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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ANONIMO (02)
Arden of Feversham
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Gabriele Baldini pp. 86, Sansoni, Firenze, 1988.

"Quando mai è accaduto ch'io abbia impiegato tanto tempo per uccidere un uomo?" si domanda Black Will nella prima battuta del quinto atto di Arden. E infatti è dall'inizio del dramma che lui e il suo degno compare Shakebag tentano con ogni mezzo di far fuori Arden, modesto gentiluomo di Feversham e cornutissimo marito di Alice.
Eppure sia Will che Shakebag quanto a furfanteria hanno un magnifico curriculum e ne sono fieri assai: sono entrambi tagliagole professionisti, di quelli che non sbagliano mai un colpo, ovvero: non dovrebbero sbagliarlo. Will "per una corona, sarebbe pronto ad assassinare chiunque... un furfante, un vil marrano pari ad esso non fu rolex daytona replica veduto mai, prima d'ora sulla Terra..." dice di lui un suo ex compagno d'armi. Ma è Will stesso a decantare la propria professionalità "...mi han dato una volta dieci sterline soltanto per rubare un cane... ho rotto cinquecento giuramenti... oh, se l'assassinio potesse diventare una professione onorata e io potessi trovar da lavorare così tutto l'anno... ho rubate io più borse in queste contrade di quante pistole abbia maneggiato tu nella tua vita..." Black Will però non è solo un tagliaborse e un assassino. Tra le sue onorificenze, di cui fa gran vanto, c'è anche un passato di ruffiano protettore: "non c'è puttana che, innanzi d'aprir le finestre della sua bottega, non si sia messa d'accordo con me..." e di estorsore professionista: "...tutti i tavernieri se ne stavano ogni mattino fuor dall'uscio con un boccale in mano a offrirmi da bere e chi si fosse sottratto a quest'obbligo poteva star sicuro che la sua insegna sarebbe stata abbattuta così come sarebbero state portate via le sue imposte non più tardi della notte seguente...".
Ebbene, a questo Black Will e al suo compare Shakebag (Scuotiborsa...) viene subappaltato l'assassinio di Arden per venti e più sterline da un certo Green cui l'assassinio era stato appaltato a sua volta dalla moglie di Arden e dal suo amante Mosbie. Vogliono far fuori Arden perché si amano e il marito (ricco) è d'ostacolo. Un po' come succederà, qualche secolo dopo, nella famiglia Raquin, tra Teresa e Lorenzo. Ma mentre Teresa e Lorenzo uccideranno con le loro mani il povero Camillo, qui Alice e Mosbie sono continuamente a caccia di sicari, professionisti o improvvisati, che tolgano loro l'incomodo.
Appaltano quindi il lavoro a Green il quale lo subappalta a Black Will e Shakebag. Ma lo appaltano anche ad altri. Alice a un servitore di casa, Michele, offrendogli in premio "monna Susanna", che è anch'essa una serva di casa e Mosbie a un pittore di nome Clarke, più furfante che pittore, offrendogli in premio, manco a dirlo, lo stesso, cioè monna Susanna.
Eppure Arden, peraltro vittima designata tra le più facili al mondo, visto che è pure un allocco, pronto a bere come virtù qualunque moina di quella bagascia di sua moglie, passa indenne per tutta la durata del dramma tra agguati d'ogni genere, con cinque killer che lo inseguono, e sempre senza mai accorgersi dei pericoli che corre.,, magari invitandoli a pranzo, i suoi assassini e i loro mandanti...
Da un agguato lo salva il servo Michele, che lo sveglia nella notte mentre gli assassini stanno per introdursi nella sua camera...
Dal veleno messogli dalla moglie nella minestra lo salva il suo fine palato che gli fa percepire un cattivo sapore ("non mi sento bene... c'è qualcosa in questo brodo che non mi sembra sano: l'hai fatto tu, Alice?...")...
Da un altro agguato lo salva una imposta che cade da una finestra e colpisce alla testa il sicario mentre sta per agire di pugnale...
Poi è la volta d'un uomo di legge che sopraggiunge a incontrare la vittima proprio mentre gli assassini stanno per colpirla... Poi c'è la nebbia che levatasi all'improvviso impedisce di colpire la vittima mentre sta per montare su un traghetto...
Poi è la vittima stessa, Arden, che riesce a salvarsi perché si difende con la spada...
Né gli basta questo attacco, dove incontra di persona e anzi ferisce i suoi attentatori, né gli basta un sogno premonitore dove un guardiacaccia gli punta uno stiletto al petto e gli dice "Sei tu la preda che andiamo cercando..." per metterlo finalmente in guardia e sulle difensive. No. Verrà finalmente ucciso a casa sua, colpito alle spalle da moglie e sicari, mentre si intrattiene amabilmente a giocare a carte col più pericoloso dei suoi persecutori, il perfido Mosbie, amante di sua moglie e mandante dei suoi assassini.

