Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
WILLIAM SHAKESPEARE
Lucrezia
Sta in L'opera poetica, a cura di Roberto Senesi, pp. 146, Oscar Mondadori, Milano, 2000.

Lucrezia è il simbolo della fedeltà coniugale, della virtù e della modestia femminile. Violentata da Tarquinio, ne chiede vendetta e poi si uccide, per lavare col proprio sangue l'onore perduto, la ferita inflitta, senza che lei lo volesse, al letto coniugale, alla dignità del marito.
Su questa vicenda mitica dell'antica Roma, raccontata da Tito Livio, da Ovidio, oggetto perenne di leggende, di poesia, di pittura, Shakespeare nel 1594 pubblica, dopo Venere e Adone, il secondo dei suoi poemetti, The rape of Lucrece.
Erano gli anni della peste, i teatri erano chiusi, i teatranti disoccupati: dopo il poemetto di Adone in cui una Venere sensuale e lussuriosa seduce un giovane innocente e ingenuo, ecco ora l'inverso, la storia d'un uomo lussurioso che seduce, con la forza, quindi violenta, una donna onesta e virtuosa.
Venere e Adone era, per Shakespeare, un divertimento, Lucrezia invece è un poemetto tragico. Un breve poemetto: 1855 versi suddivisi in 256 stanze rimate di sette versi ciascuna. Trattandosi di Shakespeare, il breve poema va letto, indiscutibilmente. Ma non fosse stato di Shakespeare forse sarebbe oggi nell'immenso repertorio della tanta letteratura dimenticata e persa nei secoli.
Eppure a Shakespeare, a se stesso, quel poemetto piaceva. Anzi, si dice che lo giudicasse fra le cose migliori tra quelle da lui scritte.

È un'opera barocca, molto barocca, cioè sovraffollata di preziosismi senza fine, di sterminati compiacimenti retorici, un'opera molto ragionata, molto decorata, eccessivamente "lavorata" dall'autore, quasi avesse voluto dare una dimostrazione della propria capacità poetica, una "lezione", un saggio di quanto sapeva fare in un campo evidentemente non suo.
Mentre Venere e Adone ha una sua freschezza lirica, una sua leggerezza, una sua musicalità che lo rende piacevole a leggersi, The rape of Lucrece è, in buona parte, greve, faticoso.
Quando oggi definiamo "barocca" un'opera d'arte abbiamo, in genere, due modi d'intendere quest'unica categoria di giudizio. Un modo positivo, soprattutto in campo musicale, ove barocco è sinonimo di gaio decorativismo, il bello formalmente bello, magari povero di contenuti, ma elegante e piacevolissimo nella forma. E un modo negativo di intendere la categoria del barocco, legato più alle arti figurative, ove barocco significa ridondante di preziosismi, di manierismo, di retorica.
Ecco: Venere e Adone è "quel barocco", Lucrece è "questo barocco". Uno è distensivo, l'altro è faticoso.

