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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SHOLEM ALEYKHEM
Cantico dei Cantici, un amore di gioventù in quattro parti
Traduzione di Anna Linda Callow e Claudia Rosenzweig, pp. 101, Adelphi, Milano, 2004.

Il Cantico dei Cantici è uno dei 73 "libri" di cui si compone la Bibbia. Un "libro" brevissimo, in forma poetica, una sorta di poemetto d'amore pastorale, dialogato tra un lui e una lei fidanzati e promessi sposi che si scambiano parole dolcissime e interloquiscono ogni tanto con un coro di donne di Gerusalemme. Vuoi perché fa parte della Bibbia, vuoi perché è antico come il mondo (si presume che risalga al IV secolo AC) è considerato uno tra i più incantevoli poemi d'amore che mai siano stati scritti.
È un poemetto incantato e bellissimo ove le attrattive della persona amata sono descritte con immagini naturalistiche che volano a mezz'aria tra il mistico simbolico e il realistico pastorale. "Mi baci con i baci della sua bocca: le tue tenerezze sono migliori del vino..." "come sei bella amica mia, i tuoi occhi sono come colombe..." "Le tue guance sono come spicchi di melograna dietro il tuo velo..." "I tuoi seni sono come daini che pascolano fra i gigli..." "le tue labbra stillano nettare, o sposa, e miele e latte sono sotto la tua lingua..." "Chi è costei che compare come aurora, bella come la luna, fulgida come il sole?...".
Tra gli epiteti con cui i due innamorati si rivolgono l'uno all'altro ci sono anche quelli di fratello e sorella. "Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, giardino chiuso, fontana sigillata..." "...Sorella mia, amica mia, mia colomba e mia perfetta...". "...Alle nostre porte v'è ogni specie di frutti squisiti, acerbi e maturi, che ho serbato per te o mio diletto. Oh se tu fossi mio fratello, allattato al seno di mia madre! Se ti   incontrassi fra la gente ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi. Ti condurrei e ti porterei in casa di mia madre e tu mi inizieresti all'amore. Ti farei bere vino aromatico, il frutto della replicas relojes omega suizos mia melograna...".

Lei mi chiama Shulemit, lui non ha nome, gli si è dato il nome convenzionale di Salomone. Shulemit e Salomone sono da oltre due millenni gli innamorati più celebri della letteratura, per chi ha cultura ebraica e per chi legge la Bibbia. Non per noi italiani, quindi, che la Bibbia non la leggiamo.

Passano duemila e quattrocento anni. Centinaia di generazioni si sono commosse alle parole d'amore di Shulemit e Salomone. E la cultura ebraica per secoli e secoli e secoli ha ricamato l'esegesi   della Bibbia parola per parola. Un ebreo dell'Europa orientale, di nome Sholem Aleykhem (pseudonimo in realtà di Sholem Rabinovitch) nato in Ucraina nel 1859, morto a New York nel 1916, uno dei padri fondatori della letteratura yiddish, scrive tra il 1909 e il 1911 un racconto che intitola "il Cantico dei Cantici: un amore di gioventù in quattro parti".

È un racconto scritto in prosa, ma è tutto, dalla prima all'ultima riga, poesia allo stato puro.
Bellissimo.
Si presenta come una storia autobiografica, raccontata in prima persona.
In una famiglia ebrea dell'Europa orientale il protagonista racconta: "Avevo un fratello maggiore, Benye. Annegò. Lasciò un mulino, una giovane vedova, due cavalli e una bambina. Il mulino fu ceduto. I cavalli messi in vendita. La vedova si sposò in un luogo lontano. E la bambina venne affidata a noi".
La bambina - di nome Buzi - aveva solo un paio d'anni più di lui. Tecnicamente è sua nipote. Ma i due vivono e crescono insieme come fratello e sorella. E come fratello e sorella si amano. E giocano e sognano e cavalcano sulla fantasia, insieme. Insieme "nel vasto libero pascolo, sotto il vasto libero cielo". Il viso di Buzi è bellissimo e "fulgido... I suoi occhi sono grandi belli, profondi come il cielo e assorti come la notte...". Sereni i due bambini crescono in una famiglia felice e pia, dove c'è un papà che sorride "e i fili d'argento della sua argentea barba luccicano ai luminosi raggi del sole" e dove c'è una mamma "dalle belle diafane mani" che ogni sera "rimbocca con le sue belle mani bianche il candido copriletto" mentre "le sue labbra sussurrano: dormi bene, bambino mio, dormi bene...".
Passano gli anni: i bambini diventano grandi e il nostro protagonista lascia la famiglia e la casa per seguire "quegli sciocchi, infantili sogni dorati per i quali ho voluto lasciare mamma e papà, dimenticando Buzi. Per i quali ho sacrificato un pezzo di vita, ho perso la mia felicità, persa, persa per sempre!".
Va a studiare altrove, contro la volontà della famiglia e rimane lontano per anni. Ritorna solo quando riceve dalla famiglia una lettera in cui lo si avvisa che Buzi sta per sposarsi.
Torna. Ma è troppo tardi. "Buzi è bella come la bella Shulamit del Cantico dei Cantici"... "Quella Buzi che sempre fu la principessa incantata di tutti i miei racconti fantastici...". Al ritorno "...è cresciuta e si è fatta più bella. Ancora più bella di com'era una volta. Alta, slanciata, formosa e piena di grazia". "Guardo Buzi e mi ricordo della Buzi di un tempo e ancora una volta e senza che io lo voglia mi torna in mente il Cantico dei Cantici, come un tempo, un tempo, tanti anni fa...". "E mi viene in mente, come un tempo, un versetto dopo l'altro: un giardino chiuso è mia sorella, la sposa, un giardino chiuso, una fonte sigillata...".
Un'ultima volta i due giovani, mano nella mano, corrono insieme nella campagna e nei pascoli ove sono cresciuti insieme: "un fiore, un fiore variopinto sembra Buzi in questo variopinto campo che si stende intorno a noi senza limite e fine... La volta azzurra del cielo sopra la sua testa, il ruscello argentato ai piedi... E mi sembra che mai, mai come adesso Buzi sia stata la vera Shulamit del Cantico dei Cantici...". Ma è tardi, Buzi è stata promessa sposa ad un altro: "troppo tardi, troppo tardi mi sono ricordato di lei...". 

Il racconto termina così com'era iniziato: "siamo cresciuti, io e Buzi, come fratello e sorella. E ci chiamavamo, io e Buzi, come fratello e sorella... Non costringetemi a raccontare la fine della mia storia d'amore... Là siedo da solo sulla collina, là dove giacciono nascosti i più bei ricordi della mia giovinezza perduta per sempre... Là posso starmene seduto da solo per ore e piangere e lamentare l'indimenticabile Shulamit del mio Cantico dei Cantici...".
È un racconto breve, questo Cantico dei Cantici di Sholem Aleykhem, un amore di gioventù in quattro parti, ben meno di un centinaio di pagine che stillano poesia ad ogni rigo, un racconto di ricordi d'infanzia che mette in ombra il sia pur bellissimo La lingua salvata di Canetti e i più belli fra i racconti di Singer. E che riveste di nuova luce e reinterpreta l'antico Cantico dei Cantici e rinnova la seduzione un po' morbosa, ma squisitamente poetica, degli amori tra fratelli di Giovanni e Annabella nel Peccato che sia una sgualdrina di John Ford.
Un'autentica perla di poesia della letteratura yiddish Red Bottom Shoes.

Milano, 22/2/04

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
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