre in compagnia dei poveri, dei gatti e dei topi” (XI). Mendel non trasloca, ha paura: “Non voleva imbaldanzire troppo. Ora che tutto cominciava ad andare bene, non bisogna provocare la collera di Dio”. (XI). È l’antico concetto della “ubris” della letteratura greca, qui riproposto in chiave ebraica, ma identico. E quando l’ultimo sogno bellissimo di Mendel sta per realizzarsi (l’amico Mac è pronto a partire per la Russia per andare a prendere Menuchim e portarlo a casa in America) ecco che le sofferenze di Giobbe riprendono a colpire il pover’uomo, ormai sessantenne, già con la vista indebolita, le spalle curve, le mani tremolanti. In Europa è scoppiata la guerra e Mac non può più partire per un paese in guerra. E le disgrazie piovono di nuovo sul capo di Mendel, una dietro l’altra.
Jonas, in Europa, è dato per disperso e Mendel sa, sente dentro di sé, che è morto. Mac parte per la guerra che, ora, coinvolge anche l’America e Schemarjah lo segue: si arruola volontario perché sente di doverlo, questo, alla sua nuova patria. E muore. Sarà Mac a tornare riportando a casa “l’orologio di Sam e gli ultimi saluti” e il portafoglio e un portamonete, e ad appoggiarli silenziosamente sul tavolo, consegnandoli così a Mendel e a Deborah.
Di fronte alla terribile notizia e ai piccoli oggetti appartenuti al figlio “Deborah comincia a cantare… una vecchia canzone ebraica senza parole, una ninna nanna tetra, per bambini morti… Ad un tratto dal petto di Deborah esce un urlo. Suona come l’ultimo resto di quella melodia che ha cantato prima, una nota che è uno schianto, un’esplosione. E Deborah cade dalla sedia. Giace, molle massa piegata su di sé, sul pavimento.” Mandano a chiamare un medico:“Il dottore siede sulla sponda del letto e dice – È morta! – Anche Menuchim è morto, solo, in mezzo a estranei, pensa Mendel Singer.” (XII)
Ora, come il Giobbe della leggenda ebraica, Mendel cerca la sua colpa, vuole capire il perché di tanta sofferenza. Ma mentre Giobbe, uomo giusto, pio, senza peccato, non trova alcuna colpa in sé e ha, sente di avere, il diritto di rivolgersi al suo dio
 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1 2

1 2