Proviamo a leggerlo, questo The rape of Lucrece.
Ecco Tarquinio che avendo sentito da Collatino "che ricchezza impagabile gli avesse donato il cielo con la bella sposa" (17, 18) abbandona furtivamente il campo ove ad Ardea erano adunati gli uomini e raggiunge la casa di Collatino e la di lui moglie, Lucrezia, "correndo a spegnere i tizzoni che gli bruciavano il ventre" (47).
Lucrezia è tanto bella quanto gentile: Tarquinio è il figlio del re, quindi lei lo accoglie, gli dà ospitalità. Giunge la notte. "Quell'ora di notte che assomiglia alla morte... ed è il momento più adatto per aggredire l'agnello inconsapevole" (162, 167). Sono tutti a dormire. "Travolto dalla sua libidine il principe balza dal letto" (169, 170) e dopo essersi dibattuto in problemi di coscienza si convince che in fondo a guidarlo altro non è che l'amore. Forza la serratura. Entra in camera di Lucrezia che dorme. Scosta le cortine del letto, ne illumina il corpo con la torcia. L'ammira abbagliato, estasiato, infuocato di libidine. "Come il sole che bello e fiammeggiante emergendo coi raggi da una nuvola acceca la vista a ognuno, aperte le cortine a Tarquinio cominciano a chiudersi gli occhi accecati da un lume ancora più grande..." (372, 375). Abbiamo la descrizione del corpo di lei addormentata che è una pagina di splendida poesia erotica, degna di Properzio. "Sotto la rosea gota la mano di giglio riposa defraudando il cuscino di un bacio legittimo..." (386, 387). Il cuscino, la mano, "i capelli che come fili dorati giocavano col suo respiro" (400), "i globi d'avorio dei seni cerchiati d'azzurro..." (407): è un quadro di grande bellezza e di grande poesia quello che si offre alla vista dell' "usurpatore osceno" (412).   E inizia lo scempio: "la mano che orgogliosa di tale compito marcia, in fumante arroganza, a prendere possesso di quel seno nudo, prima fortezza dei suoi territori..." (437, 439).
E iniziano i barocchismi, i concettismi, i manierismi, le forzature retoriche, il figurativismo poetico d'un certo modo di far poesia che non è quello che ci aspettiamo da Shakespeare: ecco le venuzze azzurre dei seni di Lucrezia che diventano personaggio, scandalizzate gridano contro il "nemico orrendo e con grida confuse la spaventano" (445). Le venuzze azzurre dei seni. Ma andando avanti Lucrezia sarà scomposta e anatomizzata in mille pezzi, ciascuno personaggio autonomo e indipendente, l'anima e il cuore, la mente e la mano, il sangue e gli occhi, i pensieri e la lingua e le vene...
Figure retoriche di maniera che troviamo talvolta nel drammaturgo, ma con ben altro spessore poetico, e in un'economia distributiva ben diversa.
"Questa notte, Lucrezia, ti dovrò godere e se resisti - dice - ti avrò con la forza: ti sfiancherò nel tuo letto e alla fine ucciderò uno schiavo qualunque in modo da distrugger il tuo onore oltre che avere spento la tua vita, perché lo metterò fra le tue braccia morte giurando poi d'averlo ucciso per averlo sorpreso nell'amplesso..." (512, 518). È un ricatto a cui Lucrezia non può opporsi, un gesto che le darebbe "perenne infamia" (1638). È costretta a cedere. Subisce violenza, "come candida cerva fra gli artigli affilati di un grifone" (543). Lei piange, ma "la lussuria di fronte alle lacrime diventa anche più dura..." (559).
Ora il misfatto è compiuto, è stato "insozzato il purissimo letto" (684), "il lupo ha ghermito la preda" (677)... C'è qualche nota di bruciante realismo: dopo la violenza, spenti i carboni ardenti nel ventre di lui, è costretta "lei a sostenere il peso di una lussuria spenta, lui a reggere il fardello di una mente in colpa... imprecando al piacere che ormai lo disgusta ..." (734, 735, 742).
Ora brama lui di vedere giungere la luce del mattino, la teme lei volendo nascondere nel buio della notte la propria vergogna. Tarquinio se ne va, non lo incontreremo più. E inizia la parte più noiosa del poemetto, diciamo più di maniera, più barocca, più ridondante, più reiterativa: lunghi monologhi mentali di Lucrezia che se la prende con il buio della notte, "cieca ruffiana imbacuccata, lurido asilo d'infamia" (768) con la casualità o il destino o l'occasione (l'opportunity), con il tempo, "tu che nutri e distruggi tutto ciò che esiste" (929)... Il tempo visto come entità all'interno della quale è avvenuto il misfatto, ma anche, con un gioco barocco di contrappunti, come entità all'interno della quale l'aggressore dovrà scontare le sue colpe.
Non è poesia. È retorica barocca. Un inutile fumo di parole in rima. È Lucrezia stessa, nel suo troppo lungo monologo, a dirselo: "questo inutile fumo di parole non può consolarmi, e l'unico rimedio che possa giovarmi è versare il mio sangue infettato e corrotto..." (1027, 1029). Ma, si dice Lucrezia, "non voglio morire finché il mio Collatino non conosca la causa della mia morte immatura..." (1177, 1179).
Lucrezia allora chiama l'ancella, scrive una lettera al marito Collatino e glie la manda con un messaggero veloce chiedendogli di tornare urgentemente.
E mentre aspettiamo che Collatino arrivi c'è una lunga (celebre) digressione: Lucrezia analizza un grande, ricchissimo quadro che c'è in casa sua avente per tema la battaglia finale tra greci e troiani. È celebre la digressione perché qui Shakespeare ci dà, per bocca di Lucrezia, una interessante lettura estetica dell'arte pittorica. Pagine tuttavia di interesse letterario, non pagine di poesia. Un inserimento retorico giustificato dal fatto che "...in questa opera bella di pittura Lucrezia ricerca un volto che abbia impresso un intenso dolore..." (1443, 1444) e "percorrendo con gli occhi il dipinto, Lucrezia compiange tutti quelli che vede disperati..." (1499, 1500).
Ecco che arriva, ora, osn power. Con lui c'è l'amico Bruto e c'è Lucrezio, padre di Lucrezia. "Qual è, mio dolce amore, la ragione che ti ha spento sul viso ogni colore?" (1600, 1601) chiede Collatino alla moglie e lei racconta l'abuso subito: è consapevole di non avere colpa, "... la mente non fu violentata non avendo mai ceduto a un consenso colpevole, e infatti nel petto avvelenato è rimasta innocente..." (1656, 1659), tuttavia si sente profanata nel corpo, perché "da questo abuso il mio sangue è stato insozzato..." (1655). Ma la macchia a cui fu forzata non può essere lavata che con la morte: "e d'improvviso affonda nel petto innocente il coltello snudato" (1723, 1724).
Lucrezia si uccide, dopo aver chiesto vendetta al marito e al padre, dopo aver dichiarato che "mai nessuna donna in avvenire potrà avvalersi di una scusa simile..." (1714, 1715) la scusa cioè di essere priva di macchia chi abbia subito violenza senza partecipare, senza acconsentire. Non c'è colpa, certo, ma la macchia c'è e va lavata col sangue.
Ora il marito, il padre, gli amici, vendicheranno Lucrezia. Il misfatto di Tarquinio sarà reso pubblico, il corpo di Lucrezia esposto all'indignazione di piazza e Roma caccerà per sempre i superbi Tarquini e (ci insegna la storia) da monarchia che era diventerà repubblica.

Poemetto-tragedia il Lucrezia, poemetto-commedia il Venere e Adone, ma mentre questo si ascrive, poeticamente parlando, tra le belle commedie di Shakespeare, la tragedia di Lucrezia nulla aggiunge alla gloria del creatore di Cordelia e di Desdemona, di Giulietta e di Lady Macbeth. Il personaggio di Lucrezia appartiene alla letteratura, non alla poesia.

Sestri Levante, 12/9/04

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1
1