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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ANONIMO (04)
Storia di Apollonio re di Tiro
Sta in Romanzo antico Greco e Latino, traduzione di Gaetano Balboni, Sansoni Editore, Firenze-Milano, 1993.
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Il romanzo d'Apollonio re di Tiro è proprio un romanzo, nel senso più pieno della parola, ed è meraviglioso, nel senso che narra avventure che destano meraviglia. In questo senso anzi, tra i romanzi dell'antichità classica, è tra i più meravigliosi, più carichi di meraviglie.
Ed è celebre, fra i romanzi dell'antichità, non tanto per virtù propria, quanto perché è la fonte di ispirazione del Pericle (1608) di Shakespeare, uno dei cinque drammi Shakespeariani definiti appunto "romance".
Si presume sia del terzo secolo d.C., non si sa se scritto in greco o in latino. A noi è giunto in latino, ma ci sono indizi che si tratti di una traduzione, tra l'altro un po' affrettata.
È tra i più celebri romanzi antichi, ma non tra i più belli. Quello di Dafni e Cloe, e quello di Calliroe, per esempio, sono decisamente superiori: hanno momenti di poesia, la poesia dell'amore, del dolore, del rimpianto, del desiderio, della paura, e presentano qualche accenno di approfondimento psicologico che, in Apollonio, manca del tutto.
Qui è proprio racconto puro e semplice, di fatti che si susseguono e si concatenano. Non ci sono costruzioni di caratteri, di personaggi di spessore umano. Sarà Shakespeare a trasformare in essere umano Marina, quella che qui si chiama Tarsia, la giovane eroina, figlia di Apollonio (Pericle in Shakespeare). Persona che qui è solo un nome lifepo4 ups battery, una delle pedine del racconto.

