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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


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DALLA BIBBIA
Il Libro di Giobbe
A cura di Gianantonio Borgonovo, pp. 68, sta in: La Bibbia - vol. III Oscar Mondadori, Milano, 2000.

Tra i libri che compongono la Bibbia Giobbe è uno dei più celebri ed è anche ricco di alcuni momenti lirici di bellissima poesia. Come molti libri della Bibbia è scritto a più mani ed ha subito interpolazioni, aggiunte tardive, probabilmente tagli, manomissioni, omissioni. Strutturalmente è composto di tre parti. Un antefatto e una conclusione, in prosa, molto brevi. Un corpo centrale "drammatizzato", cioè non un racconto, ma una serie di dialoghi (o meglio, monologhi). Infine un corpo aggiunto di un ulteriore interlocutore, Elihu, che dice la sua sui temi in discussione e cerca di conciliare le diverse tesi dei tanti monologhi, spiegandoli. cheap fake iwc watches
Il contenuto è prelevato da leggende che preesistono al libro stesso e che si sono stratificate nel corso dei secoli, con varianti e approfondimenti.

Giobbe, ci dice il racconto in prosa, è un uomo molto ricco, pio, giusto, generoso, caritatevole, timoroso di  devoto.
Un certo giorno "i membri della corte celeste si radunarono intorno a Jhwh e anche il Satan andò con loro" (1,6). È Jhwh che chiama in causa Giobbe. Dice a Satan: "Hai fatto caso al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: è un uomo integro e retto, venera Dio ed è avverso al male" (1,8).
Perché Jhwh dice questo a Satan il libro non ce lo spiega. Forse per sbattere in faccia a Satan, che è portatore del male, un eminente esempio di bene.
Satan contesta a Jhwh che la santità di Giobbe sia priva di opportunismo. È pio perché riceve dei vantaggi nei favori che tu gli concedi, sostiene. E lancia una scommessa: "Prova a stendere la tua mano e colpisci i suoi beni. Scommetto che ti si leverebbe contro per maledirti" (1,11). Jhwh accetta la scommessa: che Satan lo colpisca pure nei suoi beni purchè, però, non tocchi la sua persona.
E iniziano per Giobbe le disgrazie. Perde tutte le sue ricchezze e gli muoiono tutti i figli. Ma non si scompone e dice la celebre  una delle più celebri della Bibbia: "Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi farò ritorno. Jhwh ha dato, Jhwh ha preso. Sia benedetto il nome di Jhwh" (1,21).
E così Satan pare avere perso la scommessa... Ma non vuole darsi per vinto: rilancia e Jhwh accetta. Jhwh lo colpirà "nelle ossa e nella carne" (2,5) e Satan è sicuro che Giobbe si leverà contro per maledire Dio.
Giobbe viene ora colpito da "una piaga maligna, da capo a piede" (2,7). Ma accetta e tace, al punto che la moglie, indignata, lo accusa: "Persisti ancora nella tua probità? Maledici Dio e muori!" (2,9). Si conclude il prologo: "Malgrado tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra" (2,10). Anzi, rimprovera la moglie: "Parli come una stupida! Se noi accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?" (2,10).
A questo punto inizia la parte dialogata del libro, in versi. Arrvano tre amici a condolersi con Giobbe e a portargli conforto.
Dapprima è Giobbe a parlare. Si lamenta. Come? Maledicendo il giorno in cui è nato: "Sparisca il giorno in cui sono nato (3,1)... si oscurino le stelle della sua alba: invano attenda la luce e non veda le pupille di aurora (3,9)...". Sono una cinquantina di versi di grandiosa, disperata bellezza con immagini che influenzeranno millenni di letteratura. Una sola citazione: la notte d'amore di Giulietta e Romeo, l'angoscia per l'alba separatrice che sta per arrivare e che i due amanti vorrebbero fermare. Prima di abbandonarlo, leggiamolo ancora, questo versetto 3,9, in un'altra traduzione, quella celebre del Diodati, del Seicento: "Oscurinsi le stelle del suo vespro: aspetti la luce, non ne venga alcuna, e non vegga le palpebre dell'alba...".
Ma andiamo avanti nella storia.
Alla disperazione di Giobbe risponde in un lungo monologo uno dei tre amici, Elifaz. Le tesi consolatorie, sia quella di Elifaz, sia le successive, sono piuttosto convenzionali e il contenuto, sia pure con parole e concetti diversi, è sempre colpevolistico, cioè se Dio ti punisce, qualche colpa ce l'hai di sicuro: chiedigli perdono e vedrai che si rabbonisce.
C'è un tema, nel monologo di Elifaz, tipicamente ebraico, cupo, senza speranza, ben espresso in 4,17: "L'uomo può forse essere innocente davanti a Dio? Un mortale può essere puro davanti al suo creatore?". È il lugubre tema della colpa, del peccato, che la cultura ebraica ha sempre portato con sé ed ha trasferito al cristianesimo, profondamente e tristemente permeandone la cultura europea ed occidentale. Per il solo fatto di esistere sei già colpevole: su questo assunto ideologico si è costruita per millenni la grande impalcatura del potere politico e religioso e con essa l'oligarchica sottomissione delle masse. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.

