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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ISAAC BASHEVIS SINGER
Racconti
A cura e con un saggio introduttivo di Alberto Cavaglion, pp. 1650, I Meridiani Mondadori, Milano, 1998/2000.

I Racconti di Singer sono un patrimonio di etnografia, di sociologia, di geografia, e sono pagine di storia.
Un viaggio completo, vasto, dettagliato (e bellissimo), in un mondo (anzi, in due mondi) a noi lontani. Un viaggio nella cultura delle comunità ebraiche dell'Europa orientale (la cultura yiddish), più specificamente in Polonia e in quelle regioni limitrofe tra le repubbliche baltiche e la Russia, in un'epoca un po' fuori dal tempo tra la fine dell'Ottocento e la prima guerra mondiale. E un analogo viaggio in quelle stesse comunità, fra i sopravvissuti allo sterminio nazista, negli Stati Uniti, nei primi anni dopo il termine della seconda guerra.
Specie quelle nella terra d'origine sono comunità chiuse: sembra non esistere un mondo diverso dal loro, al di fuori di loro. Ciò che è esterno a loro (forse i polacchi, forse i lituani, i russi, gli ucraini) non li tocca, non entra nella loro comunità. Le regole sono ferree, naturalmente bibliche, e permeano costantemente e totalmente la loro vita. Innanzitutto il rabbino, che è il capo della comunità, indiscusso ("E quando Rabbi Chazkele diceva una cosa, nessuno lo contraddiceva", Il Becchino). E poi tutta una sequela di personaggi, ciascuno con un suo ruolo rituale. Il macellatore, che uccide gli animali con la precisione prescritta dai riti. Il becchino, che oltreché sotterrare i cadaveri ha il compito di purificarne i corpi, cucire i sudari... L'addetto ai bagni rituali. I guardiani delle sinagoghe. Gli assistenti del rabbino. I sensali di matrimonio.
È tutto un mondo che si muove con una sua complessità rituale che Singer ci racconta come fosse la cosa più naturale, più ovvia del mondo. C'è severità fra questa gente, ma c'è anche comprensione e partecipazione. I bisogni del singolo sono i bisogni della comunità. Ci si aiuta, si fa molta elemosina. La ricchezza viene accumulata, magari con la tipica avara oculatezza dell'ebreo, ma poi può succedere che la si lasci tutta in eredità alla comunità, o la si consumi tutta in elemosina. Il peccato, la colpa, non è un fatto individuale, ma è una macchia sull'intera comunità. I legami di famiglia sono molto sentiti: se necessario ci si aiuta, perché è un dovere, anche se i legami si sono allentati, anche se non c'è affetto.
Protagonista è l'uomo, la donna, ufficialmente, ha un ruolo gregario, deve tacere e servire il marito, tuttavia non sempre tace e serve, spesso è lei che domina e che prevarica. Dio è onnipresente, permea di sé ogni cosa, sempre e comunque. È presente anche nella vita, nella condotta, nel modo di pensare di chi è ateo. E gli atei sono tanti, tra gli intellettuali, nell'altro dei due mondi, quello dei sopravvissuti in America.

