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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SHOLEM ALEYKHEM
Un consiglio avveduto
A cura di Anna Linda Callow, pp. 130, Adelphi, Milano, 2003.

"Non costringetemi a raccontare la fine della mia storia d'amore" conclude Sholem nel suo Cantico dei Cantici: e preferisce, questa storia, raccontarla "ancora una volta dall'inizio, e ancora una volta e ancora una volta e cento volte ancora", perché, dice lo scrittore, "l'inizio, anche il peggiore degli inizi, è meglio della migliore delle conclusioni" (IV, 15).
Il Cantico dei Cantici è del 1911. Nel 1907 Sholem aveva già pubblicato un racconto delizioso - del tutto diverso, s'intende - che già aveva in sé la tematica della ciclicità, del racconto cioè che si ripete su se stesso all'infinito, e la tematica dell'amore inespresso, mai confessato, destinato così a durare senza fine come tutte le cose appunto che, non essendo mai iniziate, non possono avere una conclusione.
È il racconto intitolato Tre vedove, diviso in tre capitoli: vedova numero uno, vedova numero due, vedova numero tre.
È sotto forma di un lungo monologo, in prima persona, d'un "vecchio scapolo irascibile" il quale parla a un immaginario ascoltatore raccontandogli la propria lunga vita che si ripete sempre uguale in tre cicli, con tre donne, una figlia dell'altra, tutt'e tre destinate a rimanere vedove, tutt'e tre oggetto di desiderio mai dichiarato. Nel Cantico dei Cantici l'incipit è sempre: "avevo un fratello maggiore, Benye. Annegò nel fiume. Lasciò un'orfanella..." Qui l'incipit, ciclico, ha la stessa assonanza, lo stesso ritmo, la stessa struttura: "avevo un amico, Pinye, che aveva una moglie, Paye, e loro avevano una figlia, Roze. Il mio amico morì, e Paye rimase una giovane vedova...".
Ne è innamorato perdutamente, il nostro protagonista, tanto che "per un sorriso di Paye darei via tutto ciò che ho", ma passano gli anni, vive accanto alla donna, le fa da vice-marito, da padre, da tutore, però non le confessa mai il suo amore, aspetta sia lei a farlo, lei non lo fa, passano altri anni, la bambina Roze diventa grande, lui si invaghisce di Roze, perde la testa per lei, non lo confessa, Roze si sposa, Roze rimane subito vedova anche lei, lui sempre l'ama e non lo confessa, la bambina che Roze a sua volta ha avuto dal suo breve matrimonio cresce, lui ne va matto, ne è incantato, come nonno, come padre, come tutore, la vede crescere, diventa fanciulla, se ne innamora, lui non lo confessa, lei si sposa, rimane subito vedova, e lui continua ad essere tutore, protettore, cavalier servente, della prima vedova, della seconda vedova, della terza vedova...
Sono passati trentasei anni, ha tenuto un diario e ora, ancora scapolo, scapolo irascibile, racconta e racconta la sua storia infinita: "...perché mi sono giocato la vita così stupidamente? Dov'è stato il mio primo errore e quando sarà l'ultimo? Quanto ad amarle, le amo tutte e tre, tutte e tre mi sono care e ognuna delle tre avrebbe potuto essere mia, e forse anche ora...".

C'è, anche in questo splendido racconto, qualcosa di vagamente edipico: come l'amata Buzi è un po' nipote, un po' sorella, qui la vedova numero due e la vedova numero tre sono un po' pupille, un po' figlie adottive e sono oggetto d'amore. Ma è amore estatico, tutto incanto, tutto sogno, tutto sorriso, dedizione, poesia. In un racconto lieve, delicato, sorridente, pieno d'umorismo e di sottile autoironia. Come la bambina prima e la fanciulla poi, strega il protagonista, gli fa perdere ogni volontà, lo rende un automa incapace di dire un no una sola volta nella vita, così il racconto di Sholem strega il lettore, lo prende in un delicato gioco d'incanto, lo trascina "da una vedova all'altra" alla conclusione che non è una conclusione. Sholem non ama concludere: lascia i puntini sospesi: "tutte e tre mi sono care e ognuna delle tre avrebbe potuto essere mia, e forse anche ora...".
Le "Tre vedove" è pubblicato in un libriccino di Adelphi dal titolo Un consiglio avveduto, con altri due racconti, anch'essi due monologhi e anch'essi svolti in chiave umoristica.

Il primo di questi dà il titolo al volumetto: "Un consiglio avveduto". In una comunità ebraica un giovanotto ha sposato la ragazza più ricca del villaggio ed è geloso del giovane medico che continuamente viene chiamato per confortare questa giovane moglie malata immaginaria.
"Non appena è arrivato il dottore lei all'istante si è sentita meglio, il viso ha ripreso colore e gli occhi hanno cominciato a luccicarle, come brillanti al sole...". Il giovanotto chiede "un consiglio avveduto" al proprio interlocutore, se divorziare o non divorziare, ma non ascolta consigli: propone tutto ed il contrario di tutto, pone ogni genere di domanda e si dà lui stesso ogni genere di risposta sino a che l'interlocutore, esasperato dal fiume di parole, dà in escandescenze...
Il pentolino è il secondo racconto, anch'esso un monologo tutto umoristico tra una povera pollivendola e un rabbino. La pollivendola ritiene un genio fuor dell'ordinario un proprio figlio bambino per il quale cucina ogni giorno una zuppetta di pollo in una pentolino che una vicina di casa inavvertitamente le danneggia e le contamina, a dispetto dei rituali della cucina ebraica che non consentono l'uso delle stesse stoviglie per cibi di diversa natura. Cosa chiede la pollivendola al rabbino? Di dichiarare puro o impuro il suo pentolino. Ma ci arriva, alla richiesta, dopo mille e mille infinite digressioni. "Già, ma com'è che siamo arrivati a parlare di questo? Ah, sì, perché voi dite che le pentole in casa non sono mai troppe...". Il monologo è tutto un gioco infinito e sottilmente umoristico di digressioni continue e incatenate tra loro, ed è tutto un mettere in bocca al muto interlocutore domande, risposte e affermazioni che l'interlocutore si guarda bene dal fare. Sino a che refrigerant recovery machine - sommerso dal fiume di parole della pollivendola - l'interlocutore sviene per la stanchezza.


Luoghi comuni, pettegolezzi di villaggio, piccole ipocrisie sociali: i logorroici protagonisti dei due brevi racconti ci trascinano nei loro piccoli mondi di provincia ebraica e ci disegnano simboliche caricature umoristiche nel filone che poi ritroveremo - un secolo dopo - nei film di Woody Allen. Fiumi di parole, ipocondria, egocentrismo sfrenato: problematiche interiori minimaliste ingigantite però da un'introspezione freudiana in un'epoca in cui Freud era ancora un'ideologia elitaria non sappiamo se e quanto nota a Sholem.

Sestri Levante, 13/3/04

 
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