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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LUDWING TIECK
Il gatto con gli stivali
Sta in I romantici tedeschi, vol. IV, traduzione di Enrico Bernard, pp. 90, Rizzoli, Milano, 1997.

Il gatto con gli stivali è una delle più celebri fiabe di Perrault (1628-1703), poi rimaneggiata da molti. La storia la conosciamo. Un padre, buon'anima, morendo lascia in eredità ai tre figli un cavallo, un bue e un gatto. Gli animali di valore toccano ai due figli più grandi. Al più piccolo, che in Tieck si chiama Gottlieb, tocca il gatto. Parrebbe una gran sventura e invece ecco che il gatto si rivela una fortuna, perché è un gatto con doti portentose. È intelligente, abilissimo, ha l'uso della parola e calzando i suoi famosi stivali è anche in grado di correre alla velocità del vento. Nel Paese c'è un re che non riesce a maritare ad alcun principe pretendente la figliola, dai gusti inaccontentabili. Il gatto si accattiva le simpatie del re, ingraziandoselo di continuo con ottima selvaggina che gli porta in regalo a nome di un immaginario conte, che altri non è che Gottlieb, il suo padroncino. Quando il re e la figlia vogliono conoscere questo conte e si mettono in viaggio per raggiungerlo, il gatto costringe gli abitanti, incontrati dal re, a dichiarare che le terre che loro lavorano appartengono tutte al conte. Con un trucco finale il gatto presenta al re il suo padroncino elegantissimo in abiti regali: la principessina se ne innamora e i due finiscono sposi. A suo tempo Gottlieb erediterà la corona e diventerà re.

Tieck (1773-1853) ci fornisce una drammatizzazione della fiaba, cioè la trasforma in un testo teatrale. Ma in modo ben diverso dalle fiabe drammatiche per esempio del suo contemporaneo austriaco Raimund (1790-1836), per il quale le fiabe sono fiabe e tali rimangono, in tutta la loro credula bellezza, in tutta la loro trasognata identità, in tutto il loro supposto realismo.
Raimund ripropone a teatro la fiaba tal quale essa è. Entra nella poesia della fiaba e la scompone in parti drammatiche mantenendone tutto l'incanto.
Tieck invece fa tutt'altra operazione. Irride la fiaba. La anatomizza nella sua irrealtà, la commenta, la smonta, la rimonta, la viviseziona, la chiosa di notazioni socio-politiche legate alla propria realtà storica. E ne approfitta per una facile polemica col gusto popolare dell'epoca e - la storia letteraria ci dice - alcuni successi teatrali suoi contemporanei. Per far questo introduce un numero rilevante di personaggi nel ruolo di spettatori o di addetti al teatro. Come nell'antico "teatro nel teatro" (viene in mente Il cavaliere dal pestello splendente del repertorio elisabettiano di due secoli prima) il pubblico si inserisce nell'azione drammatica e fischia e applaude e corregge e critica e loda e partecipa e rumoreggia. E tutto in Tieck diviene "personaggio" teatrale, anche la figura del macchinista di scena, anche il suggeritore, anche la scenografia "enormemente commossa all'applauso di un simile pubblico" (epilogo). L'autore (non Tieck, ma quello che Tieck propone nel ruolo di personaggio-autore) continuamente interloquisce col pubblico (non quello vero, ma quello che Tieck propone nei ruoli di personaggio-pubblico) e difende la sua opera e la spiega e la giustifica. "Ho tentato di ricreare in voi le lontane emozioni dell'infanzia, speravo che avreste percepito come bambini lo spirito della favola senza prenderla più seriamente di quello che è"... recita l'autore-personaggio e di fatto dice esattamente il contrario di quello che l'autore-autore, cioè Tieck, si è riproposto di fare. Che difatti non è ricreare le antiche emozioni, ma anzi, ironizzarle e cancellarle, attraverso la satira e la continua distruzione dell'illusione scenica.
Tieck ci mostra e ci mette a nudo la vacuità della fiaba, la stupidità di un re capriccioso e infantile, l'inconsistenza di una principessa ignorante e sciocchina, l'iniquità delle autocrazie, l'onerosità del fisco, l'ingiustizia delle leggi non condivise dal popolo. Eccetera.
Risultato: si perde del tutto la poesia della fiaba e nulla si guadagna in letteratura e in pensiero o in critica sociale o anche in semplice riflessione.
L'impressione che ne rimane alla lettura (la messa in scena è quasi impossibile per la complessità degli artifici rappresentativi, dei trasformismi, del gigantismo pletorico delle scenografie e del cast) è quella di un freddo esercizio letterario, di un labirintico gioco degli specchi che non porta ad alcun apprezzabile risultato.
Se Il gatto con gli stivali non fosse di Tieck, figura storica fondante del Romanticismo tedesco, probabilmente oggi il testo sarebbe del tutto dimenticato.
Eventualità che Tieck ha scaramanticamente scongiurato mettendo in bocca a Hanswurst, uno dei personaggi "metateatrali" della sua commedia, la battuta iconoclasta: "Io sostenevo che una certa commedia, Il gatto con gli stivali, che oltretutto mi risulta del tutto sconosciuta, non è altro che una commedia da quattro soldi"...

Rimasco in Valsesia, 5/10/03


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