Nel "vecchio mondo" il dottor Solomon Margolin, un medico (Un matrimonio a Brownsville) sì "era stato assillato dalle grandi domande dell'uomo", ma aveva fede nell'umanità, aveva speranza in un avvenire migliore. Ora invece, nel nuovo mondo, si pone altre domande: "perché Dio - o come altro lo si voleva chiamare - aveva creato un Hitler, uno Stalin? che bisogno aveva delle guerre mondiali? E del cancro, degli attacchi di cuore? L'immortalità esisteva? E l'anima? Tutti gli argomenti pro e contro non valevano un pizzico di polvere...". E non sapendo darsi delle risposte, oggi è ateo. Ma è un ateo ebreo, anche se non sa in cosa consista questa sua ebraicità.
Nel nuovo mondo i sopravvissuti sono benestanti, spesso sono ricchi. Ma su di loro è caduta un'ombra. La malinconia. Del sopravvissuto, dell'esule, dell'apolide, del trapiantato, di chi è privato delle proprie radici. La malinconia di chi non ha più desideri.
Harry Bendiner (Vecchio amore) ha sotterrato due mogli e due figli.
È solo, è vecchio, è ricco, vive in un grattacielo di Miami Beach. L'unica incombenza quotidiana è quella d'aprire ogni giorno la corrispondenza: assegni di reddito che gli affluiscono e che ogni giorno versa in banca. Non sa nemmeno con esattezza a quanti milioni di dollari ammonti il suo patrimonio. "Da una parte affluiva denaro, dall'altra la morte gli portava via tutti". Tornando a casa dalla banca "diede qualche occhiata alle vetrine. Che cosa poteva comprare, della roba esposta? Non desiderava niente. Da adesso fino alle cinque, quando si sarebbe preparato la cena, non gli occorreva assolutamente nulla".
A volte può essere l'amore a ridare il senso della vita a chi l'ha perduto, a riscattare una vita di sconfitte, a riportare luce nel buio malinconico del sopravvissuto. Perché l'amore non conosce età: Harry "sognava ancora a occhi aperti; fantasticava di successi inattesi, virilità recuperata, avventure galanti. Il cervello non voleva accettare la vecchiaia. Era animato dalle stesse passioni della gioventù". E così un giorno ha un incontro bellissimo con una sua vicina di appartamento di Miami, vedova, non vecchia, ancora bella, ricca e colta, anche lei una sopravvissuta, una sola, una malinconica. Lei è vedova d'un uomo che ha molto amato, cui è stata fedele l'intera esistenza. Ma anche lei per un attimo si lascia prendere dal sogno. Sognano insieme una bellissima vecchiaia in comune. Fanno progetti. Vivranno insieme. Viaggeranno. Andranno a Israele. Ma il sogno dura solo un attimo. Quella notte lei si butta giù dalla finestra del grattacielo e lascia per lui una lettera "Caro Harry, perdonami. Devo andare da mio marito. Se non ti è di troppo disturbo, dì il Qaddish per me. Io pregherò per te di lassù. Ethel". Quella momentanea riscoperta di felicità l'ha indotta al suicidio. Una cosa è sognarla o rimpiangerla, la felicità, e una cosa è tornare davvero a riviverla, con un altro uomo. L'amore per il primo marito ha prevalso: quando Ethel si è resa conto che poteva davvero avere una seconda vita, la fedeltà verso la sua prima vita - l'amore eterno - le ha impedito il sogno.
In un altro racconto (Un matrimonio a Brownsville) abbiamo ancora un sopravvissuto. Si è costruito una vita di apparente successo economico e professionale, a New York, ma il suo cuore è morto là, prima della guerra, nel vecchio mondo. Sono morti tutti, assolutamente tutti. Torturati, bruciati, fucilati, asfissiati. Tra cui il suo grande amore di gioventù, Raizel, la figlia di Melekh, l'orologiaio. Ma una grigia sera d'una domenica invernale il nostro uomo si reca controvoglia a una festa di matrimonio di sopravvissuti come lui, tutti spettri provenienti dal vecchio mondo. E lì incontra Raizel. È lei, è viva, è giovane, è bella, è libera: "...questo è il giorno più bello della mia vita, è come se fosse arrivato il Messia, come se fossero resuscitati i morti..." esclama il nostro sopravvissuto "e subito sentì un fremito dimenticato da anni, quello del desiderio giovanile". "In un attimo era tornato tutto: l'imbarazzo, l'agitazione, la gioia... la fissò e seppe che il suo amore era rinato, forte come prima ". Ma anche questo ritorno alla felicità non si realizza. Perché quello che il dottor Solomon Margolin (così si chiama il sopravvissuto) sta vivendo - nel racconto - in realtà non lo sta vivendo in vita, ma in morte. Il suo taxi, nel portarlo alla festa di matrimonio, ha avuto un incidente. E lui è morto. "una sterzata al momento sbagliato e tutti i 10025-83-9 progetti di un uomo in questo mondo sono ridotti a zero".