Torniamo al Libro di Giobbe ed al monologo di Elifaz che arriva al paradosso: non solo non devi e non puoi lamentarti, dice sostanzialmente Elifaz, ma anzi devi considerarti un fortunato ed un privilegiato se Dio ti colpisce e ti punisce, perché attraverso la punizione tornerai alla retta via, ovvero, attraverso la sofferenza avrai la salvazione. Eccolo il concetto, nei versetti 5,17/18: "È quindi fortunato l'uomo corretto da Dio: tu non rifiutare la lezione di Shaddai! Perché lui stesso ferisce e lenisce, colpisce e la sua mano guarisce" che, nella traduzione di Diodati, suona così: "Ecco, beato è l'huomo il quale Iddio gastiga: e però non disdegnar la correttion dell'Onnipotente. Percioche egli è quel che manda la doglia, ed altresì la fascia: egli è quel che fa la piaga e le sue mani altresì guariscono". Sono concetti terrificanti, questi, che consentiranno all'uomo, fattosi clero e fattosi braccio secolare della divinità, di accendere per secoli i roghi degli autodafè e di innalzare i patiboli della santa inquisizione... Ma di nuovo ci allontaniamo dal testo del Libro di Giobbe e di nuovo l'ideologia prevarica la semplice lettura. Torniamo dunque ad essa.
Al monologo di Elifaz risponde Giobbe con un suo monologo nel quale si lamenta per la mancata solidarietà degli amici (paragonati ad ingannevoli torrenti prosciugati della loro acqua ristoratrice) e nel quale si rivolge direttamente a Dio denunciando la propria sofferenza, i propri limiti e chiedendo quali siano le proprie colpe: "La mia carne è coperta di vermi e di croste, la mia pelle diventa dura e ripugnante (7,5) ...quale sarà la mia fine se avrò ancora pazienza? (6,11) ...fatemi capire in che cosa ho sbagliato (6,24) ...Ho peccato? Che cosa ti ho fatto, aguzzino dell'uomo? Perché mi hai preso a tuo bersaglio? (7,20) ...Non posso tappare la mia bocca: voglio parlare... e lamentarmi (7,11)...".
Ecco, questo è Giobbe, nel suo primo monologo di risposta ad Elifaz: la pazienza, la famosa "pazienza di Giobbe", non pare proprio il suo forte. Anzi: egli teme la propria pazienza ("quale sarà la mia fine se avrò ancora pazienza?") e si chiede dove andrà mai a finire se continuerà, pazientemente, a sopportare le angherie del suo aguzzino (aguzzino d'uomini: che Diodati, nel Seicento, ancora teatro di roghi, traduce "guardiano degli huomini").
Ora interviene il secondo degli amici, Bilded, il quale con un breve (e piuttosto bello) monologo ribadisce la solite affermazioni convenzionali: se i tuoi figli sono morti è perché erano colpevoli, se tu sei puro e onesto non hai nulla da temere e Dio tornerà "a colmarti la bocca di sorriso e le labbra con gridi di gioia" (8,21).
Giobbe replica dapprima celebrando ed elencando l'infinita potenza di Dio con una serie di belle immagini suggestive e poetiche: "sposta le montagne (9,5) ...fa tremare la terra fin dalle sue fondamenta (9,6) ...dà un comando al sole e questi non sorge ...pone sotto sigillo le stelle (9,7) ...ha posato il piede sul dorso del mare (9,8) e poi contrappone la potenza al diritto. Se è questione di forza e di potenza, certo, nessuno può tener testa a Dio, me se è questione di diritto, sottintende Giobbe, dovremmo essere alla pari e invece...
Invece anche in fatto di diritto Dio mi sopraffà e non rispetta i patti. Ecco esattamente cosa dice Giobbe: "Perché lui (Dio) non è un uomo come me, che io possa dirgli: - Andiamo insieme al processo! - Oh, se ci fosse un arbitro tra noi due! Egli porrebbe la sua mano sopra entrambi, allontanerebbe da me il suo bastone e non mi spaventerebbe con il suo terrore. Allora potrei parlare senza temerlo. Ma non è così! E io rimango solo con me stesso" (9,32/35). In termini di equità del diritto il pessimismo di Giobbe circa l'esito di un confronto è estremamente esplicito: "Anche se desiderasse intentargli un processo (9,3) ... come potrebbe il mortale vincere una causa con Dio? (9,2) ...". E ancora. "Se lo citassi per rispondermi, non credo che ascolterebbe la mia voce (9,16) ... se anche avessi ragione... al mio avversario dovrei chiedere grazia (9,15)...". Insomma, ci dice Giobbe, a fronte di un avversario così potente, ogni categoria del diritto viene a mancare e non è vero affatto che la legge è uguale per tutti...E conclude con amarezza "sebbene innocente, non posso alzare la testa... e se fosse alzata... mi daresti la tua caccia come a un leone... raddoppiando verso di me la tua collera..." (10,15/17).

