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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SÁNDOR MÁRAI
Truciolo
Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor, pp. 193, Adelphi, Milano, 2002.

Chi è Truciolo? Truciolo è un cane di razza pastore "puni" (razza reale o invenzione dello scrittore?) che è un po' il protagonista di un lungo racconto di Sándor Márai. Racconto, sia pure di duecento pagine. Non può essere definito infatti romanzo perché romanzo non è. L'autore, il libro che sta scrivendo, lo chiama, in chiave riduttiva, note, ricordi. È un libro del '32, di quando cioè Márai (1900-1989) aveva 32 anni. Fu pubblicato in Ungheria nel 1940 e oggi arriva in Italia in una splendida (ma veramente splendida!) traduzione a due mani.
Non è un bel libro. È un libro che promette di essere bello, parte bene, e poi divaga, si impasticcia, si consuma in una sorta di ambizioso autocompiacimento letterario, in un eccesso di ostentazione di bello stile, in una prova fortemente narcisistica di splendida e ricercatissima prosa. Peccato!...
Siamo nel giorno della vigilia di Natale in una Budapest degli anni Venti nella casa modestamente borghese di un giornalista-scrittore. Marito, moglie e donna di servizio, Teréz, l'unica che disponga, in quella casa, di un nome. Gli altri sono "il signore" e "la signora". Nevica, dopopranzo, e bevono il caffè "e per l'ennesima volta, la decima per l'esattezza, si promettono solennemente l'un l'altro che quest'anno non faranno regali, ...promessa che è un disonore non infrangere...". Il signore nel pomeriggio esce e corre a cercare di acquistare in extremis un regalino per la moglie "qualcosa che non finisca subito dopo nello sgabuzzino della vita, che sopravviva anche di un solo attimo oltre l'effimero istante del dono...". All'improvviso ha un'idea: corre allo zoo ove vendono animali e acquista un cagnolino maschio di quattro settimane. Glielo consegnano in mano: "da tempo immemorabile non sentiva un calore simile, né da una stretta di mano, né da altro contatto fisico...". Conta le banconote, paga, "poi si infila in saccoccia il cucciolo, il quale si inabissa senza fiatare nella profonda tasca del cappotto...".
È la sera in cui si festeggia il Natale: Márai ce la racconta con freddo, naturalistico distacco e abilmente ci fa sentire le tensioni fra gli ospiti, l'artificiosità dei rituali, il poco calore dei pochi affetti che ai rituali sopravvivono. In piccolo, molto in piccolo, ci fa pensare al celebre Natale nella casa dei Dubliners di Joyce. Sotto l'albero di Natale "uno dei pacchetti si è staccato dagli altri rotolando sul tappeto...": è il cagnolino che abbandona la carta velina in cui era nascosto e viene accolto "dalla signora" che subito "se lo stringe al seno, sussurrandogli parole rassicuranti e per tutto il resto della serata non se ne distaccherà nemmeno per un attimo...".
Ecco, il cagnolino, Truciolo, questo "essere di rango inferiore" entra a far parte della famiglia, è "elevato allo status di animale domestico". D'ora in poi la parola del padrone sarà per lui il fato, il "risveglio della padrona, atteso in rispettoso silenzio, equivarrà per lui al sorgere del sole...".
Ci aspetteremmo ora, noi lettori, un crescendo di affettività, la scoperta graduale, nell'intensificarsi del rapporto, di una sorta di parità di "rango" fra il cane, "di rango inferiore" e l'uomo. Ci attenderemmo un intenso sapore di poesia nel crescere del rapporto affettivo fra i due, lo sviluppo, se vogliamo, di quella promessa contenuta nelle prime pagine, relativa al "calore", al "contatto fisico", che da tempo immemorabile "il signore" non sentiva più...
Niente di tutto questo.
