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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ADALBERT STIFTER
Abdias
Sta in Racconti, introduzione e traduzione di Ines Badino Chiriotti, pp. 105, UTET, Torino, 1956.

"È dell'ebreo Abdias che voglio raccontare: attraverso vite come la sua si è indotti a chiedersi: «Perché mai questo?» e ci si impiglia in un cupo arrovellarsi sulla provvidenza, sul destino e sulla ragione ultima delle cose...".
Inizia più o meno così il lungo e celebre racconto di Stifter: Abdias. E dopo averlo letto vien proprio da chiedersi "Perché mai questo?". Ma nel senso di: perché Stifter ci ha raccontato la storia di Abdias?
Attenzione: in teoria potresti chiedertelo di qualunque racconto, romanzo, poema, di qualunque sinfonia o concerto, di qualunque dipinto. Ma non te lo chiedi mai. Invece Se non sapessi che Stifter si inventa le storie che ti racconta e tu le credessi invece storie vere, non te lo chiederesti.buy replica watches online
È proprio la modalità del raccontare, in Stifter, che stupisce e lascia perplessi e pone la domanda del perché. Perché le storie son tali che Stifter non ne sembrerebbe l'autore, bensì il relatore di fatti realmente accaduti. Come se il disegno narrativo, i fatti, le conseguenze, gli avvenimenti, il cosa succede, fossero appunto disegnati dal destino. Il destino non è consequenziale. Non segue una logica narrativa. Non si fissa, come fa un narratore, su un elemento , perché poi ha in animo, quell'elemento, di svilupparlo nelle sue logiche conseguenze. Cioè il narratore ha un progetto narrativo e ne tira le file. Il destino no. Il narratore va dritto. Il destino va a zig-zag. Ecco: la particolarità dei racconti di Stifter è questa. Una meticolosa, minuta, precisa, quasi millimetrica raccolta testimoniale di avvenimenti che sembrano sfuggire ad un piano narrativo intenzionale, che paiono andare per proprio conto, proprio come va il destino. Come se l'autore subisse il racconto, anziché esserne l'inventore e il regista.
Siamo in sostanza nel filone del naturalismo, ma portato alle estreme conseguenze.omega replica watches uk
L'atmosfera del racconto si fa così quasi religiosa, solenne: perché è il fato che scrive questa storia, non è Stifter, e quindi non puoi discuterla, la prendi così com'è. In silenzio.
"Di ciò che l'onda del futuro ancora nasconde noi possiamo supporne solo la millesima parte del millesimo" dice Stifter all'inizio del racconto . E così infatti è. Perché la vita di Abdias, come ce la racconta Stifter, va dove vuole il fato, non dove vuole l'autore.