Siamo nel quinto ed ultimo atto e il dramma deve volgere al termine. Ora le cose precipitano. Dopo mille tentativi di uccidere il marito lontano da casa e in modo da sventare ogni sospetto, ecco che l'assassinio viene compiuto nella casa stessa della vittima e nel modo più cialtronesco possibile, con gli invitati a cena che aspettano fuori dalla porta mentre fiumi di sangue, arma del delitto, tracce, contraddizioni palesi, tutto concorre a svelare il misfatto, gli autori, i mandanti...
Il finale è scontato. Tutti i colpevoli presi con le mani nel sacco e tutti consegnati alla giustizia e al boia.

Il fatto più curioso è che l'intera storia di Arden of Feversham non è invenzione di un drammaturgo. È tutta pura e autentica realtà. Un fattaccio di cronaca nera che l'anonimo drammaturgo (Kyd? Marlowe? Shakespeare stesso? ...tante le ipotesi, nessuna certezza, ma Shakespeare sarebbe meglio non nominarlo proprio!...) ha tratto pari pari, senza cambiare ai fatti una sola virgola, dalle solite Chronicles di Holinshed, del 1577, da cui tanto hanno pescato tanti drammaturghi elisabettiani, Shakespeare in testa.
Arden ebbe e ha tuttavia molta fortuna (letteraria, più che teatrale o di scena vera e propria). Perché? Perché, pur essendo un dramma assolutamente privo di poesia, è sopravvissuto fra i tanti? Perché ha fatto storia, pur essendo in qualche modo un po' rozzo e primitivo nella costruzione (nessun bianco-nero nei caratteri, men che meno nessuna sfumatura: Alice passa in continuità dalla perfidia al rimorso ad ogni cambio di scena...)?
Probabilmente proprio per quelli che sono i suoi limiti e i suoi difetti: l'ingenua semplicità del fattaccio di cronaca di quinta pagina, narrato così com'è: "una tragedia ignuda, nella quale non sono stati introdotti abbellimenti di sorta onde renderla più gradita all'occhio e all'orecchio: da che la semplice verità è di per se stessa un elemento di bellezza e non abbisogna d'alcun specioso orpello..." come recita nell'epilogo Franklin (la "spalla" di Arden, unico personaggio non presente in Holinshed e liberamente aggiunto dall'ignoto autore).
Una sorta, in sostanza, di dramma verista o naturalista ante litteram, una premonizione elisabettiana, sia pure molto primitiva e spoglia d'arte, di uno Zola, di un Verga...?
In parte probabilmente è così.
In parte c'è altro. Arden è divertente. Suona strano a dirsi, in un dramma "noir" e di sangue, ma è divertente. Poiché l'accozzaglia dei protagonisti prelude a tanta accozzaglia di malfattori cialtroni che poi secoli dopo avremmo incontrato nel cinema d'oggi.
Pensi a capolavori del cinema quali "I soliti ignoti" di Monicelli (1958), quali "Love you to death" di Kasdan (1990), commedie esilaranti dove i malfattori sono talmente imbranati e pasticcioni, da diventare icone, veri e propri monumenti alla cialtroneria, al tipo universale del miles gloriosus, e per altri versi dell'analfabetismo morale...
Arden of Feversham li anticipa, e li supera tutti,i cialtroni del malaffare. Qui tutti vogliono uccidere tutti, per denaro o per cornificare qualcuno o per salvare la pelle, con i mezzi più bislacchi, sino a un crocefisso avvelenato e sino al paradosso che i sicari vogliono uccidere i mandanti,   per evitare d'essere traditi e finire nelle mani della giustizia...

Come tutti finiranno, chi alla forca, chi arso vivo sul rogo...
Siamo all'incirca nel 1586 e ha inizio con Arden of Feversham una commedia che è viva ancor oggi. È di scena la malavita. Quella cialtrona e azzuffona però. Quella che trasforma una tragedia in una commedia. Un dramma in una farsa.Sestri Levante, 4/8/01

 
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