Adesso parla Zofar, il terzo degli amici di Giobbe. È pesante, Zofar, nei confronti dell'amico: "Rimarrà senza risposta un tale sproloquio e un ciarlatano dovrà aver ragione?... (11,2). E Zofar prosegue celebrando - con brevi versi, molto belli - l'insondabile grandezza divina, e conclude con la solita, ripetitiva, (e per Giobbe irritante...) tesi secondo cui se Giobbe disporrà verso Dio il suo cuore e tenderà le mani (11,13) allora sarà sicuro di non dover temere più nulla (11,15).
Replica Giobbe e si carica ancor più d'impazienza e di irritazione. Tutto ciò che gli amici gli dicono di Dio anch'egli lo sa, perfettamente: è inutile continuare a ripeterglielo. "Come lo sapete voi, lo so anch'io e non sono da meno di voi! Ma io voglio parlare con Shaddai, desidero discutere con Dio" (13,2/3). E insiste: voglio discutere con lui, voglio che mi indichi le mie colpe, fosse l'ultima cosa che faccio nella vita. Che mi uccida se vuole, ma mi consenta di discutere! Leggiamolo in originale: "Ecco, mi ucciderà... non ho più speranza. Ma almeno difenderò la mia condotta davanti a lui! Già questo sarebbe per me una vittoria, perché l'empio non compare davanti a lui." (13,14/15).
Ripetiamolo il concetto, perché è importante: "...l'empio non compare davanti a lui...", quindi il poter andare a discutere con il suo dio rapppresenterebbe, per Giobbe, una vittoria, una patente di non colpevolezza. Per la quale sarebbe disposto ("ecco, mi ucciderà... non ho più speranza") a dar la vita.
Mille e mille e mille anni dopo il Libro di Giobbe ci sarà un bellissimo e celebre racconto di Kleist del 1808: Michael Kohlhaas , dove un borghese tenace, ostinato e giusto si batterà sino alla morte contro un signorotto prepotente e ingiusto. Sarà giustiziato, sul patibolo, ma avrà vinto la causa intentata contro il prepotente e quindi morirà da vincitore, soddisfatto e ripagato per i torti subiti. Quell'inflessibile pretesa di giustizia, di Michael Kohlhaas, quella volontà indomita di affermare il proprio diritto, nasce qui, letterariamente, quasi tremila anni prima, nel racconto biblico di Giobbe.