Dopo alcune osservazioni piacevoli sul mondo visto da un'ottica canina, piacevoli e anche intellettualmente rilevanti, come quelle sulla "costruzione del mondo interiore" del piccolo Truciolo ("la misteriosa regione incantata della cucina che lo attira in modo irresistibile", l'agitazione al suono del campanello di ingresso, il "terrificante fenomeno naturale dello scorrere dell'acqua nella vasca da bagno...") il racconto si sfalda e si perde altrove, ben al di fuori del tema annunciato e promesso e sicuramente atteso dal lettore.
Il cane smette d'essere protagonista e diventa pretesto per una serie di excursus di forte autocompiacimento letterario. Cominciamo col guinzaglio: la ribellione del cane al guinzaglio è usata da Márai per perorare con forte enfasi ("il lamento che erompe dal profondo di un'anima lacerata") la causa suprema della libertà dell'uomo. Il legame tra Truciolo e Terèz, la donna di servizio, è una sorta di solidarietà nell'"odio di classe che accomuna due compagni di sventura". Le amicizie e gli incontri di Truciolo fuori casa sono vaste divagazioni su personaggi che sono creazioni letterarie fortemente caratterizzate, ma assolutamente estranee al racconto... Il falegname invasato biblico e il fabbro-portinaio divisi fra loro da un odio atavico che solo con grandi sforzi si riallaccia alla nostra storia per similitudine con l'odio che Truciolo prova per un altro cane...
Due vecchiette, madre e figlia, decrepita una, rachitica l'altra, assolutamente estranee al racconto salvo il fatto che Truciolo abbaia loro... Un insegnante di inglese che compare solo per consentire allo scrittore una pagina di bravura in cui il soggetto parla, umoristicamente, come un disco di "Linguaphone"... L'arrivo di una sedicente psicanalista che consente a Márai un sarcastico e velenoso attacco alla scienza in quegli anni nascente e alla quale lo scrittore era evidentemente ostile ("il piccolo Truciolo ha avuto modo di vedere il padrone in mutande e non è escluso che soffra del complesso di Edipo")...
E si conclude, il racconto, con un finale assurdo e granguignolesco: "i rapporti tra cane e padrone sono ormai degenerati in un'aperta ostilità", il cane morde gravemente il padrone, il padrone gli spacca i denti e lo prende a pugni in faccia, "siamo alla resa dei conti, occhio per occhio, essere vivente contro essere vivente, ...il sangue schizza tutt'intorno sulla parete giallo paglierina" dello studio del padrone, i due contendenti rimangono tutta la notte a guardarsi "seduti per ore l'uno di fronte all'altro, in silenzio, immobili"...
Termina il libro: il cane avrà un destino di cane, "il signore", invecchiando, avrà in casa altri cani e quando gli tornerà in mente thin film deposition system sentirà "un leggero colpo al cuore...".

Peccato. Duecento pagine sulla figura di un cane avrebbero potuto lasciare un segno nella letteratura del Novecento, ma avrebbe dovuto scriverle chi avesse amato i cani, non chi li definisce "esseri di bassa categoria", non chi li disprezza perché si sono venduti la libertà "in cambio di una scodella di zuppa", non chi ritiene che dietro l'attaccamento degli uomini verso i cani vi sia "un'abitudine asociale e morbosa che li porta a riversare sull'animale ciò che gli esseri umani sono soliti elargire ai propri simili...".
Truciolo è un libro autobiografico. Márai racconta una sua esperienza giovanile. Conclude dicendo che "tutto questo è solo un lontano ricordo". E fortunatamente ha infine un dubbio: "forse non capisco niente di cani, non ci siamo capiti, parlavamo due lingue diverse...".
Peccato. Il Márai di Truciolo, il Márai di Braci è uno scrittore che sa farsi ammirare, ma non sa farsi amare. Con Truciolo ha perso una grande opportunità, l'amore di un cane. E noi lettori un'altra grande opportunità, quella di un grande libro.

Sirmione, 7/12/02

 
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