Singer oscilla (ed è alta poesia) tra un realismo preciso, dettagliato, spesso di crudo naturalismo: "Sul letto di ottone c'erano un gigantesco cuscino e una coperta rossa piena di macchie. Avevo voglia di stendermi, ma il lenzuolo aveva un'aria sudicia. Mi sembrava di sentire l'odore dello sperma di chissà quanti turisti. L'accappatoio e il pigiama erano chiusi in valigia e non avevo la forza di aprirla. Inoltre perché fare un bagno, se subito dopo dovevo infilarmi in quel letto sporco..." (Il pullman) e un surrealismo di fiaba, d'altri tempi, dove il confine tra il reale e l'irreale, il vero e il sogno, la vita e la morte, si stempera nel racconto e il racconto si fa poesia, grande poesia.
Tra questi racconti dove reale (anzi: iper-reale) e surreale si mescolano tra loro in una sorta di poesia della vita terrena che trascende senza soluzione di continuità in quella ultraterrena, ce n'è uno (assolutamente bellissimo) dal titolo Breve venerdì.
Siamo nel vecchio mondo. Shmul-Leibele, un sarto stupidotto, povero, generoso, pio, buono come il pane, umile, disprezzato dalla comunità, vive nella felicità suprema dei semplici, insieme con la moglie Shoshe. Si amano teneramente, anche se sono entrambi emarginati dalla comunità, per la loro umile semplicità. Una notte invernale e fredda di venerdì, Shoshe, la moglie, ha preparato al forno tutti i cibi rituali per la festa del sabato, l'indomani. C'è gioia, c'è attesa, c'è trepidazione, come per ogni sabato, dai due sposi molto sentito nella sua santità rituale. Vanno a dormire. Si stringono, si accarezzano, fanno l'amore. La capanna è calda, perché il forno è acceso. Nella notte muoiono asfissiati dalle esalazioni del forno. Si accorgono di essere morti. "«Shoshe, mi è venuta una paralisi» disse sottovoce. «Dio mio, anche a me!» fece lei. «Non riesco a muovere neanche un dito». Rimasero a lungo immobili e in silenzio, immersi nel loro torpore. Poi Shoshe riprese: «E se fossimo già morti e sepolti?» «Ho paura di sì» rispose Shmul-Leibele con una voce che non era più di questo mondo. «Devono essere stati i vapori sulla stufa» ... «Ma io ti avevo detto che volevo aprire la cappa» «Ormai è troppo tardi» «Dio abbia pietà di noi! E adesso che cosa facciamo? Eravamo ancora giovani...» «Pazienza. Era destino, ecco.». «Ma perché? Era tutto pronto per il sabato, avevo preparato una cena così buona... Un collo di pollo intero, con le rigaglie...». «Ora non abbiamo più bisogno di mangiare.». «Ci hanno già sotterrati, Shmul-Leibele. È finita. Sono contenta di essere vicino a te» mormorò lei.
Shoshe avrebbe voluto chiedere un'altra cosa, ma si vergognava un po'. Le sarebbe piaciuto sapere che fine avesse fatto il pranzo che aveva preparato per il sabato. Lo avevano tolto dal forno? E chi lo aveva mangiato? Ma si rendeva conto che quelle erano curiosità indegne di una morta. Non era più Shoshe l'impastatrice: era un corpo purificato, avvolto nel sudario, con due cocci sugli occhi, un cappuccio sul capo e qualche ramoscello di mirto fra le dita. I brevi anni di ansie e tentazioni erano davvero finiti. Shmul-Leibele e Shoshe erano entrati nel mondo vero. I due sposi tacquero, poi udirono in quel silenzio un battere d'ali e un canto sommesso: un angelo del Signore era venuto a prendere il sarto Shmul-Leibele e sua moglie Shoshe per condurli in paradiso".
Il vecchio mondo, il nuovo mondo: nei racconti di Singer è un continuo saltare dall'uno all'altro. Nel vecchio mondo c'è fede e ad ogni domanda c'è una risposta. Nel nuovo mondo c'è solitudine e le domande non trovano risposta. "Perché - come dice Harry in Vecchio amore - dopo quanto era successo agli ebrei in Europa, bisognava essere scemi per credere in Dio". La verità la dice uno dei sopravvissuti alla festa di nozze di Un matrimonio a Brownsville: " La verità è che siamo morti tutti, diciamolo pure. Ci hanno sterminati, annientati. Anche i sopravvissuti si portano la morte nel cuore...".
Singer (1904-1991) è scrittore yiddish. L'yiddish è un dialetto ebraico-polacco, parlato oggi nel mondo da poco più di un milione o due di ebrei dell'Europa orientale sopravvissuti allo sterminio. Un dialetto divenuto lingua letteraria di recente, agli inizi del Novecento. Singer, naturalizzatosi americano, ha continuato per l'intera vita a scrivere solo in yiddish, poi partecipando a tradurre in inglese. Ha ricevuto il premio Nobel nel 1978. Dalla sua vasta produzione di romanzi e racconti la parte migliore è - a detta di Claudio Magris - data dai racconti. Brevi entità compiute e perfette.

Venezia, 26/5/02

 
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