Ma andiamo avanti a scoprirlo, questo racconto, in altri particolari che lo rendono d'estremo interesse.
L'immortalità dell'anima umana, per esempio, un concetto mistico che pervaderà di se la più parte delle culture religiose di ogni tempo. Ci crede, Giobbe, nell'immortalità dell'anima umana? Niente affatto. Anzi: crede proprio il contrario. E ce lo dice, in una serie di versi commoventi e suggestivi (da 13,28 a 14,22) nei quali accusa Dio di malvagità nei suoi confronti, tanto più impietosa quanto più è già di per sé tragico il destino umano, la brevità cioè della vita, l'irrevocabilità e la certezza della morte.
Persino una pianta ha un destino migliore di quello umano, si duole Giobbe, perché "una pianta se viene tagliata ributta, e continua a gettare polloni... e anche se il suo ceppo muore... al sentore dell'acqua può rinverdire e mettere germogli come un arboscello" (14, 7/9). "L'uomo, invece, quando muore, giace inerte: quando un essere umano spira, non esiste più... giace e non risorge, passerà il cielo, ma egli non sarà risvegliato, né sarà ridestato dal suo sonno..." (14, 10/12). E ancora: "imputridisce come marciume..." (13,28) ..."lo schiacci e se ne va per sempre..." (14,20) ..."ma se l'uomo muore non tornerà in vita..." (14,14).

A questo punto inizia un secondo giro di "dialoghi": gli interlocutori sono sempre gli stessi, cioè gli amici Elifaz, Bildad, Zofar. Ciascuno di loro, di nuovo, dice la sua e a ciascuno di loro, esattamente come nel primo giro, risponde Giobbe.
Sentiamo cosa si dicono...
Elifaz rimprovera a Giobbe d'aver alzato la voce contro Dio e gli ricorda il triste destino dei malvagi, destinati senza scampo a subire le rappresaglie di Dio che colpiranno loro e la loro progenie. Il malvagio - dice Elifaz - "non sfuggira alle tenebre: la fiamma infernale seccherà la sua progenie che finirà dentro le sue larghe fauci " (15,30). Gli risponde Giobbe senza minimamente tener conto dell'ammonimento. Anzi: rincara la dose ed alza ancor più la voce contro Dio tornando a lamentarsi delle crudeltà e delle iniquità subite. Tante, così tante da non aver più speranza: "Non ho più speranza (17,13)... La mia speranza... negli inferi scenderà, quando insieme sprofonderemo nella polvere "(17, 15/16).

Ora tocca a Bildad il quale, sia pure con parole diverse, riprende esattamente gli stessi temi di Elifaz: la sorte che tocca al malvagio: "la distruzione pronta al suo fianco, la malattia che gli divora la pelle..." (18, 12/13), le tenebre, l'esilio dal mondo, eccetera.
Gli risponde Giobbe lamentandosi, questa volta contro gli amici, perché non solo Dio lo tormenta, con le sue malvagità e le sue iniquità, ma anche loro, proprio gli amici, lo tormentano, con i loro discorsi e i loro rimproveri. E poi riprende a piangersi addosso, adducendo di nuovo le sue sofferenze, questa volta anche quelle di tipo "sociale": "le mie serve mi trattano da straniero..." (19,15), "il mio alito fa schifo a mia moglie e il fetore ai miei stessi figli..." (19,17), "gli amici mi si sono rivoltati contro..." (19,19). Eccetera. Tra l'altro, notiamo qui, Giobbe parla dei figli quando sappiamo che Dio, per mano di Satan, glie li ha uccisi, tutti. Un'incongruenza, tra le tante, che attesta come gli autori siano più d'uno e il Libro di Giobbe, come la Bibbia tutta, sia un collage secolare di mani diverse.
Ma l'incongruenza maggiore sta per arrivare: all'improvviso c'è una serie di versi il cui registro è diametralmente opposto a quanto abbiamo letto sinora. Un Giobbe non più scandalizzato per le ingiuste angherie cui Dio l'ha sottoposto, ma anzi sottomesso al suo dio, paziente, tollerante, consapevole che, al termine delle sue sofferenze e della sua vita, sarà ampiamente ripagato
 
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