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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
MASHA ROLNIKAITE
Devo raccontare, Diario 1941-1945
Traduzione di Anna Linda Callow, pp. 284, Adelphi, Milano, 2005.

Non è opera di letteratura, è Storia. Non libro di storia, ma Storia, un pezzo di Storia. Cioè quando oggi si scrive, o fra cent'anni si scriverà, un libro di storia incentrato sullo sterminio degli ebrei, questo diario di Masha Rolnikaite costituisce, e costituirà, documento e testimonianza.
E Masha avrà raggiunto il suo scopo, raccontare alla gente ciò che "deve raccontare".
Il diario, scritto in yiddish e poi dall'autrice stessa tradotto in altre lingue, comincia il 22 giugno del 1941 quando i tedeschi entrarono in Vilna, in Lituania. Masha ha 14 anni e appartiene a una famiglia ebrea. Il padre è avvocato, su posizioni filocomuniste.
Subito, il primo giorno, la famiglia si divide, il padre scompare. Masha rimane con la madre e altri tre, tra fratelli e sorelle, una giovincella come lei, gli altri due più piccoli.
Esplode subito, regolamentato dagli occupanti tedeschi, l'antisemitismo: il simbolo cucito sugli abiti, il divieto di andare a scuola, il divieto di camminare sui marciapiedi, di frequentare locali pubblici, di salire sui mezzi di trasporto.
Al termine dell'estate la situazione precipita e tutti gli ebrei sono rinchiusi in un ghetto murato. Abbandonano le loro case, ogni loro avere, e vengono stipati a vivere in comune in appartamenti sovraffollati, sino a otto, dieci famiglie per appartamento, e privi di ogni comfort. I più fortunati ricevono una tessera che li abilita al lavoro fuori del ghetto: tra questi la madre di Masha prima, Masha stessa poi. Non è lavoro vero, è sfruttamento schiavistico. Freddo, fame, frustate, norme severissime. E costantemente, su di loro, l'incombere della morte. Incursioni continue, nel ghetto, di soldataglia lituana fascista e di soldati tedeschi. Arresti e fucilazioni, di continuo.
Una sera Masha si convince - e i fatti per fortuna la smentiscono - che l'indomani la fucileranno. Questi i suoi pensieri: "Non vedrò più, non sentirò, non proverò e non vorrò mai più niente. Non sarò più io. Quello che è intorno sarà sempre com'era. I campi fioriranno, gli uccelli cinguetteranno nei boschi, nelle città fremerà la vita, a scuola si terranno le lezioni. Ma io non sarò in nessun posto, né a casa, né per la strada, né a scuola..." (p. 61).
Arriva il primo inverno, fa freddo, non c'è il riscaldamento e non ci sono cappotti perché nel ghetto si è stati trasferiti in estate e - ripensa Masha - "qualcuno diceva che non c'era bisogno di prendere i cappotti: prima dell'inverno la guerra sarà finita..." (p. 72). Il calendario corre: "oggi - scrive Masha nel suo diario - è il primo giorno di scuola. Di sicuro è già suonata la campanella. Tutti sono in classe. Al mio banco c'è un posto vuoto..." (p. 78).
È il giorno ebraico della espiazione: "una giornata triste. I vecchi digiunano, pregano, implorano misericordia al Signore dell'universo. Fiato sprecato: se ci fosse un Dio, non permetterebbe tutti questi massacri..." (p. 79).
Durante un'incursione (vengono i soldati nel ghetto, rastrellano persone e le portano nel sobborgo di Ponar dove saranno fucilate) Masha assiste a una scena raccappricciante: "spostano la credenza e fanno irruzione nella stanzetta. Uno strappa il bimbo dalle braccia della madre e tenendolo per i piedini lo sbatte contro il muro... la madre impazzisce. Viene condotta a Ponar tenendo in braccio il corpicino rigido del suo figlioletto..." (p. 94).
Le ordinanze del commissariato del ghetto si susseguono. Non si può introdurre nel ghetto cibo, legna, giornali... Oggi ne arriva una nuova, di ordinanza: "agli ebrei è proibito avere figli: un popolo che è stato condannato all'annichilimento non deve mettere al mondo una nuova generazione." (p. 96). E guai a chi non le rispetta, le ordinanze. Al ritorno dal lavoro, rientrando nel ghetto, non si possono portare più di dieci pfennig. Il sovrintendente ne trova venti addosso a una donna. "Ordina che sia portata nella stanza della guardia, spogliata nuda e punita con venticinque frustate. Sono cinque poliziotti a frustarla, ognuno le assesta cinque frustate..." (p. 116).
Nella Lituania occupata dai tedeschi, e per di più nel ghetto, le notizie del teatro di guerra scarseggiano. Ma ogni tanto qualcosa trapela: "Una consolazione: quest'inverno Hitler schiatta di sicuro. Al fronte i tedeschi si stanno prendendo delle belle batoste..." (p. 126).