La storia è piuttosto movimentata. Si parte da un Antioco re di Antiochia che ha una figlia molto bella di cui "si dimenticò di esser padre e si sentì marito" (I). "Per poter sempre godere dell'empio letto e liberarsi dai pretendenti delle nozze" (3) ideò il gioco che chi avesse voluto sposarla doveva risolvere un indovinello. Chi fosse riuscito avrebbe avuto la figlia in moglie, chi avesse fallito sarebbe stato ucciso. Il nostro Apollonio, protagonista, partecipa alla gara e la vince, ma Antioco non tiene fede alla parola data, lo mette al bando, gli scatena contro dei sicari. Apollonio si dà alla fuga per mare, si rifugia a Tarso, salva la città da una carestia e ne riceve in cambio protezione e un monumento in pietra come segno di gratitudine. Poi riparte, sempre per mare, e colpito da una tempesta finisce solo e nudo su una spiaggia di Cirene ove un povero pescatore lo soccorre, lo nutre e lo riveste: "si tolse il mantello, lo divise in due parti uguali e glie ne porse una..." (12). Qui a Cirene si distingue per nobiltà d'animo, conosce il re, ne sposa la figlia. "Grande fu fra gli sposi l'amore, straordinario l'affetto, incomparabile la tenerezza, senza nome la felicità..." (23).
Intanto muore il persecutore di Apollonio, l'orribile incestuoso Antioco e Apollonio è nominato re suo successore. Da notare come muoiono i "cattivi": bruciati vivi, colpiti dal fulmine di Dio, lui e l'indegna figlia. Ne vedremo altri, altrettanto cattivi, morire in modo altrettanto orribile.
Ecco che Apollonio si mette ora in viaggio per mare, per raggiungere il suo nuovo regno. La moglie è incinta di sette mesi. Durante la navigazione partorisce anzitempo una bambina e muore - apparentemente muore - di parto: "il sangue si coagulò, s'arrestò la respirazione e la giovane si giacque come morta..." (25).
Apollonio è disperato, vorrebbe dare una sepoltura alla moglie, ma siamo in alto mare e il cadavere non può essere trattenuto sulla nave. Fa allora costruire una cassa in cui adagia il corpo allegandovi grandi ricchezze e una lettera in cui si invita a darne degna sepoltura.
La bara finisce su una spiaggia dove c'è l'abitazione di un medico con i suoi allievi: uno di questi "esaminò il torace, esplorò il corpo ancor tiepido e da un lievissimo alito si accorse che la vita lottava ancora con la morte... Avvolse allora il corpo della donna e il sangue che s'era completamente coagulato in virtù del calore si liquefece e il respiro, rimasto bloccato, ricominciò a fluire attraverso le viscere..." (26, 27). Insomma, la giovane donna torna in vita e per suo desiderio, per "non essere contaminata da nessuno" si ritira in un monastero "di sacerdotesse di Diana dove si osservava con il massimo rigore la castità" (27).
Apollonio intanto sbarca a Tarso. Lascia la bambina - in compagnia d'una fidata nutrice - presso una coppia di amici, Stranguillione e Dionisiade, dotandola di cospicue ricchezze e dandole il nome di Tarsia e giura solennemente che non sarebbe tornato "e non si sarebbe più fatta la li-ion battery charger, né tagliati i capelli e le unghie, finché non avesse dato in moglie sua figlia" (28).
La bimba cresce credendosi figlia dei suoi ospiti, ma quando raggiunge i 14 anni la nutrice in punto di morte le racconta la sua storia e le rivela la sua identità di figlia di re Apollonio.
Stranguillione e Dionisiade, dopo tanti e tanti anni di assenza di Apollonio, lo credono ormai morto e allora per impadronirsi della ricchezza di Tarsia a loro affidata danno l'incarico ad un loro schiavo di ucciderla.
Ma mentre questi sta per vibrare - sulla spiaggia - il colpo di pugnale, dei pirati rapiscono la bellissima fanciulla. La portano a Mitilene e la vendono a "un lenone, un certo Nino, un essere senza sesso, tanto ricco quanto avaro" (33) che la chiude in un suo bordello sperando di ricavarne (la fanciulla è giovane, vergine e bellissima) grandi ricchezze.
Il primo cliente che si assicura il talamo della fanciulla è Atenagora, il signore della città, giovane, bello e onesto. Costui paga una cifra enorme per cogliere, primo, il fiore della verginità di Tarsia ma  giunto in camera, cede al pianto di lei, si commuove al racconto delle sue disavventure, si guarda bene dal toccarla e anzi se ne fa protettore. E doveva, Mitilene, essere proprio una città di gentiluomini, perché tutti i successivi clienti si comportano, con la fanciulla, in modo irreprensibile, persino il guardiano del postribolo, un dipendente del perfido Nino. La ragazza così si salva e continua ad arricchire Nino, ma non come etera da postribolo, bensì danzando, cantando e intrattenendo in piacevoli conversazioni i clienti, arti in cui è bravissima.
Intanto Apollonio torna a Tarso - dopo appunto 15 anni - e qui scopre, così gli dicono gli infedeli amici cui l'aveva lasciata, che la figlia Tarsia è morta ed anzi gli è mostrato tanto di sepolcro con lapide a ricordo. Disperato il pover'uomo ritorna in mare e una tempesta lo trascina proprio a Mitilene, dove appunto c'è la figlia.
Qui, grazie alla generosità e all'interessamento di Atenagora, avviene il riconoscimento, dopo una serie di malintesi. Ed è festa grande. L'incontro e l'abbraccio fra il padre creduto morto e la figlia creduta morta sono seguiti da altra gioia: Apollonio dà Tarsia in moglie ad Atenagora che ben se l'è meritata, avendola protetta dal perfido Nino.
Ora inizia la nemesi: i buoni sono stati premiati, i cattivi devono pagare. E il primo a pagare è Nino, che per la sua turpitudine viene arso vivo mentre le sue ricchezze vanno in dote a Tarsia.
Ma c'è ancora un'altra agnizione e un'altra vendetta: è un angelo a provvedere. Compare in sogno ad Apollonio e gli dice "dirigi verso Efeso e, là giunto, entra con tua figlia e suo marito nel tempio di Diana e racconta alla dea le tue peripezie. Va' poi a Tarso a vendicare i torti che la tua povera innocente figliola vi subì" (48).
Nel tempio di Diana Apollonio ritrova la moglie, creduta morta e abbandonata in mare. È sacerdotessa e "niuna v'era più di lei cara a Diana per scrupolosa osservanza di castità...". Insomma: è viva  , è ancora giovane e bellissima e si è mantenuta casta per lui. Siamo al lieto, lietissimo fine. La coppia giovane, Tarsia e Atenagora, si prende il regno di Tiro mentre Apollonio si reca con la moglie a Tarso ove processa e condanna, all'orribile morte per lapidazione, Stranguillione e  rei d'aver ordinato d'uccidere Tarsia.

Infine, ultimo bellissimo gesto di gratitudine, Apollonio ritrova quel pescatore di Cirene che lo salvò dal naufragio e divise con lui il mantello e lo compensa con grandi ricchezze e con la propria perenne amicizia: "generosissimo vecchio, io sono Apollonio di Tiro, al quale tu desti metà del tuo mantello..." (51).

Fine del romanzo e fine delle tante meraviglie.
Un centinaio di pagine tutto sommato piacevoli da leggersi perché veloci e cariche di un certo suspense. Ma piacevoli anche per il meccanismo che premia i buoni e i virtuosi e punisce i vili e i colpevoli. È il meccanismo classico del romanzo popolare: il trionfo del virtuoso, la punizione del cattivo. È la storia de Il Conte di Montecristo e de I Promessi Sposi o di Ivanhoe, duemila anni prima di Dumas, Manzoni, Walter Scott.
Il romanzo, l'eterno romanzo, in nuce c'è già tutto.
Ai successori di questo anonimo romanziere (ellenistico?) del terzo secolo dopo Cristo non rimarrà che ricamare e approfondire. La via per farlo, tutta la via, è già stata tracciata.Sestri, 18/4/04

 
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