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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
FRIEDRICH SCHILLER
Don Carlos
Sta in Teatro, traduzione di Barbara Allason, pp. 140, Einaudi, Torino, 1969.

La storia di Don Carlos è arcinota, anzi il mito (ché la storia, per quel che se ne sa, è ben diversa): a Carlos, figlio ventenne del dispotico Filippo II, è stata promessa in sposa la coetanea Elisabetta di Valois, figlia del re di Francia. Ma per ragioni di opportunità politica Filippo cambia idea e sposa lui stesso la giovane principessa, sottraendola così al figlio ormai innamorato. L'amore fra i due giovani, mai confessato nemmeno fra loro, assolutamente platonico, si mantiene pericolosamente nascosto nella tetra corte cinquecentesca, fra intrighi, gelosie, trame, congiure. Carlos in quella corte, chiusa, reazionaria, dispotica, inquisitoria, è un personaggio scomodo e pericoloso, perché manifesta simpatia per la causa dei Paesi Bassi, in rivolta contro il tirannico Filippo. E così, con il pretesto dell'amore incestuoso per la sposa del padre, i cortigiani colpiscono Carlos alle spalle ed eliminano lui ed Elisabetta.
Questo il mito, raccontato da un numero sterminato di poeti e drammaturghi.
Schiller lo fa proprio e lo trasforma. Da dramma principalmente d'amore, dramma privato, lo innalza a dramma politico. Il Carlos schilleriano è sì un innamorato frustrato, ma è anche e soprattutto un romantico che si immola per un ideale di libertà, quasi di democrazia. Tramite principale di questa dimensione ideale e libertaria è la figura del marchese di Posa che Schiller rende il vero protagonista del dramma, aumentandone a dismisura il peso rispetto al ruolo assolutamente irrilevante che il personaggio aveva nel racconto di Saint-Real, fonte di tutti i Don Carlos della letteratura e del teatro.

Carlos e Posa erano bambini insieme. Carlos voleva da Posa confidenza e amicizia. Ma non riceveva che rispetto e obbedienza: Posa gli si inginocchiava davanti e "questo - diceva - spetta al figlio del re". Sino a che un giorno Carlos assume su di se una colpa di Posa e viene frustato al suo posto: "...il tuo Carlos fu punito come si puniscono gli schiavi. Il dolore mi face digrignare i denti, ma non piansi. Sotto i colpi inesorabili colava il mio sangue regale: io ti guardavo e non piansi. Poi tu venisti piangendo forte e mi cadesti ai piedi. Sì, esclamasti, il mio orgoglio è vinto. Quando sarai re ti ripagherò!".
Su questo debito di gratitudine Schiller annoda e dipana l'intera storia. Posa vuole ottenere che Carlos si rechi nelle Fiandre al posto del duca d'Alba, feroce esecutore di roghi e di massacri. Lo allontanerebbe così dalle gelosie private di Filippo e salverebbe dal martirio quel lontano e amato Paese. Per far ciò approfitta dell'enorme credito che ha su Filippo. Un credito che si è guadagnato grazie al suo atteggiamento libero e anticortigianesco in un momento in cui Filippo, circondato solo da cortigiani ipocriti, complottisti, cacciatori di favori, è assetato di umana comprensione, di amicizia, di solidarietà, di sincerità. Ma il piano di Posa non va a segno, le cose precipitano, Carlos sta per cadere in trappola grazie agli intrighi della principessa d'Eboli, innamorata respinta. In un estremo tentativo di salvare Carlos, Posa si offre come capro espiatorio e rende a Carlos adulto l'antico servigio ricevuto da Carlos bambino: prende su sé le colpe di Carlos, l'amore per la regina e le trame con i ribelli delle Fiandre. Il re cade nella trappola e fa uccidere Posa. A questo punto Carlos sarebbe salvo: ma il prezzo della propria salvezza sarebbe lasciar credere colpevole Posa. Carlos non accetta e preferisce andare incontro alla propria rovina pur di riabilitare Posa agli occhi del tirannico Filippo. "Per salvarmi si gettò incontro alla morte, e vi soggiacque - grida Carlos con disprezzo al padre davanti al cadavere dell'amico assassinato - guardate, egli è morto per me. Il suo cuore era ricco abbastanza da darvi, col suo superfluo, la gioia. Le briciole del suo ingegno sarebbero bastate a far di voi un dio. Avete defraudato voi stesso: con che somma potrete mai ricomprare un'anima come questa? Qui io rinuncio a tutto ciò che nella vita mi attende. Cercatevi un figlio fra gli estranei" E abbracciando il cadavere dell'amico conclude: "...i miei regni sono qui".
Ancora un incontro furtivo con la regina, un saluto mentre dal campanile suona la mezzanotte ("l'atroce campana che suona l'ora del nostro addio" dice la regina) e la tragedia si conclude con l'arresto di Carlos e della regina da parte dell'Inquisizione, ciò che significa sicura condanna.