Nel ghetto i rinchiusi sono molte migliaia, quasi ventimila persone. Ogni tanto, con l'inganno, facendo credere che si tratta del trasferimento ad altra località, qualche centinaio di persone viene portato via. Questa volta li hanno caricati su un treno, dicendo che li avrebbero portati a Kovno: "nei vagoni la gente sedeva tranquilla, parlava solo di come sarebbe stata la vita a Kovno... All'improvviso il treno ha rallentato la corsa. Un bosco! Soldati! Alcuni si gettano a sfondare le grate delle finestrelle... si mettono a saltare, a correre... i soldati aprono il fuoco... giovani, vecchi, donne, bambini... i feriti cadono, i sani si gettano addosso ai soldati e strappano loro i fucili dalle mani, li strangolano, ma stramazzano sotto i proiettili... i feriti si torcono dal dolore, gridano, chiedono aiuto... i soldati inseguono gli infelici, inciampano nei morti e nei feriti, infilzano con le baionette tutti quelli che incontrano... i binari sono pieni di morti, anche i fossi sono pieni... i carnefici si aggirano tra i morti, li osservano, a uno danno una pedata, a un altro una spinta con il calcio del fucile, un altro ancora lo rivoltano velocemente per convincersi che sia morto... se sospettano che qualcuno sia ancora vivo gli cacciano la baionetta nella pancia..." (p. 140).
L'indomani del massacro, i soldati ritornano nel ghetto riportando gli abiti dei massacrati (li daranno alle donne ebree perché li lavino e li riparino e poi li riutilizzeranno mandandoli al fronte). Masha si commuove a vedere quei vestiti vuoti: "lì c'è il soprabito di un bambino, quanti anni aveva il bambino che lo portava?... ancora ieri, solo ieri, sotto quei vestiti battevano cuori vivi, solo ieri queste erano persone vive..."(p.140-142). Dopo il massacro "i poliziotti del ghetto sono tornati a tarda sera. Hanno un aspetto sinistro" (p. 142). Chi sono i poliziotti del ghetto? Alcuni sono lituani filonazisti, altri sono ebrei collaborazionisti. "Uno l'hanno portato in stato d'incoscienza. In un cadavere mutilato con la testa sfondata ha riconosciuto sua madre..." (p. 142).
Nel ghetto ci sono anche organizzazioni clandestine di partigiani. Non fanno grandi cose, ma qualcosa fanno. I tedeschi rispondono con rappresaglie. Quando ne prendono uno lo torturano e poi lo impiccano.
A fine settembre '43 il ghetto viene "liquidato". Gli abitanti vengono trasferiti. L'angoscia è terribile: trasferiti per davvero o trasferiti per finta e poi uccisi? E se trasferiti, dove? Nei lager? Nei campi di sterminio? Piove, piove e piove e sotto l'acqua, nel freddo, migliaia di persone vengono movimentate tra file di soldati, mitra puntati, cani feroci, con ore e ore e ore di attesa, immobili sotto la pioggia, chi si muove viene ucciso. Ecco i ricordi di Masha: "e la gente continuava ad arrivare... Nel ghetto non sembrava ci fossero tante persone. Presto sarà buio. Finché ancora si vede voglio guardare gli alberi, i nidi degli uccelli, i rami, le case lontane, ogni finestra. Non li vedrò mai più. Tutto vive: ogni fogliolina, ogni goccia di pioggia, perfino un piccolo insetto. L'insetto sarà vivo anche domani, ma noi non ci saremo..." (p. 173). Quel giorno, il 24 settembre del '43, durante il trasferimento, Masha verrà separata dalla madre, dalla sorella, dai fratellini. La sorella sopravviverà, come Masha. La madre e i fratellini no. Non li rivedrà mai più.
Masha viene trasferita prima in un lager, poi in un altro, poi in un altro ancora. Le pene e le umiliazioni del ghetto sono niente rispetto a quando vivrà nei lager, l'ultimo dei quali è un campo di sterminio. Legnate, pugni, calci, frustate. E fame. E freddo. E sadiche torture, tipo obbligarle a saltare, lei e le sue compagne, a terra, con la posa delle rane, sino a sfinirle.
Di continuo le selezioni: quelli vecchi o più malandati o coperti di piaghe vengono uccisi e poi cremati. Chi è giovane e ha ancora qualche forza in corpo, viene tenuto vivo e fatto lavorare. Masha passa tre mesi ai lavori forzati presso la fattoria d'un ricco e sadico contadino. Quando la stagione agricola termina è rispedita al lager. L'ultimo dei lavori cui viene adibita è spogliare i cadaveri degli eliminati e strappar loro i denti d'oro. Nel lager muoiono circa mille persone al giorno. E Masha non ce la fa. Ha solo 17 anni. Aveva resistito ai lavori fisicamente più duri. Ma questo è al di là delle sue forze.
Intanto siamo arrivati al 1945, la guerra si combatte in terra tedesca, l'armata rossa è vicina, vicinissima al lager nei pressi di Riga ove Masha è prigioniera. Ci sono i primi bombardamenti. La ragazza si ammala, gravemente, proprio mentre la liberazione si sta avvicinando. Dopo un ultimo massacrante trasferimento a piedi, un arretramento di colonne di internati, spinti da soldati tedeschi in fuga all'avanzare dell'armata rossa, finalmente i tedeschi abbandonano i loro prigionieri chiudendoli in un capannone e si danno alla fuga. "Qualcuno sta bussando alla parete e dice qualcosa in polacco. Che cosa grida? Grida che l'armata rossa è già entrata in paese e i tedeschi sono scappati" (p. 278).
Masha è sopravvissuta: "Nel paese arrivano ambulanze, accorrono altri militari. Uno si offre di aiutare nel trasporto, un altro mi porge un pezzo di pane, un terzo mi dà i suoi guanti. Sono così buoni con me che mi viene da piangere. I soldati mi consolano, mi calmano. Uno tira fuori un fazzoletto sporco e, come si fa con un bambino piccolo, mi asciuga le lacrime. Non piangere, sorellina - dice - non lasceremo che qualcuno ti faccia più del male!".