Abdias è un ebreo che vive (siamo forse nei primi anni dell'Ottocento, l'autore non lo specifica...) da qualche parte in Africa "in fondo al deserto, nell'interno dei monti dell'Atlante", e ha casa nelle rovine "di un'antica città romana dimenticata dalla storia, che l'europeo segnò sulle sue carte solo in questi ultimissimi tempi: prima non aveva idea della sua esistenza"... Appena grandicello il padre Aronne gli dice "eccoti una moneta d'oro e un cammello: fin tanto che non avrai guadagnato quanto può spendere un uomo in tutta la sua vita, non ti darò più nulla e nulla avrai alla mia morte se ti dimostrerai un inetto...". E lo spedisce in giro per il mondo. Abdias sta via 15 anni: "non conosceva le lingue e le imparò tutte, non aveva denaro e lo guadagnò...". Torna ricco e maturo. Si sposa con una bella ragazza ebrea di nome Debora. Muoiono padre e madre. Continua per anni a allontanarsi da casa per i suoi affari: è una sorta di beduino commerciante carovaniere che va in giro a dorso di cammello e guadagna una fortuna. Ma è in un ambiente ostile. Una notte, tornando a casa, la trova devastata e saccheggiata dal suo nemico Melek-Ben-Amar. "E proprio quella notte Debora aveva dato alla luce una bambina, nata anzitempo per lo spavento della madre ...".
Quella stessa notte Debora muore, per una emorragia. Abdias compra un'asina da latte, mette a posto le sue cose, paga i suoi debiti e lascia per sempre (col proposito di tornare a vendicarsi di Melek, cosa che mai farà) la sua terra.
Va in Europa. Acquista un'intera vallata in una zona alpina disabitata (siamo forse in Boemia oppure in Austria, vicino a Linz, ove abitava Stifter?) e si costruisce una casa. Adesso tutta la vita di Abdias è in funzione della bambina, il cui nome è Dita.
Dita sembra mentalmente ed emotivamente ritardata. Quando ha quattro anni e ancora non cammina e non parla, Abdias si accorge all'improvviso che la bambina è cieca, dalla nascita. Ecco il perché del ritardo. Fa venire i migliori medici oculisti e la sentenza è sempre la stessa: cecità. Da quel momento in poi Abdias vive esclusivamente per la sua bambina e alle sue già tante ricchezze ancora tante ne aggiunge, per assicurarle un futuro il migliore possibile. Durante un violento temporale un fulmine colpisce la casa di Abdias e attraversa la stanza di Dita. Il forte lampo dà la vista alla bambina. Dice lo scrittore: "Abdias cominciò ora ad insegnare alla figlia a vedere". Le scene che si susseguono sono di una precisione e di una bellezza incomparabile. Il metodo che il padre si inventa per aiutare la bambina a scoprire i colori, le forme, il mondo circostante (oggi diremmo il trattamento psico-fisio-terapeutico...) è un capolavoro di intelligenza, di sensibilità e di poesia. "Le mostrò la terra, la morbida e dolce culla della valle che si stendeva davanti a loro e le disse che quello era il terreno sul quale aveva sempre camminato, il verde morbido sotto i loro piedi era l'erba... La condusse alla fontana del cortile, aprì davanti a lei il rubinetto di metallo, fece zampillare il getto e le mostrò quel che per lei era sempre stato un miracolo: l'acqua. Ne attinse un bicchiere e le fece bere un sorso di quel flutto chiaro, cristallino, fresco...".
Abdias per la gioia della guarigione di Dita letteralmente rinasce. Ritorna in lui la voglia di lavorare. Costruisce nei suoi terreni una vera e propria azienda agricola. Abbellisce e amplia la casa. Assume servitori. Compra nuovi terreni. Intanto la figlia cresce, si sviluppa, si fa bellissima e già Abdias comincia a pensare per lei ad un fidanzato quando, un pomeriggio in cui nei campi esplode un temporale, nuovamente cade un fulmine. "Abdias non fece in tempo a volgere il capo che la luce era già svanita. Alla vampa seguì uno scoppio, breve, fioco. Dita si appoggiò all'indietro, contro un covone di fieno, immobile e rigida. Il padre non gridò: fissava la creatura che gli stava davanti e non poteva credere che fosse sua figlia con gli occhi chiusi e le labbra sempre così ciarliere serrate e mute. La scosse, le parlò, ma, lasciata la presa, la fanciulla cadde: era morta!".
"Così finì la vita e la carriera dell'ebreo Abdias": sotterrata la figlia ("deposero il giglio nella terra") il vecchio ebreo diventa pazzo e vive ancora – senza vita – altri trent'anni. "Quanti anni sarà vissuto? Chissà! Alcuni dicono più di cent'anni".

Il racconto è diluito – come sempre in Stifter – in interminabili minute descrizioni di particolari assolutamente irrilevanti. Ad esempio vediamo Abdias chino sulla moglie moribonda: si tira su per andare a prendere qualcosa da mangiare e "nell'alzarsi dovette però stirarsi un po' per poter camminare, perché durante il breve reclinarsi i dolori gli si erano molto acuiti...". E poco dopo: "intanto la pioggia era aumentata, cioè era rimasta fine, ma non più intermittente, bensì continua...". Oppure, tornando con l'asina da latte: "qui la legò con cura e riattò il chiavistello di legno che la porta aveva all'interno, onde poterlo spingere di notte quando si dormiva...". L'intensità della pioggia, il chiavistello di legno, i dolori ai muscoli tolix chair delle gambe: sono tocchi descrittivi minuti e realistici che non trovano alcuna necessità oggettiva nell'impianto narrativo, che non hanno alcuna importanza nel racconto ove non ritornano più nelle loro conseguenze e tuttavia hanno un'importanza enorme per Stifter che ce ne offre a profusione, ad ogni passo.

Uno strano narratore, unico nel suo  . E strano anche per certi altri particolari (e qui forse dovremmo chiamare Freud in causa) reiterativi nelle sue storie. Ricordiamo Tormalina? Là c'era un padre che da solo cresceva una figlia. La figlia era un po' ritardata. Era pressoché analfabeta. Aveva una malformazione (acromegalia). Anche qui, in Abdias abbiamo un padre che da solo cresce una figlia ritardata, analfabeta, con una malformazione...

Analogie troppo strette per non indurre curiosità nel lettore, e che tuttavia rimarranno curiosità senza risposta: Stifter non ebbe un suo Eckermann, come l'ebbe Goethe, che potesse chiedergli il perché e il percome delle sue creazioni.

while the latter is known to be one of those handful of haute horlogerie watchmakers who work completely alone as they create some of the most traditionally beautiful – and of course, also staggeringly finished – timepieces
 
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