Don Carlos è un dramma di costruzione complessa e faticosa, molto intrigato: intrigato in senso letterale, con un eccesso di intrighi, di andirivieni drammatici, di espedienti teatrali, di attese, di colpi di scena. Costò fatica a Schiller: dopo una prima stesura in prosa, tre stesure in versi, rifacimenti continui, ripensamenti. L'impressione è che l'ispirazione fosse di carattere storico più che poetico e che Schiller abbia voluto costruire un dramma in cui calare come protagonista se stesso, i suoi propri ideali libertari e democratici. Se stesso nelle mentite spoglie del marchese di Posa, un personaggio inventato per intero da Schiller, appena citato da Saint-Real e appena citato anche dallo Schiller scrittore di storia, nelle pagine sulla rivolta delle Fiandre.
Sono Posa e Filippo i due personaggi più completi, più definiti e più poetici dell'intero dramma: e cioè il poeta nel suo alterego drammatico e il proprio antagonista, il tiranno per eccellenza.
Al centro del dramma l'incontro fra i due, con pagine di alta eloquenza e alcuni momenti di grande poesia. Filippo, il più grande dei re, il despota, l'onnipotente, ha intorno a sé solo cortigiani ossequiosi. In un momento di sconforto e di smarrimento, sotto la dura scorza del tiranno, compare l'uomo. Ed è solo. Ha bisogno di scoprire la verità. E solamente un amico può fargliela scoprire, un uomo, non un cortigiano.
"Ora dammi un uomo, provvidenza divina: ti chiedo un amico, perché non sono, come te, onniveggente. Io ho bisogno della verità: dammi un uomo privilegiato, dal cuore aperto e puro, dal limpido spirito e dagli occhi non prevenuti, che può aiutarmi a scoprirla...".
Quest'uomo è Posa, l'unico di tutta la corte a non aver mai cercato i favori del re, il più schivo, il più discreto, il più disinteressato ("siete stato davanti al vostro re e non avete chiesto nulla per voi, nulla... ciò mi riesce nuovo" dice Filippo sorpreso e ammirato...).
Nulla per sé, chiede Posa, ma molto, moltissimo DTH bit, non per sé, ma per lo spirito illuminista e romantico di Schiller... "Per me la virtù ha un suo intrinseco valore - dice Posa - e io sono pericoloso perché ho pensato al di là dei miei limiti: io sono il contemporaneo di coloro che verranno.
Mentre voi, sire, trasformavate l'uomo da creatura di Dio in creazione vostra, a questo individuo di nuova formazione davate voi stesso come Iddio. Voi avete bisogno di simpatia, sire: ma a un Dio non si dà simpatia, davanti a un Dio si prega, si sacrifica, si trema...
".
Posa va dritto al suo scopo: chiede clemenza per le Fiandre, dove lui viaggiando si è imbattuto nei roghi dell'Inquisizione, in ossa umane carbonizzate, nel silenzio lugubre dei cimiteri...
"Sire, volete costruire per l'eternità o seminare la morte? L'uomo, l'uomo libero, vale assai più di quello che voi, sire, lo valutate. Spezzerà i vincoli del lungo sonno, reclamerà i suoi sani diritti. Finirà per iscrivere il vostro nome accanto a quello di Nerone... Un tratto della vostra penna, sire, e l'Europa è ricreata. Sire: dateci la libertà di pensiero!".

"Per Dio, costui mi prende l'anima" dirà tra sé e sé Filippo.
Ed è vero: il "costui" è la creazione forse più sincera del poeta Schiller: proprio perché il marchese di Posa e Friedrich Schiller sono la stessa persona.

Milano, luglio 2001

 
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