Masha Rolnikaite è nata nel 1927. Il diario copre il periodo dal 22 giugno 1941 al 10 marzo 1945. È un diario scritto dalla bambina nei giorni del ghetto, in parte conservato, in parte andato perduto, e poi ritrascritto subito dopo la riacquistata libertà. Negli anni successivi alla liberazione, ritrovati il padre e la sorella, Masha visse sotto l'impero sovietico durante il regime di Stalin prima, di Kruscev poi. Anche grazie all'aiuto di Ilja Eremburg il suo diario fu infine pubblicato, dai sovietici, ma solo nel 1963. Non con troppo entusiasmo e dopo averlo sottoposto a purghe e censure per ragioni ideologiche. Oggi il diario è stato tradotto in 18 lingue e ha raggiunto una discreta notorietà.
Tuttavia non quella che sarebbe auspicabile ottenesse: l'antisemitismo non è morto, anzi, è in piena recrudescenza, e non a tutti fa comodo che libri-testimonianza come questo di Masha abbiano larga diffusione.
Ilja Eremburg nella sua prefazione al diario di Masha cita una frase d'un poeta polacco, Tuwim: "l'antisemitismo è la lingua internazionale del fascismo...". Ma tralascia di spiegare cos'è il fascismo oggi. Qual è oggi il suo colore politico. Sotto quali bandiere e sotto quali simboli milita.
Masha ha raccontato la sua storia perché "la doveva raccontare". E noi dobbiamo qualcosa a Masha. La dobbiamo leggere. E far leggere.

Milano, 04/12/05


 

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